Peculiarità dell' evoluzione storica cinese
(«il comunista»; N° 96; Luglio 2005)
«Al fine di gettare le basi organiche di
uno studio del «fenomeno» cinese, riteniamo utile fornire ai compagni un
insieme di nozioni storiche fondamentali sulle peculiarità dell’evoluzione
storica cinese, che hanno un peso diretto e immediato sul problema di oggi». E’ quanto scrivevamo come partito, nel
1957, quando si trattava di mettere i compagni, e tutti coloro che seguivano il
lavoro di partito nella riaffermazione della teoria marxista, e quindi del
materialismo storico e dialettico, nelle condizioni di comprendere gli
avvenimenti storici nel loro corso, e di leggere i movimenti politici e le
forze sociali nei rapporti reali, economici e politici, al di là dei miti
borghesi o preborghesi legati ai grandi personaggi, agli dei o alle forze
soprannaturali. Lo studio sulla peculiarità dell’evoluzione storica cinese fu
pubblicato nel giornale di partito di allora, «il programma comunista» in
quattro puntate, nn. 23 e 24 del 1957 e nn. 7 e 8 del 1958. Riprendendo
la «questione cinese», ampiamente trattata dal partito nel corso degli anni,
iniziamo a ripubblicare questo studio per reimpossessarci di quelle «basi
organiche» senza le quali la «questione cinese» non sarebbe inquadrata in modo
corretto. Inseriamo alcune
note per far meglio capire determinati termini o passaggi.
1. Continuità etnica dello Stato
In Europa lo Stato non ha conservato, nel mutare rivoluzionario delle sue forme, che una medesima base razziale. Il continente, fin dalla protostoria, è appartenuto allo stesso ceppo indo-europeo, la cui prevalenza non fu intaccata dalle incursioni devastatrici di nazioni appartenenti a razze extra-europee, come i mongoli, gli arabi, i turchi. Ma alla continuità razziale dello Stato non si accompagna la continuità nazionale. Infatti, nelle stesse sedi geografiche, vediamo avvicendarsi nazioni diverse. Nazioni nomadi scacciano dai loro territori le popolazioni autoctone, o le assorbono; successivamente, altre nazioni conquistatrici invadono gli antichi invasori e un nuovo Stato si sovrappone alle macerie dello Stato dei vinti. Cioè, lo Stato cambia di forma politica insieme col contenuto etnico, quando a mutare non siano addirittura gli stessi rapporti produttivi. In conclusione, la sconfitta e la distruzione fisica della nazione, che scompare cedendo il territorio ai conquistatori, ricorre in ogni settore geografico del continente; ma, al di sotto dell’accavallarsi delle dominazioni, permette almeno il comune elemento razziale. Le nazioni sorgono e periscono, la razza rimane.
La storia delle Americhe presenta caratteri ancora più drastici. In questo continente la continuità razziale dello Stato fu violentemente spezzata dalla invasione dei «conquistadores» spagnoli, che abbatterono per sempre le monarchie teocratiche pre-colombiane. Da allora e fino ad oggi, il potere Statale passò nelle mani della razza conquistatrice. La sconfitta della nazione coincideva con la sconfitta, totale e irrimediabile, della razza. L’Africa e la stessa Asia, eccettuato l’Estremo Oriente, rappresentano un caso intermedio. All’epoca delle invasioni barbariche e nell’epoca più recente della colonizzazione europea, assistiamo al crollo delle basi nazionali e razziali dello Stato. E’ noto che in Africa, e non solo sulla sua fascia mediterranea, lo Stato, come portato della divisione in classi della società, esiste sin dall’antichità. Ma, contrariamente a quanto accaduto alle razze autoctone delle due Americhe, i continenti di Asia e di Africa stanno per essere riconquistati dalle razze che la dominazione coloniale estromise dallo Stato.
La Cina è l’unico caso storico in cui sede
geografica, razza, nazione e Stato abbiano, dalla preistoria ad oggi, coinciso
attraverso parecchi millenni. Non esiste, infatti, altro esempio di edificio
statale che, ad onta dei profondi rivolgimenti interni e delle invasioni di
popoli stranieri, abbia conservato l’originaria sede territoriale e la base
nazionale e razziale su cui in principio fu innalzato. La nazione cinese non ha
mai cambiato dimora, nel corso della sua multimillenaria esistenza; le dominazioni
di dinastie straniere – mongole e mancesi (1) – riuscirono solo ad
impossessarsi transitoriamente del vertice dello Stato. Ogni volta l’immenso
oceano fisiologico della nazione ha ingoiato gli incomodi ospiti, spariti senza
alterare i connotati fisici e culturali degli occupati.
La ininterrotta stabilità di residenza della nazione cinese si spiega con cause nelle quali non hanno assolutamente posto le mitologie eroiche di sovrani leggendari o di semidei che dettano legge al popolo adorante. Due sono i fattori essenziali della straordinaria sedentarietà della nazione cinese. Il primo è di ordine geologico, e riguarda la estrema fertilità della pianura cinese. Come la Mesopotamia e il bacino del Gange, la potente civiltà agraria cinese affonda le sue radici nella stessa formazione geologica del continente asiatico. I cinesi, popolo di agricoltori fortunati, poterono uscire dalla barbarie e dar vita ad una civiltà millenaria grazie al loess (2) giallo con cui lo Huang-He (Fiume Giallo) costruì la «Grande Piana» che va dall’Honan all’Hopei. Ora che è provato, contrariamente a quanto si credeva, che i cinesi non vennero nel bacino inferiore del Fiume Giallo da conquistatori, ma vi abitarono da autoctoni fin dalla preistoria, si può dire che la storia nazionale dei cinesi fu la prosecuzione della storia geologica dell’Estremo Oriente. E’ davvero impressionante l’eccezionale vitalità di una nazione che, unica al mondo, può guardare dietro di sé e vedere che le sue origini si intrecciano con le origini del territorio in cui da millenni dimora. Ma, quel che più conta, la storia passata testimonia come nella nazione cinese esista un gigantesco potenziale creativo che la rivoluzione industriale non potrà non trasformare in poderose realizzazioni storiche.
L’altro fattore anch’esso di ordine materiale è la posizione geografica dell’Estremo Oriente. Altri popoli furono costretti ad abbandonare il loro territorio mancando sicure frontiere da opporre agli invasori. La grande pianura cinese ebbe, invece, per confini naturali degli ostacoli invalicabili: il semideserto di sabbia del bacino del Tarim, l’attuale Turkestan cinese; l’immenso deserto d’acqua dell’Oceano Pacifico ad oriente. Altre barriere insuperabili: l’altipiano del Tibet, delimitato a sud dalla formidabile giogaia dell’Himalaya e a nord dalle catene del Kuen-lun e dello Altin-tagh; e in piena Asia centrale, i Tien-shan, l’Altai, il Kangai. Unica frontiera «scoperta» era quella settentrionale, contro la quale urgevano popolazioni nomadi, che la estrema povertà del suolo costringeva a sostenersi coi prodotti della pastorizia, ma che, quando la siccità o il gelo decimavano le greggi, erano spinte dalla fame a tentare l’avventura della guerra di rapina contro le opime terre degli agricoltori cinesi.
2. Precocità del feudalesimo
Mentre nel resto del mondo civile impera
ancora lo schiavismo, in Cina il feudalesimo compie per intero il suo percorso
storico. Con l’avvento della dinastia dei Ts’in, nel III secolo a.C., avviene
già il trapasso violento dal primitivo feudalesimo aristocratico (organizzato
nelle forme che riappariranno in Europa occidentale parecchi secoli più tardi)
a quello che il nostro movimento ha definito «feudalesimo di Stato», cioè non
poggiante più sul potere periferico di una aristocrazia terriera, ma su un
accentrato apparato burocratico di Stato.
Fin dal secolo scorso si è talmente
abituati in Europa a considerare la Cina come un paese ritardatario – e certo
lo è, se si guarda dal punto di vista del capitalismo – che non tutti sanno che
v’è stato un tempo in cui lo sviluppo storico segnò in Cina un ritmo più veloce
che non le splendide civiltà del Mediterraneo e dell’Asia occidentale.
L’esautoramento dei rissosi principati feudali, la riduzione dell’aristocrazia
terriera a puro strumento, se non ad ornamento, della Corte imperiale, la
soppressione dello spezzettamento del potere politico e la formazione dello
Stato unitario – cioè le condizioni storiche che hanno permesso il sorgere dei
moderni Stati capitalistici – furono possibili, in Europa, solo alla fine del
Medioevo. Negli altri Stati di Asia e di Africa, specie di recente formazione,
il processo è ancora in corso (3): vedi l’India che a circa dieci anni
dall’ottenuta indipendenza è ancora alle prese con le tendenze centrifughe
delle varie nazionalità. In Cina, invece, allorché l’ultima dinastia, quella
dei C’ing, fu detronizzata dalla rivoluzione del 1911, lo Stato unitario era
vecchio di secoli, né esisteva ombra di aristocrazia terriera.
Non è da credere che l’anticipato trapasso
al feudalesimo, mentre il resto del mondo civile è ancora immerso nello
schiavismo, sia dovuto a più antica età della civiltà cinese.
Imperi potenti, destinati a lasciare una
traccia profonda nella storia, avevano già raggiunto l’apogeo, mentre i cinesi
vivevano ancora lungo il corso inferiore dell’Huang-He e non avevano ancora
osato intraprendere la conquista delle ambite terre dello Yangtze Kiang. Le
prime dinastie regali cinesi furono quelle degli Hia e dei Chang, o Yin, che
regnarono dal secolo XXII al secolo XI a.C. Non si tratta evidentemente delle
monarchie più antiche della storia. E’ nel 3200 a.C. che Menes unifica
l’Egitto, fino ad allora diviso in due regni, e fonda lo Stato faraonico; e ben
cinquemila anni prima di Cristo sorge nell’isola di Creta una stupenda civiltà,
poi spazzata via da un’invasione di «barbari» provenienti dalla penisola
ellenica.
La civiltà cinese sorge più tardi che le
civiltà mediterranee, ma perviene prima di esse ad una fase storica – il
feudalesimo – per arrivare al quale l’Occidente dovrà consumare decine di
secoli. L’anticipo segnato dalla Cina è reso possibile dall’assenza della fase
schiavista nel suo sviluppo storico. Non si hanno, infatti, notizie di uno
schiavismo cinese. E’ vero che esiste in Cina una forma di schiavitù, ma essa è
legata piuttosto al modo di vita delle famiglie ricche, che al modo di
produzione sociale. Fu nel secolo III d.C. che gli imperatori permisero alle
famiglie povere di vendere i loro bambini, che di solito venivano comprati dai
ricchi signori, funzionari imperiali, grossi commercianti, e addetti ai servizi
domestici. Tale usanza era in armonia con la consuetudine familiare che
ammetteva il concubinaggio, per cui la famiglia degli strati superiori della
società comprendeva un alto numero di membri e l’amministrazione della casa ne
risultava complicata. E’ chiaro che tale forma di schiavitù domestica differiva
completamente dallo schiavismo dei Faraoni o degli Imperatori romani.
Nell’antichità greco-romana, gli schiavi erano prigionieri di guerra che il vincitore trascinava seco nelle metropoli e cedeva all’aristocrazia terriera, oppure riservava allo Stato, che li impiegava nella sua organizzazione civile e militare. In quanto tali, essi costituivano una classe sociale e un importante settore delle forze produttive, su cui poggiavano la società e lo Stato. Lo schiavo cinese è un domestico a vita, un servitore casalingo che il padrone si procura, comprandolo sin dalla tenera età ed allevandolo nella propria casa. Tuttavia, il diritto di possesso sullo schiavo non era illimitato, come negli Stati schiavisti di occidente: difatti, il padrone non poteva esercitare sulla sua persona il diritto di vita o di morte, e la legge e la consuetudine intervenivano a mitigarne la condizione. Ad esempio, gli schiavi domestici di sesso femminile passavano, col matrimonio, sotto la potestà del marito e diventavano liberi se il consorte era libero. Figli e nipoti di famiglie schiave non erano liberi, ma le ulteriori generazioni acquistavano la libertà, e così via.
La civiltà occidentale sorge e si sviluppa
nelle forme schiaviste perché le condizioni fisiche e storiche nelle quali si
svolge impongono la pratica generalizzata della guerra di conquista e
sottomissione dei popoli vicini. In fondo, l’imperialismo schiavista e l’imperialismo
capitalista, che pur si differenziano sostanzialmente per molti aspetti,
convergono nel comune carattere di organizzate razzie di forza lavoro. Il
conquistatore antico, che si annetteva terre d’oltre mare e vi faceva bottino
di schiavi, e il moderno Stato imperialista che assoggetta i popoli delle «aree
depresse» e li ingloba nella propria sfera economica, perseguivano uno scopo
analogo; procurare alle metropoli conquistate masse gigantesche di forza lavoro
da sottoporre a sfruttamento. La guerra imperialista tra i grandi Stati antichi
è la guerra tra aristocrazie terriere proprietarie di schiavi e a loro volta
formate dai capi militari di popoli che ferree esigenze economiche spingono
alla guerra di conquista e di sottomissione di altre nazioni più ricche.
La società cinese, uscita dalla barbarie, può «saltare» lo schiavismo perché può liberare il proprio potenziale produttivo e ordinarsi nelle forme delle civiltà, senza dover ricorrere alla guerra e all’imperialismo, e senza doverli subire da nazioni nemiche. E dobbiamo ancora una volta ricorrere, per comprendere le leggi di sviluppo della società cinese, ai due grandi fattori della composizione geologica del suolo, oltremodo favorevole al progresso di una società agraria sedentaria, e della posizione geografica della «fortezza» cinese, assolutamente imprendibile dall’esterno. Posta al riparo dalle aggressioni altrui, esentata dalla crudele necessità di foggiarsi una tradizione guerriera, perché la terra, quasi senza concime e con il prezioso ausilio di ingegnose opere idrauliche, produce derrate in proporzione al numero pure alto degli abitanti, la nazione cinese è in grado di vivere quasi isolata dal resto del mondo. Tuttavia, nonostante il suo carattere sedentario e agrario, la civiltà cinese dà frutti meravigliosi.
E’ forse in Cina, più che nelle altre
parti del mondo civile, che il feudalesimo può attuare tutte le sue possibilità
di sviluppo. In Occidente, dopo la fioritura della civiltà mediterranea e in
specie del mondo greco-romano, dove la tecnica produttiva, la scienza e l’arte
attingono vertici altissimi, il feudalesimo medioevale rappresenta una fase di
ripiegamento dell’attività umana. Bisognerà arrivare al Rinascimento perché le
forze creative del lavoro umano si ridestino a nuova vita. Orbene, quanto
avviene in Cina sembra smentire le idee correnti sul feudalesimo, visto che la
struttura sulla quale si modella la vita sociale è essenzialmente feudale, ma
ciò non impedisce, anzi favorisce, il progresso intellettuale, come testimonia
lo splendido periodo artistico che coincide con il regno della dinastia dei
Ming (1368-1643). Ciò accade perché lo Stato raggiunge ben presto un altro
grado di potenza e riesce a sopprimere il potere particolaristico della
aristocrazia terriera, sostituendo ad esso un apparato amministrativo e
burocratico fortemente accentrato nelle mani dell’Imperatore. La cancellazione
delle frontiere interne, proprie dei paesi spartiti entro gli angusti e
meschini dominii feudali, rende possibile un intenso commercio interno, svolgentesi
principalmente per via fluviale, e quindi un fecondo intreccio di relazioni
sociali. Viceversa i secoli dell’alto feudalesimo europeo sono sterili, appunto
perché gli uomini vivono rinserrati nelle «isole chiuse» del feudo, sui cui
confini veglia la proterva cupidigia del nobile in armi, sempre pronto ad
attribuirsi diritti regali a danno della Corona.
3. Schizzo del trapasso dal feudalesimo aristocratico al
feudalesimo di stato
Abbiamo già detto che la patria della nazione cinese è il bacino inferiore del Fiume Giallo. Pure venne il momento che questo popolo di pacifici agricoltori dovette affrontare, per sopravvivere, l’impresa della conquista armata. Ciò avvenne quando, la migliorata tecnica agraria e il conseguente incremento delle forze produttive provocarono l’aumento della popolazione e le sedi ataviche divennero anguste.
Verso il secolo XV a.C. gruppi di colonizzatori mossero verso occidente, seguendo il corso del Wei e del Fen – affluenti del Fiume Giallo – occuparono l’odierno Shen-si e, spingendosi verso il mare, lo Shan-tung. La conquista delle nuove terre abitate da tribù bellicose, assunse necessariamente la forma di una spedizione militare. Probabilmente in tale periodo ebbe origine l’aristocrazia militare, che in seguito si trasformerà in aristocrazia terriera. Durante il secolo XI a.C. ascese al trono imperiale la dinastia dei Ciù, e dalle sue attribuzioni e prerogative comprendiamo che in questo periodo la monarchia esercita il potere solo in maniera indiretta, come dovunque lo Stato è organizzato nelle forme del feudalesimo aristocratico. Infatti l’Imperatore accentra solo formalmente nelle sue mani il potere politico. Egli assume anche l’alta carica di gran sacerdote della religione di Stato – donde il titolo di «Figlio del Cielo», anello di congiunzione tra l’ordine celeste e terrestre – , ma esercita il potere mediante l’intermediario di una potente aristocrazia terriera. In tal modo, la piramide sociale si divide in tre strati nettamente distinti: in basso, le classi inferiori sfruttate, cioè i servi della gleba, i piccoli coltivatori, i coloni, i ceti urbani; al vertice, la Corte che dispone di un rudimentale apparato burocratico e dipende dai vassalli per quanto riguarda l’alimentazione delle finanze statali e l’allestimento delle truppe; nel mezzo, la casta dei nobili che da aristocrazia militare si è trasformata in aristocrazia terriera. Essa riceve l’investitura dei feudi dal sovrano, ma riscuotendo direttamente i tributi feudali dai contadini e costituendo i quadri dell’esercito imperiale, detiene l’effettivo potere politico. In pratica, l’imperatore è il più forte – perché dispone di un esercito che supera per potenza gli eserciti dei vassalli isolatamente presi – dei re che si spartiscono il governo del paese. Ma, essendo ogni feudatario nel suo feudo un re che regna assolutisticamente, l’imperatore non è che il re dei re.
In tale ordinamento la monarchia si regge non per forza propria, ma per effetto delle rivalità e delle lotte intestine che permanentemente scoppiano tra i vassalli della Corona. In breve la società cinese di questo periodo, per il modo di produzione, per le classi essenziali che la compongono, e per gli ordinamenti sociali, è tutta dentro il feudalesimo; ma, per quanto riguarda la struttura della macchina del potere, è ancora alla fase di quello che potremmo chiamare il «feudalesimo inferiore» o feudalesimo aristocratico. La successiva evoluzione storica mostrerà come, restando pressoché immutata la base economica e sociale, il potere politico si ritirerà dalle mani dell’aristocrazia accentrandosi in quelle dello Stato, che d’ora innanzi eserciterà il potere mediante una burocrazia stipendiata e un esercito regio. Si sarà passati, cioè, alla fase del feudalesimo superiore, che si è convenuto di chiamare «feudalesimo di Stato».
La crisi della dinastia Ciù iniziò alla
fine del secolo XI, quando fu ripreso il grande disegno della conquista del
bacino dello Yangtze Kiang, e si fu impotenti ad attuarlo. La spedizione
militare, scontratasi nella fiera resistenza delle tribù autoctone, subì gravi
rovesci e infine fallì miseramente. Addirittura il nemico passò alla
controffensiva, e nella prima metà del secolo VII a.C. il territorio cinese fu
invaso dai «barbari» del sud. La stessa capitale Hao-Chin (l’attuale Hsi-an-fu)
veniva invasa e l’imperatore costretto a trasportare la sua residenza più verso
l’interno, a Lo-i (l’attuale Honan-fu). Una gravissima crisi seguì alla
catastrofe militare e al conseguente esautoramento politico della dinastia:
quanto del potere sfuggì dalle mani dell’Impero si condensò in quelle
dell’aristocrazia. I vassalli più potenti si appropriarono delle terre della
Corona e le incorporarono ai loro feudi. Usurpando le prerogative regali, essi,
che un tempo ricevevano l’investitura del feudo dalle mani dell’imperatore, si
aggiudicarono il diritto di nominare vassalli scegliendoli nelle file della
piccola nobiltà o tra gli avventurieri che prosperavano nel generale disordine.
Presero così ad assegnare terre ricevendone tributi. Non di rado i nuovi
signori terrieri che, con un termine tratto dalla storia del feudalesimo
occidentale, potremmo chiamare «valvassori», imponevano il vassallaggio ai loro
simili, aggravando così le condizioni di vita dei contadini, sulle cui spalle
veniva a pesare un giogo sempre più duro. Era inevitabile che, cresciute le
corti principesche, aumentassero le spese di mantenimento della casta
aristocratica. D’altra parte la continua contesa tra i principati circa le
terre e i vassalli, imponeva un inaudito inasprimento fiscale, e di tale
condizione era il villaggio contadino a soffrire profondamente. Né le classi
urbane – artigiani, mercanti, professionisti – potevano sottrarsi alle angherie
dei feudatari e dei loro luogotenenti, cosicché la nazione era divisa e
percossa da continue guerre intestine, né l’imperatore disponeva ormai di alcun
potere per porre un freno all’arbitrio e al brigantaggio degli ex vassalli
trasformatisi in sovrani assoluti entro i confini dei loro possedimenti.
Ai primi del secolo V emergono dalla guerra
permanente dei feudatari una decina di grandi principati. La stessa dinastia
Ciù è ormai scesa al livello di costoro e non dispone più della supremazia
militare relativa. La parabola del feudalesimo aristocratico raggiunge il punto
più alto nel periodo 335-320 a.C., quando la maggior parte dei principi, ad
onta del fatto che la dinastia Ciù rappresenti ancora la monarchia legittima,
assume ufficialmente il titolo di re (wang).
A ragion veduta dicevamo poc’anzi che il feudalesimo cinese è notevole per la sua precocità. Se si considera che il feudalesimo compare in Europa, a rigor di termini, alla fine dell’Impero Carolingio (887), si deve concludere che il feudalesimo sorge in Cina con un anticipo per lo meno di tredici secoli. Nel tempo in cui la monarchia imperiale cinese decade e l’aristocrazia terriera diventa padrona assoluta del paese, in Occidente Alessandro Magno muove alla conquista dell’immenso impero persiano. Tutto il resto del mondo civile è immerso nello schiavismo. Roma, organizzata nelle forme della repubblica, è ancora impegnata nelle due guerre per la conquista della penisola italica.
Se il feudalesimo, è una fase della storia della società di classe che si situa più in alto dello schiavismo, ne risulta che la storia, in questo momento, corre più veloce nello Estremo Oriente cinese che non nelle altre sedi di civiltà del mondo. Né il ritmo rallenta in seguito. La spartizione del territorio tra i grandi principati non comporta la stabilità politica, dato che ognuno di essi è in perpetua lotta con i vicini. Subentra così un’epoca di sanguinose tirannie, di massacri di popolazioni, di guerre rovinose: l’epoca fosca del Cian Kuo (Regni Combattenti). Esso dura oltre due secoli, dal 403 al 221 a.C., durante i quali l’aristocrazia feudale si dilania in guerre intestine che provocano sangue e rovina economica. Infine dalla furiosa lotta emerge un grande principato, quello dei Ts’in, la futura dinastia da cui la Cina prenderà nome.
I Ts’in avevano fondato la loro potenza a spese della dinastia regnante dei Ciù, impadronendosi di gran parte dei territori personali della Corona – l’attuale Shen-si – , quando questa li aveva abbandonati sotto l’incalzare dell’invasione barbara. Col passare degli anni essi avevano allargato sempre più la sfera del loro potere, divenendo un pericolo per i principali rivali. Ben presto lo Stato di Ts’in ebbe contro di sé tutti gli altri Stati coalizzati, e fu la guerra generale. La lotta, da cui la Cina doveva uscire profondamente trasformata, durò dal 312 al 256 a.C. Alla sua conclusione, la Cina risultò di nuovo riunificata. E’ con l’ascesa al trono imperiale della dinastia Ts’in che si ha il trapasso dal feudalesimo aristocratico al feudalesimo di Stato. La nuova monarchia risolve drasticamente la contraddizione tra potere centrale e signorie feudali. L’aristocrazia fondiaria che si interponeva tra la Corona e il resto della nazione viene praticamente abolita, i principi spodestati o ridotti al rango di funzionari reali. Il territorio, prima diviso in feudi, ora viene diviso in province e distretti, che sono posti sotto la giurisdizione di funzionari nominati dall’Imperatore. La nuova burocrazia imperiale si differenzia in due rami, civile e militare, che fanno capo rispettivamente a un Primo Ministro e a un Maresciallo dell’Impero (comandante in capo dell’esercito regio). Vertice del potere è l’Imperatore, nelle cui mani confluiscono i due rami dell’amministrazione. Su tutto l’apparato vigila un corpo di ispettori che rispondono direttamente all’Imperatore e sono incaricati di sorvegliare tanto l’amministrazione centrale quanto quella delle province. In altre parole si assiste alla comparsa della monarchia assoluta, cioè di una forma di Stato caratterizzata da un rigoroso accentramento del potere, che rimane tuttavia la sovrastruttura di una base economica feudale.
La dinastia Ts’in cadrà ben presto, ma la
struttura statale da essa fondata durerà per oltre duemila anni, mantenendosi
sostanzialmente inalterata al di sotto dell’avvicendarsi delle dinastie e
nonostante la dominazione dei mongoli e dei manciù. Ufficialmente esso cesserà
di esistere allo scoppio della rivoluzione antimonarchica del 1911, ma è chiaro
che le tradizioni accentratrici del ciclopico edificio si stanno perpetuando
nei regimi post-rivoluzionari giunti al potere in Cina.
Esistono tra il feudalesimo di Stato
cinese e il feudalesimo di Stato russo, di cui il nostro movimento ha fissato i
caratteri, sostanziali affinità che cercheremo di illustrare in seguito. Per il
momento ci preme di ribadire il concetto della precocità di sviluppo del
feudalesimo e, in genere, di tutto il corso storico cinese, tanto più
rimarchevole in quanto ad un certo momento nella storia mondiale – quando,
cioè, la rivoluzione borghese comincerà a fermentare nel seno della società
feudale d’Europa – la Cina si metterà a segnare il passo lasciandosi
enormemente sopravanzare.
Un ultimo raffronto. Le monarchie
burocratiche che sorsero in Europa alla fine del Medioevo possono considerarsi
una fase intermedia tra il feudalesimo aristocratico e il feudalesimo di Stato.
Infatti, se prendiamo ad esempio la monarchia francese, che raggiunse l’apogeo
dell’assolutismo sotto Luigi XIV, constatiamo che l’accentramento del potere
statale non ha cancellato del tutto l’aristocrazia terriera. Inoltre sappiamo
che le monarchie assolute, controbilanciando il potere della nobiltà feudale,
facilitarono lo sviluppo della borghesia, condizionando da lontano la
rivoluzione democratica borghese. Per quali cause storiche non si verificò in
Cina un eguale fenomeno? Eppure la monarchia burocratica instaurata dai Ts’in,
la cui opera di unificazione non si limitò al solo terreno politico, ma si
estese a tutti i campi della attività sociale (unificazione della lingua, dei
pesi e delle misure, degli usi e costumi, ecc.), favorì lo sviluppo del
commercio interno e il sorgere di una classe di commercianti e di
professionisti. Bisognerà rendersi conto di tale fenomeno, senza di ché non si
potrebbero comprendere i rivolgimenti dell’ultimo quarantennio, e – quel che
conta – il contegno assunto dalla borghesia cinese nel corso di essi, che ha
permesso ai revisionisti del P.C. cinese di perpetrare, prendendo a pretesto
l’antimperialismo dei «borghesi nazionali», l’ennesima truffa interclassista.
* * *
Fin dalle precedenti puntate il lettore si
è accorto che non era nostro proposito, mettendo mano a questo lavoro, di
descrivere il lunghissimo corso storico cinese. Né da allora abbiamo certamente
cambiato parere. Un lavoro siffatto presuppone uno sforzo collettivo imponente,
a meno che non ci si voglia limitare a travasare in un linguaggio diverso le
solite risultanze della storiografia tradizionale.
Per ricostruire la storia della Cina con
criteri marxisti, cioè scrivere la storia reale della Cina, bisogna, come del
resto per gran parte della storia universale, svolgere un poderoso lavoro di
archeologia economica.Gli storici tradizionali trascurano, per formazione
mentale o per tornaconto polemico, l’esame delle strutture economiche sociali
che mutano parallelamente alla forma politica dell’evoluzione storica. Accade
perciò per i «reperti» economici ciò che accade agli avanzi dei monumenti delle
età passate. Essi giacciono sotto un cumulo di secolare oblio. Allora lo
storico marxista è costretto a percorrere all’indietro il suo cammino,
«partendo» cioè dal risultato finale dell’evoluzione storica per retrocedere
alle cause economiche che occorre scoprire mediante una continua lotta con i
pregiudizi idealistici.
Gli storici confuciani, imitati pedissequamente dagli storici moderni occidentali, riducevano tutta la storia cinese ad una lotta di dinastie all’interno e alla guerra dei cinesi di nazionalità Han contro i barbari del sud e del nord. Noi sappiamo invece, che ogni cambiamento dinastico era il risultato di una guerra civile che sconvolgeva la società cinese. Fu una gigantesca guerra civile che provocò, nel 209 a.C. il crollo della dinastia T’sin che pure aveva segnato col suo avvento il punto di approdo di un lungo drammatico periodo di sconvolgimenti sociali, che portarono alla fine il feudalesimo aristocratico. La rivoluzione dei T’sin sfociò, lo sappiamo, nella fondazione dello Stato nazionale cinese, assoluto e ereditario, che, pur restando l’organizzazione di potere delle classi feudali, introdusse una sostanziale limitazione del potere periferico e centrifugo dei signori feudali. L’assolutismo è una forma di Stato che si presenta in diverse epoche storiche. Ma l’assolutismo burocratico cinese non si può paragonare all’assolutismo degli stati classici dell’antichità, per esempio l’Impero romano che fu coevo della dinastia degli Han. Ciò diventa chiaro se si pone mente al diverso fondamento economico delle società considerate: schiavista a Roma, feudale in Cina. Perciò abbiamo parlato della precocità del feudalesimo cinese. Lo Stato burocratico cinese non anticipa il cesarismo romano, ma sibbene la Monarchia assoluta che compare in Europa nei secoli XV e XVI.
La rivolta sociale è un catalizzatore del processo storico. Perciò la storia cinese che è più ricca di rivolte e di guerre civili marcia più in fretta che la storia degli altri paesi. Fu un’altra gigantesca rivoluzione sociale che, parecchi secoli dopo, cioè nel 1368, pose fine alla dominazione mongola. Ma la guerra contadina ancora una volta mancava il suo bersaglio rappresentato dalle classi proprietarie, riuscendo soltanto a portare a termine la lotta per la liberazione nazionale, che si concludeva con l’avvento sul trono imperiale della dinastia nazionale dei Ming. Né quest’ultima sfuggì al destino delle case regnanti di Cina. Sono rimaste memorabili la grande rivolta contadina e la guerra civile seguitane che ne provocarono il crollo. Il movimento fu guidato da un eroe rivoluzionario, Li Tze-ceng. Ma, come già era accaduto nel passato, esso, pur distruggendo l’impero dei Ming, non riuscì ad impedire che il potere restasse nelle mani delle classi dominanti. E queste, per proteggersi contro la sovversione sociale, preferirono chiamare in aiuto la dinastia straniera dei Manciù.
Ma tra una grande rivolta e la successiva si intercalarono, nel millenario corso storico della nazione cinese, centinaia di rivolte e di guerre contadine di minore importanza. Secondo Mao Tse-tung si contano, in un periodo di oltre duemila anni, ben diciotto grandi rivolte. Nessun altro popolo può sfoggiare una tradizione rivoluzionaria così ricca. Né si trattò di reazioni elementari di masse infuriate. La lotta fisica si accompagnò spesso ad una tagliente critica delle ideologie della classe dominante. Ricordate come si esprime il comunismo agrario dei Tai-ping? «Tutta la terra che è sotto il cielo dovrà essere coltivata da tutto il popolo che è sotto il cielo. Che la coltivino tutti insieme e, quando raccolgono il riso, che lo mangino insieme». Ebbene non è facile trovare nella letteratura del comunismo mondiale una formula che, come questa, dia una interpretazione materialistica delle aspirazioni rivoluzionarie, nella quale il rigore scientifico si fonde con la passione poetica.
Il dato incontrovertibile che si ricava dallo studio della storia cinese, qualunque cosa pretendano gli storici idealistici, è che la molla del progresso sociale è la guerra civile, la lotta di classe. E’ appunto l’eccezionale frequenza dei rivolgimenti sociali che spiega la precocità dello sviluppo storico cinese di fronte all’Occidente. Per poter scrivere la storia della lotta di classe in Cina, che è la storia vera della Cina, bisognerà, come dicevamo, ricostruire anzitutto, con metodo archeologico, i trapassi delle antiche forme economiche e delle organizzazioni sociali che si sono succeduti nel vasto pese. Ma per il nostro modesto lavoro sono bastate finora le risultanze della storiografia tradizionale, criticamente considerate. Esse ci saranno ancora di aiuto in questa parte conclusiva.
Finora abbiamo insistito sulla peculiarità dell’evoluzione storica cinese che riguarda la precocità di sviluppo del feudalesimo rispetto a quanto accaduto nell’Occidente. Un dato incontrovertibile è che il feudalesimo cinese corre con parecchi secoli di distacco sul feudalesimo europeo. Mentre tutta la pubblicistica tradizionale esalta l’Occidente capitalista come fonte esclusiva di storia, affermare che la superiorità e il predominio dell’Europa sull’Asia è fatto del tutto recente può sembrare un’eccentricità. E’ vero, invece, che è venuto un momento cruciale nella storia dei continenti, in cui l’Europa e l’Asia si sono quotate, dal punto di vista dello sviluppo economico e sociale, allo stesso livello. In quella drammatica svolta della storia universale, l’Europa e l’Asia si potevano paragonare, a guardare gli avvenimenti retrospettivamente, ai due piatti di una bilancia perfettamente equilibrati. Poi l’equilibrio si ruppe. L’Europa cominciò a marciare più in fretta, sempre più in fretta, mentre l’Asia rimaneva ferma, anzi si dava a retrocedere.
Dobbiamo spiegarci le ragioni di questo importantissimo fenomeno storico. In tal modo il nostro lavoro sarà completato. Infatti, è da questo momento che la Cina conosce la decadenza, condividendo il tragico destino che si compie per tutto il continente.
L’Europa e l’Asia, partendo da epoche
diverse, arrivano ad una meta comune: la monarchia assoluta a fondamento
feudale. Poi, prendono a divergere ed opporsi. L’Asia, rappresentata dalla
Cina, prende la rincorsa che la porta fuori della preistoria; attraversa
rapidamente lo schiavismo di cui restano scarsissime tracce: si butta nel
feudalesimo e ne percorre tutto il ciclo pervenendo allo Stato burocratico,
cioè alla monarchia assoluta. L’Europa marcia lentamente: si attarda per lunghi
secoli nello schiavismo per le condizioni naturali che favoriscono le guerre di
conquista, le invasioni, l’imperialismo; poi compie la rivoluzione cristiana
antischiavistica e entra nel feudalesimo; raggiunge alfine lo stadio della
monarchia assoluta nei secoli XV e XVI. E’ in quest’epoca che siamo
all’equilibrio tra Asia e Europa. Ma la monarchia assoluta a fondamento feudale
è una forma di Stato che sottintende una fase di transizione nel processo
economico. E infatti l’Europa compie questo trapasso: da feudale diventa
borghese. Con un balzo prodigioso sopravanza tutti gli altri paesi del mondo e
si pone alla testa dell’umanità. Ci riuscirà mediante orrende carneficine,
assoggettando il mondo a forme inaudite di sfruttamento, ma ci riuscirà. L’Asia,
invece, resta inchiodata al precapitalismo. Perché avviene ciò? Come si spiega
il fatto che nazioni europee, come la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, da
povere e deboli diventano ricche e potenti, mentre nazioni antiche come la Cina
decadono dalla loro posizione dominante?
4. Alba dell’Europa moderna
In fondo, noi vogliamo spiegarci perché la rivoluzione capitalistica, che fermentava in taluni grandi Stati d’Europa e d’Asia, esplose in alcuni di essi e ripiegò profondamente negli altri. Vogliamo sapere, cioè, perché il capitalismo ha ritardato in Asia, e quindi in Cina.
L’Europa moderna è sorta da poco, se si considera il lungo cammino della specie umana. Fino alla metà del secolo XV nulla lasciava presagire il vertiginoso sviluppo che di lì a poco avrebbero avuto i paesi affacciati sull’Oceano Atlantico. Unici centri di attività economica e intellettuale erano le gloriose repubbliche marinare e le signorie dell’Italia rinascimentale: Venezia, Genova, Firenze. Il resto del continente era ancora immerso nel caos feudale, mentre i turchi-ottomani demolivano quel che restava dell’Impero bizantino. Paesi come la Spagna, la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda che avrebbero tra breve soggiogato il mondo, non erano ancora diventate nazioni. La loro economia era decisamente medioevale. Eppure, in questi paesi esploderà il capitalismo. Cerchiamo di descrivere, necessariamente in maniera assai sintetica, le condizioni di ognuno. La Spagna, la futura grande potenza coloniale, soltanto nel 1492, l’anno stesso della scoperta dell’America, distrugge il superstite regno musulmano di Granata, portando così a termine la «riconquista» cristiana della penisola iberica, durata oltre otto secoli. La Spagna che era stata cartaginese, romana, visigota e araba, soltanto adesso assume le caratteristiche nazionali che le conosciamo. La monarchia si organizza subito nelle forme dell’assolutismo. Giovandosi della forza militare e del prestigio acquistato nella lunga lotta, essa si oppone validamente alle pretese dei signori feudali, limitandone drasticamente l’autorità. E’ di questi anni (1481) l’istituzione dell’Inquisizione, formidabile strumento di governo che sotto la forma di un tribunale religioso, dovrà servire efficacemente gli interessi della monarchia, favorendone le mire accentratrici. E’ opportuno far rilevare come la monarchia assoluta, per quante ripugnanze possa ispirare la sua macchina di repressione agli spiriti libertari, si ponga come un fatto rivoluzionario di fronte al disordine e all’impotenza feudali. Va infatti ad essa il merito dell’organizzazione della spedizione di Colombo. Il potere locale dei feudatari non sarebbe mai stato capace di tanto.
Nello stesso periodo si forma la monarchia
francese. Le dinastie dei Capetingi e quella dei Valois ad essa succeduta, hanno
due nemici mortali da eliminare: l’Inghilterra che per diritto feudale occupa
parte del territorio francese e la recalcitrante nobiltà indigena che
ostinatamente lavora a menomare l’autorità regia. Per venirne a capo, la
monarchia dovette attraversare la paurosa crisi che prese il nome di Guerra dei
cento anni. Come è noto, non si trattò soltanto di una guerra tra Stati, ma di
una profonda crisi sociale che sconvolse la Francia. La monarchia dovette
destreggiarsi non soltanto nella guerra degli eserciti, ma anche nella guerra
delle classi, parteggiando per la nascente borghesia e ricevendo da questa
prezioso appoggio finanziario. E’ l’epoca convulsa della logorante guerra
anglo-francese, della rivolta dei contadini che i signori feudali chiamano sprezzantemente
Jacque Bonhommes (Giacomi Buonidiavoli); della lotta fra le fazioni feudali dei
Borgognoni e degli Armagnacchi, delle disfatte francesi di Crécy e di
Azincourt, delle imprese di Giovanna d’Arco. La lunga crisi, scoppiata nel
1337, si conclude nel 1453. E’ a quest’epoca che l’unità territoriale francese
è compiuta, eccezione fatta per Calais che resta agli inglesi. E come già
sperimentato con successo dalla casa d’Aragona in Ispagna, la dinastia dei
Valois approfitta della potenza acquistata per saldare il conto con l’altro
grande nemico della monarchia: la nobiltà feudale.
La monarchia assoluta francese viene
fondata da Carlo VII, il re incoronato nel 1429 a Reims, liberata nello stesso
anno dall’esercito di Giovanna d’Arco. Ma l’unificazione politica del paese,
cioè la costituzione della Francia nelle forme moderne della nazione, avviene
sotto il regno di Luigi XI, morto nel 1483. Spetta a questo sovrano, grande
mente politica, il merito di avere gettato le basi dell’alleanza politica tra
monarchia e grande borghesia in funzione antifeudale, che doveva assicurare lo
sviluppo della Francia. Alla sua morte, i grandi feudatari di Borgogna, di
Provenza, di Bretagna sono di fatto esautorati. E’ quindi soltanto alla fine
del secolo XV – bisogna insistere sulle date per poter fare il raffronto
Europa-Asia – che termina la grande crisi sociale francese. Il feudalesimo
aristocratico è definitivamente battuto, l’assolutismo monarchico assicurato.
La grande macchina statale è ormai montata: tra poco la scoperta di nuovi mondi
aperti all’intraprendenza e alla pirateria dei mercanti europei, aprirà davanti
ad essa insospettati campi di applicazione.
Sempre alla fine del secolo XV, un’altra grande monarchia europea emerge dall’inferno di un’altra tremenda crisi sociale. Non si creda che si esageri nell’aggettivazione. Veramente tremenda è la guerra civile che strazia l’Inghilterra, uscita sconfitta dalla guerra dei cento anni. E’ la guerra delle Due Rose, che durerà trent’anni, dal 1455 al 1485. Una lotta ferocissima tra casate nobili che si disputano il trono. Essa termina, dopo eccidi in massa, con l’avvento al trono della casata dei Tudor.
La fondazione della monarchia assoluta, anche in Inghilterra, coincide con il sorgere della borghesia. Ne fa fede il capitolo del «Capitale», da noi altre volte citato (Libro I, Sez. VIII, Cap. XXVIII) che Marx intitola «Legislazione sanguinaria contro gli espropriati a partire dalla fine del secolo XV». Sono di fatti descritte in esso le crudeli pene che la dinastia dei Tudor, continuata degnamente negli Stuart, applica contro le famiglie contadine che i land-lords scacciano dalle comunità agricole per impossessarsi delle terre e trasformarle in pascoli. Sappiamo tutti che la lana è il principale articolo commerciale con cui la borghesia britannica si presenta in quest’epoca sui mercati esteri. Ciò significa appunto che il capitalismo britannico nasce sotto la monarchia assoluta, quasi insieme ad essa.
Tali erano le condizioni del continente
alla vigilia della scoperta dell’America. Si può dire che in quest’epoca
l’Europa è allo stato fluido: una grande rivoluzione economica e sociale è in
atto. Nuove forze sociali, liberate dal crollo degli antichi rapporti
produttivi, tendono a condensarsi attorno ad un centro che non può essere altro
che la monarchia. Il feudalesimo entra nella crisi che lo condurrà alla morte.
E’ chiaro che la rivoluzione antifeudale non può essere circoscritta agli
avvenimenti, sia pure determinanti, della rivoluzione cromwelliana in
Inghilterra e della rivoluzione giacobina in Francia. Queste esplosioni di
lotta di classe furono se mai il culmine di un processo rivoluzionario che si
perpetuava da tempo nel sottosuolo sociale. In effetti, la lotta contro le
forme feudali di produzione e di organizzazione sociale inizia molto tempo
prima, cioè proprio in questo periodo, alla fine del secolo XV, e precisamente
nell’epoca delle scoperte geografiche e della formazione del mercato mondiale.
Orbene, questo gigantesco rivolgimento, questo incessante accumularsi della «quantità»
capitalistica nelle viscere del feudalesimo, che poi trasformerà la stessa
«qualità» del modo di produzione, non interessa soltanto una parte del mondo.
L’Asia, come L’Europa, partecipa al grande movimento rinnovatore.
Mentre gli audaci navigatori
dell’Occidente esplorano gli oceani fino ad allora sconosciuti e temuti, e la
Spagna e il Portogallo conquistano immensi imperi coloniali in America, in due
vitali parti del continente – la Persia e l’India – sorgono potenti imperi.
Assistiamo, cioè, allo svolgersi di un fenomeno di enorme portata che è già
accaduto nella Cina. In pratica accanto all’impero dei Ming vediamo formarsi la
grande monarchia persiana dei Safavidi e l’impero indo-musulmano del Gran
Mogol. Ecco schierarsi tre colossi statali che bene possono contendere
all’Europa il primato storico. La storia scritta non registra certamente uno
scontro tra l’Asia e l’Europa, ma se si riflette che ogni collisione tra
potenze statali avviene sul terreno economico, prima che su quello politico e
militare, si comprenderà che una colossale partita fu giocata tra i massimi
Stati d’Europa e d’Asia. Risulteranno vincitori gli Stati che riusciranno a
monopolizzare l’esercizio delle rotte oceaniche aperte al commercio mondiale,
che saranno in grado di approntare potenti flotte da carico e da combattimento,
con cui spazzare via i concorrenti. Il mare prende a dominare la terra, il
commercio l’agricoltura. Perciò, i grandi imperi territoriali che già esistono
da secoli in Asia, com’è il caso della Cina, o che adesso vanno sorgendo, com’è
il caso della Persia e dell’India, dovranno soccombere, pur potendo vantare
gloriose e antiche tradizioni marinare.
5. La meravigliosa rinascita dell’Asia
In Persia, dal 1501, ha inizio un grandioso rivolgimento. L’immenso paese, fin dall’antichità, ha funzionato da ponte tra Occidente e Oriente. Non a caso, dunque, viene percorso adesso dalla grande ondata di rinnovamento che sta scuotendo il mondo civile. L’indipendenza persiana era stata distrutta, nel secolo VII, dalla conquista araba, alla quale erano succedute le dominazioni turca e mongola. Adesso, sale sul trono la grande dinastia dei Safavidi che unifica il paese e gli ridona l’indipendenza. Né si tratta di un mero cambiamento della facciata politica, ma di un rivolgimento sociale.
Il compito storico che la dinastia dei
Safavidi svolge con successo è la limitazione del potere localistico e fazioso
dell’aristocrazia terriera, la messa sotto controllo della turbolenta classe
dei Khan, i famosi Kizilbasci, cioè i nobili portatori di fez rossi. In una
parola, il movimento persegue la trasformazione della monarchia feudale in
monarchia assoluta, proprio come sta avvenendo nei massimi Stati dell’Europa
occidentale, da poco fondati. I Khan perdono il diritto all’ereditarietà del
feudo, e sono ridotti al rango di funzionari del potere regio; anzi ad essi
viene contrapposta una burocrazia civile e militare di nomina regia. Lo Scià
sottrae territori sempre più vasti alla giurisdizione dei signori feudali,
creando le città regie, organizzando una classe di funzionari di Stato scelti
non più tra gli altezzosi Kizilbasci, ma tra le classi inferiori della
popolazione. In armonia con le finalità antifeudali del regime nuovo, viene
soppressa la vecchia armata formata dagli uomini e dalle armi forniti
dall’aristocrazia, e creato, sul modello europeo, l’esercito regio permanente.
La compressione delle forze conservatrici comporta di conseguenza uno sviluppo economico che involge tutti i rami della produzione. Il commercio ne è stimolato e agevolato, l’industria artigiana e la manifattura ricevono un forte incremento. E, come fanno le monarchie assolute d’Europa, il governo dello Scià non vi assiste inerte, ma vi partecipa attivamente. Vediamo, infatti, lo Stato promuovere direttamente la colonizzazione di territori rimasti nell’abbandono, la canalizzazione delle acque a scopo di irrigazione, la costruzione di nuove città, la restaurazione di antiche strade cadute in disuso e l’apertura di nuove vie. Il potere pubblico favorisce in ogni modo l’attività degli armeni, degli ebrei, degli indiani che monopolizzano nelle loro mani il commercio interno ed estero. Anticipando le moderne meraviglie del capitalismo di Stato, la monarchia safavide istituisce una polizia stradale avente il compito di proteggere le vie di comunicazione e i convogli commerciali che le percorrono, costruisce ai margini delle grandi arterie stradali caravanserragli, depositi, alberghi; cura direttamente il commercio della seta, che acquista a prezzi remunerativi dai produttori locali, che lavorano in concorrenza con i cinesi, e la rivende ai commercianti all’ingrosso – i nuovi borghesi di Persia – o addirittura ai commercianti stranieri, che importano la preziosa materia prima in Moscovia, in Germania, in Polonia, in Francia, in Spagna, nella Repubblica di Venezia.
La monarchia Safavide ha talmente il senso del tempo, che si spinge fino a creare e gestire manifatture regie, dove si lavorano tappeti, pietre preziose, oro e argento e si fabbricano broccati, velluti, armi, mobili. Lo Stato si mette alla testa della rivoluzione manifatturiera che sta percorrendo il paese. L’iniziativa statale sprona l’iniziativa privata, ad onta di quanto diranno in seguito, e dicono ancora, i paladini dell’individualismo economico. Sorgono le industrie tessili cotoniere, che importano la materia prima dalla vicina India e ne esportano i manufatti. Altri articoli di esportazione fabbricano le regie industrie del cuoio, assai richiesti all’estero.
Lo sviluppo economico si accompagna con lo
sviluppo sociale. Nascono le classi borghesi dei commercianti, dei banchieri,
dei «rentiers». I viaggiatori che visitano a quell’epoca la Persia (come
riferiscono varie fonti) trovano che essa non solo ha raggiunto il livello
dell’Europa, ma che se l’è lasciata notevolmente addietro. Grande slancio si
nota nel campo intellettuale, rifioriscono le arti e le scienze. Poi la
meravigliosa rinascita persiana appassirà e scomparirà, ma essa è un fatto così
importante e colpirà in tal maniera l’immaginazione dei posteri che nel ‘700,
in pieno secolo illuminista, il grande Montesquieu affiderà, nelle sue «lettere
persiane», ad un personaggio immaginario di nazionalità persiana la critica
della società occidentale.
Altra sede di grandiosi rivolgimenti è, nella stessa epoca, la grande penisola del Gange: la favolosa India.
Questo immenso paese, per un complesso di circostanze storiche, massima tra le quali è l’invasione frequente di conquistatori stranieri che si sovrappongono all’elemento indù, è un caso limite del frammentarismo feudale. Quando, qualche anno fa, cessò l’impero britannico in India (4), i principati musulmani e indù vassalli della Corona britannica, assommavano a 562. Sembrerebbero un numero eccessivo, pure non è certamente il numero massimo, se si pensa che nel secolo XIV l’India era spezzettata in ben 1350 Stati. Né basta. Alla fine del secolo successivo il frazionamento doveva aumentare ulteriormente, essendosi il regno brahamanide del Deccan diviso in parecchi piccoli Stati provinciali.
A porre riparo al caos feudale e a
instaurare l’unità politica, giunge l’Imperatore del Gran Mogol, di cui è
fondatore un discendente di Tamerlano, Baber. L’Impero nasce dalla battaglia di
Panipat combattuta il 20 agosto 1526 e vinta dall’esercito di costui, ma
raggiunge l’apogeo sotto Akbar, che regna dal 1556 al 1605. Sotto di lui,
l’Impero attinge i suoi limiti storici, comprendendo, oltre all’ex sultanato di
Dehli sottomesso da Baber, il Gujerat, il Bengala e parte del Deccan: un impero
immenso che tocca i 4 milioni di kmq. ed è popolato da 100 milioni di uomini.
Akbar che fu un grande statista oltre che
un conquistatore, prese a modello, nella gigantesca opera di ricostruzione da
lui intrapresa, la monarchia safavide, anche se i risultati conseguiti
risultarono inferiori al paragone. Naturalmente, se l’India dei Gran Mogol
risorge a nuova vita, ciò non è dovuto alle qualità personali, anche se
eccezionali, di Baber e di Akbar. Al contrario, si assiste anche colà ad uno
sblocco degli antichi rapporti sociali. Anche Akbar, come gli Scià della
Persia, come i monarchi cristiani dell’Europa, è espressione di un movimento
sociale che tende a stroncare, o almeno limitare sensibilmente, il potere della
nobiltà feudale, che si era rafforzata a seguito della conquista musulmana e
che pesa insopportabilmente sui villaggi. Anch’egli all’anarchia del potere
feudale locale, cerca di sovrapporre una burocrazia di Stato, responsabile
soltanto di fronte al potere regio, e alla vecchia armata feudale sostituisce
un esercito permanente. La dialettica della lotta sociale gli impone, come già
si è verificato per le monarchie assolute di Europa, di appoggiare il
contadiname che da secoli patisce sotto il ferreo giogo dell’aristocrazia
militare. Conseguentemente, egli persegue il grande obbiettivo di una riforma
agraria che reintegri lo Stato nelle sue proprietà e il villaggio nei suoi
diritti, cancellando le usurpazioni perpetrate tradizionalmente dalla nobiltà e
dai suoi aguzzini. Ma le grandi riforme di Akbar urtano contro la fanatica
resistenza del clero musulmano che, come al solito, nasconde sotto
l’intransigenza dogmatica la difesa degli inconfessabili interessi
dell’aristocrazia, e non esita a predicare e suscitare l’odio di razza tra
musulmani e indù. Saranno proprio la divisione razziale – la penisola indiana,
per le successive invasioni, è un caleidoscopio di razze e di lingue – e la
tenace vitalità delle tradizioni feudali a limitarne i risultati. Tuttavia, al
momento dello sbarco dei portoghesi nei porti della penisola, l’India non è
quel paese crudamente povero e affamato in cui sarà ridotto dall’imperialismo
[capitalistico]. L’industria è in pieno sviluppo, più ancora il commercio. La
penisola indiana è uno dei gangli del commercio mondiale. Navi di piccolo
cabotaggio vi fanno scalo, provenendo da tutti gli angoli dell’Asia: dalla
penisola arabica, dai porti della Persia, dalla Cina, dall’Insulindia (5). La
marineria indiana stupisce per la sua dovizia i visitatori stranieri. Si
sviluppa un’importante classe di mercanti, detti Banias, che, nel secolo XVII,
sono operanti in tutte le regioni costiere indiane, a Goa, nel Coromandel, nel
Bengala. Essi si occupano di traffici commerciali e di operazioni finanziarie,
e i loro fondaci e i loro uffici di cambio si incontrano anche fuori
dell’India: nei porti persiani, in Arabia, in tutta l’Africa orientale, da Aden
fino al Capo di Buona Speranza. Essi esportano le cotonate fabbricate nel
Bengala e nel Coromandel. Grazie ad essi i prodotti dei filatori indiani
arrivano fino alle isole della Sonda. La micidiale monocoltura, tipica delle
dominazioni coloniali, vi è sconosciuta: agricoltura, artigianato, manifattura,
commercio si equilibrano e si compensano reciprocamente. L’India non esporta
soltanto tessuti, ma anche prodotti industriali. Insomma, è tutto l’opposto
dell’India dolorante e depauperata che il feroce colonialismo occidentale ci ha
abituati a immaginare. E’ un paese in fase di ascesa.
Tutti questi avvenimenti parlano chiaro. Essi ci avvertono che la rivoluzione antifeudale non è un fatto esclusivamente europeo: essa travalica gli oceani e mette in moto i continenti. Anche l’Asia è in linea, anche i popoli di colore, non accorgendosi neppure di avere quelle tendenze all’inerzia e alla contemplazione che i filosofi occidentali attribuiranno loro, operano attivamente. Poi, su tutto questo brulicare di attività calerà una mortifera paralisi. Ciò succederà allorché l’Asia, che da millenni è stata la matrice inesausta di popoli conquistatori calati sull’Europa, diventerà a sua volta l’oggetto dell’invasione e della conquista brutale. Ma gli spietati invasori non verranno, come nell’antichità, sui dorsi dei cavalli, ma al contrario sui ponti armati di navi oceaniche. E invano gli aggrediti cercheranno di sfuggire alla morsa, rinserrandosi in un geloso isolazionismo, come faranno la Cina e il Giappone.
Il caso del Giappone è oltremodo
eloquente. Le isole nipponiche partecipano anch’esse al rinnovamento mondiale.
Attraverso lotte durissime, il potere imperiale, rappresentato dagli Shogun,
una sorta di dinastie ereditarie di primi ministri, atterra il potere
dell’aristocrazia feudale. Il Giappone è un paese arretratissimo: basti dire
che soltanto adesso, nel sec. XVI, vi penetrano il ferro e l’acciaio, fino ad
allora sconosciuti. L’unificazione politica del paese comporta la rinascita
dell’economia agricola che la dominazione dei signori feudali – i «daimio» –
tiene ad un livello bassissimo. Le riforme antifeudali avvengono sotto gli
shogunati di Nobunaga (1534-1582), di Hideyoschi (1536-1598), di Yeyasu
(1542-1616). Sotto di loro, specialmente Yeyasu, si ha la trasformazione del
potere imperiale, che assume la forma della monarchia assoluta e riduce la
riottosa classe dei «daimio» al rango di cortigiani.
La religione cattolica importata dai
missionari si rivela una insospettata arma ideologica nelle mani dei
riformatori antifeudali, scesi in lotta contro il clero buddista che si ostina
a difendere accanitamente l’«ancien régime». Viene addirittura un momento in
cui le numerose conversioni al cattolicesimo, favorite dagli shogun, pare
debbano trasformare il Giappone in una nazione cristiana. Ma l’invadenza dei
portoghesi, per i quali la predicazione missionaria serve unicamente a
facilitare la conquista del paese, costringe il governo nipponico a mutare
radicalmente politica. Nel 1638 i successori di Yeyasu chiudono in Giappone
agli stranieri e bandiscono il cattolicesimo. Occorreranno, due secoli dopo, le
cannonate delle navi da battaglia del commodoro americano Perry per porre fine
al risentimento giapponese verso i pirateschi sistemi degli imperialisti
europei. Ma non tutti gli Stati asiatici godono dei benefici che vengono al
Giappone dalla sua insularità. All’invasione europea sono impotenti ad opporsi
non solo gli Stati di recente formazione, ma anche l’antico Impero cinese.
6. Ripiegamento del capitalismo asiatico
Potrà sembrare che abbiamo dato eccessiva
importanza all’esame degli avvenimenti che si verificano nel mondo, all’epoca
che stiamo considerando, mentre il presente lavoro è dedicato allo studio delle
particolarità del corso storico cinese. Ma è chiaro che non potevamo
assolutamente usare un metodo diverso. Ogni accadimento storico, anche se si
verifica in sedi lontane dai paesi in cui il ritmo di sviluppo delle forze
sociali è più veloce, è condizionato dall’evoluzione della storia mondiale.
Tanto più questo discorso vale per la Cina. Abbiamo visto, in precedenza, come
l’origine della nazione cinese e il suo sviluppo furono strettamente
determinati dalle condizioni del continente, dalla posizione geografica del
territorio, dalla sua geologia. Sappiamo anche che esistono strette relazioni
tra l’evoluzione storica della Cina e del resto del mondo civile. Infatti, la
Cina antica ebbe una parte molto importante, sia pure non diretta, nelle
invasioni barbariche che distrussero l’Europa romana, in quanto respinse e
costrinse a deviare verso occidente le popolazioni mongole nomadi, che a loro
volta premettero irresistibilmente sui barbari germanici.
Si pensi a quali conseguenze storiche
portarono le invasioni degli Unni nell’antichità e quella dei turchi nel basso
Medioevo; si rifletta che ad esse è legata rispettivamente tutta la storia del
feudalesimo europeo e dell’epoca di transizione al capitalismo; si tenga
presente che questi popoli nomadi erano originari della Mongolia, donde
moltissime volte uscirono per avventarsi sul baluardo cinese e invariabilmente
furono respinti e carambolati verso l’Occidente; si ponga mente a tutto ciò, e
si comprenderà come non si possa fare un serio lavoro storico sull’argomento
senza considerare globalmente gli avvenimenti mondiali e scoprirne le intime
relazioni.
Così, non potremmo comprendere le ragioni dell’enorme ritardo riportato dalla rivoluzione borghese cinese, se non ci rendessimo conto del ristagno e della involuzione che si verificarono in Cina, nella stessa epoca in cui gli Stati atlantici dell’Europa si lanciavano nella via del capitalismo, uscendo definitivamente dal medioevo. Dobbiamo capire perché accadde che la Cina, che pure era andata avanti a tutte le nazioni del mondo, anticipando di secoli il feudalesimo e la monarchia assoluta si lasciò poi superare piombando in una decadenza irrimediabile dalla quale soltanto ora si sta riscattando. E non potremmo farlo, come il lettore s’è accorto, se non avessimo dato uno sguardo alle condizioni, non della Cina soltanto e neppure dell’Asia, ma di tutto il mondo conosciuto all’epoca delle scoperte geografiche. Perciò abbiamo passato in rapida rassegna i rivolgimenti che in quel periodo si verificarono in Europa, e quelli sostanzialmente identici, che la storia registra per le principali nazioni dell’Asia, come la Persia, l’India, il Giappone. Resterebbero da esaminare le condizioni della Cina. Ad esse abbiamo già accennato all’inizio, rievocando l’era dei Ming, che è la dinastia regnante al momento dell’arrivo degli occidentali. Conviene completare il quadro, tenendo conto, però, della ristrettezza dello spazio [che abbiamo a disposizione nel giornale].
Testimone magnifico della grandezza della Cina fu Marco Polo che visitò il paese dal 1275 al 1291, cioè mentre regnava la dinastia mongola degli Yuan. Occorre ripetere quello che tutti sanno? Marco Polo trovò un paese molto avanzato nell’industria, nel commercio, nella amministrazione. Due secoli e mezzo prima dell’insediamento dei portoghesi a Macao, graziosamente concessa ai «barbari» di occidente dall’Imperatore, la Cina è un paese dove esiste già una classe di industriali che impiegano mano d’opera salariata nelle loro manifatture. Segno, questo, che l’industria ha assunto forme capitalistiche. Ancora più importante è la classe dei commercianti, che dispone di flotte fluviali e marittime imponenti. «Pel solo Yang-tze Kiang – scrive lo sbalordito Polo – vanno, in verità, più navi cariche di merci di gran valore che non per tutti i fiumi e tutti i mari del mondo cristiano. Il paese vanta un’avanzata metallurgia e consuma grandi quantità di carbone. Il commercio estero è sviluppatissimo e riceve nuovo impulso sotto i Ming.». La Cina importa le spezie dalle isole della Sonda e le rivende ai portoghesi, mantiene relazioni commerciali con la Persia, con l’Arabia, con l’India, col Giappone. Sotto il terzo imperatore Ming, Youg-lo (1403-1424), si intraprende l’esplorazione della Malesia e di Ceylon (6), viene conquistato l’Annam. Prima di lui, l’imperatore Qubilai aveva tentato la conquista di Giava. Marinai e commercianti cinesi si trovano in tutti i maggiori porti dell’Oceano Indiano, e si spingono fin sulle coste dell’Africa Orientale. I banchieri cinesi, come Marco Polo aveva già notato con immenso stupore, usavano largamente la carta moneta, del tutto sconosciuta in Occidente.
Ricapitolando, all’alba del secolo XVI le condizioni storiche dell’Europa e dell’Asia, considerando naturalmente gli Stati principali, sono sostanzialmente pareggiate. A parte le diverse vie seguite, a parte le accidentalità presenti nello sviluppo di ciascuno e le differenze degli organismi politici, una tendenza è comune a tutti: la tendenza al rinnovamento delle strutture sociali, all’espansione dei mezzi produttivi, alla ricerca di nuovi modi di vita sociale. In una parola, la tendenza a sotterrare il feudalesimo. Ma la dialettica storica permetterà soltanto ad un gruppo di Stati di percorrere fino in fondo il cammino intrapreso, e cioè a quegli Stati che riusciranno ad imprimere un ritmo mai visto all’accumulazione [capitalistica] primitiva, alla costruzione di grandi fortune mercantili e finanziarie che in seguito renderanno possibile la rivoluzione industriale. La grande partita tra l’Asia e l’Europa si deciderà sui mari, sulle rotte oceaniche che apriranno la strada al mercato mondiale moderno.
I persiani, gli arabi, i cinesi sono popoli che vantano antiche e gloriose tradizioni marinare. Sono popoli nei quali il commercio marittimo ha origini remote. Purtroppo, i fatti verranno a dimostrare che la loro tecnica delle costruzioni navali e la loro arte nautica sono impari allo sforzo richiesto dalla grande navigazione oceanica. Essi sono audaci al punto di spingersi da un estremo all’altro di un oceano – l’Indiano – ma si dimostrano incapaci di operare la grande impresa del collegamento degli Oceani. La realtà dell’epoca è che il commercio ha assunto un’importanza che supera le nazioni e i continenti: s’è fatto mondiale. Le sue vie restano, però, ancora terrestri. Esistono, è vero, le grandi flotte di Venezia e di Genova che si occupano del commercio Europa-Asia, ma il loro compito si arresta nel porto di Alessandria o in quelli meno importanti della Siria. Le merci provenienti dall’Asia, quando non seguono la lunghissima «via della seta» attraverso il Turkestan cinese, sono trasportate dalle flotte arabe a Suez, e di qui, a dorso di cammello, proseguono verso la metropoli egiziana. Di conseguenza, le spese di trasporto, sulle quali pesano tra l’altro le imposte gravosissime fatte pagare dai turchi che controllano le vie di accesso all’Europa, diventano insostenibili. Occorre trovare una comunicazione diretta tra i due continenti, tra i due mercati. In questa impresa l’Asia è assente; vi partecipano, invece, i nuovi Stati atlantici dell’Europa, le neonate monarchie cristiane che sono emerse da una lotta vittoriosa e tendono irresistibilmente ad espandersi.
Se i disparati principi feudali accettavano con rassegnazione il monopolio commerciale delle Repubbliche marinare italiane, le superbe monarchie che si sono insediate a Madrid, a Lisbona, a Parigi, a Londra, non sono più disposte a tollerarle, anche perché possono disporre dei mezzi finanziari occorrenti alle spedizioni oceaniche. E comincia la lotta per la scoperta e il possesso monopolistico delle nuove rotte interoceaniche. La scoperta dell’America regala immensi imperi coloniali alla Spagna e al Portogallo, ma essa non avrà influenze immediate sulla storia mondiale come la circumnavigazione dell’Africa di Vasco da Gama. Il formidabile raid Lisbona-Calicut del 1497-98 scrolla il mondo, esso segna la smobilitazione del Mediterraneo, la decadenza irrimediabile dell’Italia, l’esplosione della potenza coloniale portoghese; segna soprattutto la sconfitta dell’Asia. Ora il mondo sa chi sono i suoi padroni. E quando un’altra eroica spedizione, condotta da Ferdinando Magellano, si spinge nell’Atlantico australe, riesce a trovare il passaggio di sud-ovest e sbocca nell’Oceano Pacifico che risale fino alle Filippine, la vittoria dell’Europa è piena, è inappellabile: l’accerchiamento navale dell’Asia è completo.
La circumnavigazione del globo, negli anni 1519-1522, sanziona il primato e il predominio mondiale dell’Occidente, poco importa se dalle mani degli iberici esso passerà in seguito in quelle di olandesi ed inglesi. Cambieranno i dominatori, che la tortureranno e la spoglieranno spietatamente, ma non muterà ormai più la sorte dell’Asia: scompariranno dai mari le sue flotte, si inaridiranno le sue campagne, si spopoleranno le sue meravigliose città. E i suoi popoli piomberanno nella galera infernale del colonialismo capitalista, il più feroce e inumano che sia mai esistito. Non altrimenti si spiegano le cause del ripiegamento e della decadenza dell’Asia, e per essa della Cina.
Ma nulla accade a caso nel dominio della storia, come in quello della natura. La superiorità navale dell’Occidente non fu l’effetto di un colpo di fortuna. Nella riuscita delle spedizioni ebbe certo la sua parte la preparazione scientifica, il coraggio e la disciplina degli ammiragli e delle ciurme. Ma la verità è che la tecnica delle costruzioni navali e l’arte nautica dovevano avere maggiore sviluppo in Occidente per la ragione che la civiltà occidentale sorse sulle rive del Mediterraneo, cioè di un mare interno di facile navigazione. Proprio perché questo mare era di facile accesso a tutti i popoli che ne abitavano le coste, ogni grande potenza che aspirava a conquistare la supremazia imperiale dovette innanzitutto imporsi come potenza navale. La circumnavigazione dell’Africa compiuta dalle navi del Faraone Nino, l’imperialismo commerciale dei fenici, il colonialismo transmarino delle repubbliche elleniche, il grande conflitto tra Roma e Cartagine, le competizioni delle repubbliche marinare italiane, sono fatti che stanno a dimostrare come la lotta tra le potenze mediterranee fu soprattutto una lotta tra potenze navali.
Al contrario, le nazioni asiatiche non ebbero mai una marina da guerra capace di rivaleggiare con quella dell’Occidente. La stessa Cina non riuscì mai a stroncare la pirateria giapponese. Ciò si spiega col fatto che i grandi Stati asiatici furono costretti a spendere la massima parte delle loro energie contro le invasioni dei barbari calanti dalla parte settentrionale del continente e non ebbero ad affrontare pericoli di invasioni dal mare. L’Oceano era stato, per millenni, un baluardo insuperabile per loro come per i remotissimi popoli che abitavano l’Occidente. Ma quando l’Oceano fu violato, essi si trovarono senza difesa.
Da allora, l’imperialismo bianco è riuscito a dominare l’Asia dominando gli Oceani. Non a caso è accaduto che appena gli antichi padroni britannici francesi e olandesi ne furono scacciati, nel corso della seconda guerra mondiale le nazioni asiatiche sono risorte a nuova vita.
(1) Mongole: proprio dei Mongoli, popolazione dell’Asia centrale che nel sec. XIII fondò un grande impero estendendosi in seguito anche nell’Europa orientale; mancesi: proprio della Manciuria, regione a nord est della Cina, che oggi politicamente la comprende.
(2) Loess, o löss, termine di origine tedesca, significa roccia sedimentaria, sciolta o poco coerente, formatasi per deposito eolico, dunque dovuto al vento, in regioni predesertiche, abbondante per l’appunto soprattutto in Cina; è costituita da granuli di quarzo, calcite, i drossidi di ferro e minerali argillosi, e rende i terreni da essa costituita particolarmente fertili.
(3) «…ancora in corso»: siamo nel 1957 e, come si sa, il processo di formazione degli Stati in Asia e in Africa si è prolungato fino al 1975, con l’indipendenza dell’Angola e del Mozambico, e al 1976 con la riunificazione del Viet Nam dopo la vittoria sull’esercito americano che sosteneva il Viet Nam del sud.
(4) L’India è indipendente dal 1947 in seguito allo smembramento dell’Impero britannico delle Indie nei due dominions del Pakistan (a maggioranza islamica) e dell’Unione Indiana (a maggioranza induista); si è costituita in Repubblica federale nel gennaio del 1950.
(5) Insulindia, o arcipelago indiano. Denominazione degli arcipelaghi dell’Asia sud.orientale, in particolare dell’insieme costituito dalle isole della Sonda, dalle Molucche e dalla Filippine.
(6) Ceylon, colonia britannica fino al febbraio 1948, si rende indipendente nell’ambito del Commonwealth, e diventa Repubblica con il nome di Sri Lanka nel maggio del 1972.
Partito comunista internazionale
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