Le tesi di partito sulla questione cinese (1964)

(«il comunista»; N° 97-98; Novembre 2005)

 

 

Premessa

 

Le Tesi sulla «questione cinese» che ripubblichiamo sono state presentate alla riunione generale di partito tenuta nel luglio del 1964 a Marsiglia, intitolata: «Confluenza nella unitaria dottrina storica internazionalista dei grandi apporti delle lotte rivoluzionarie nei paesi moderni» (1). Si prendeva spunto dalla rottura che si era determinata all’epoca fra Pechino e Mosca, ossia fra il cosiddetto «comunismo russo» e il cosiddetto «comunismo cinese». A quel tempo, questa rottura veniva interpretata dai filocinesi come la dimostrazione che il maoismo - con la sua teoria della «nuova democrazia» e del contadiname come «nuova» classe rivoluzionaria - dava al movimento proletario internazionale una prospettiva molto più praticabile e «giusta» di quanto non facesse lo stalinismo, ormai arroccato sugli interessi nazionali russi.

 

 

Tutta una generazione di illusi, di piccoloborghesi radicali, di democratici insofferenti del predominio russo-americano sul mondo, si fece abbacinare da queste nuove teorie, schierandosi a favore di Pechino contro Mosca. Portava il suo contributo alla continuazione dell’opera di deviazione politica del proletariato che già lo stalinismo aveva prodotto, in una sorta di divisione dei compiti avendo come obiettivo quello di catturare ideologicamente le frange proletarie spinte a sottrarsi alla tutela del partiti legati organizzativamente, sostenuti politicamente e pagati da Mosca.

L’obiettivo di queste Tesi era soprattutto quello di ribadire, sulla base delle tesi e dei testi marxisti originari, come la prospettiva rivoluzionaria del marxismo fosse stata sconvolta e distrutta non solo dallo stalinismo ma anche dal maoismo, e che la rottura fra Pechino e Mosca non andava considerata come la rottura della frazione «rivoluzionaria» del socialismo contro la sua frazione «riformista», ma come lo scontro di interessi economici, e quindi politici, fra due Stati egualemnte capitalistici e borghesi.

Una volta dimostrato che il movimento proletario e comunista cinese, nel 1927, fu tradito dallo stalinismo e offerto a Ciang Kai-shek per essere massacrato, e una volta dimostrato che la «via nazionale al socialismo», di conio staliniano, equivaleva alla sconfitta del movimento rivoluzionario proletario e comunista e del suo internazionalismo, si trattava di dimostrare che il maoismo non era che il prolungamento della politica e dell’ideologia borghese. In Cina, Sun Yat-sen nel 1911 rappresentava la borghesia rivoluzionaria, e già allora la prospettiva del proletariato non era certo quella di fondersi con il contadiname e la borghesia nel moto rivoluzionario anti feudale e anti-dispotismo asiatico, ma quella di sostenere ed appoggiare il movimento rivoluzionario borghese in piena indipendenza politica e organizzativa; insomma come il bolscevichi in Russia nel 1905. Negli anni Trenta e successivi, dopo il massacro dei proletari a Shangai e Canton nel 1927, dopo l’eliminazione fisica del giovane partito comunista cinese da parte di Ciang Kai-shek, la prospettiva di indipendenza politica e organizzativa del comunismo rivoluzionario era a maggior ragione l’unica strada da percorrere in Cina e in tutti i paesi coloniali ed ex.coloniali che stavano battendosi contro l’oppressione dell’imperialismo straniero. Solo a questa condizione, il proletariato poteva - come insistono in modo chiaro e netto tutte le tesi sulla questione nazionale e coloniale del 1920 dell’Internazionale Comunista - egemonizzare il movimento rivoluzionario dei contadini e guidarlo verso la liberazione dai vincoli della società precapitalistica e, nello stesso tempo, verso l’aprtura di un nuovo ciclo storico, quello della rivloluzione anticapitalistica per il superamento della divisione in classi della società.

Il maoismo non fa che ribadire l’asservimento del proletariato agli interessi di classe della borghesia, non fa che stringere ancor più forte le catene dell’oppressione capitalistica che - pur nel suo vorticoso sviluppo - trasformano le vecchie forme di schiavitù feudali nella moderna schiavitù salariale. Il blocco delle quattro classi, inventato da Mao, non è che la versione «cinese» dell’ideologia borghese che ineggia al «popolo» nel quale tutti gli interessi di classe contrastanti, esistenti nella società moderna, dovrebbero trovare condizioni di equilibrio e di eguaglianza.

Queste tesi di partito del 1964 rappresentano un punto fermo cui rifarsi quando affrontiamo il tema della Cina, del suo svolgimento storico, del suo sviluppo e delle prospettive rivoluziuonarie anche in quel grande paese.

Che non sia più all’ordine del giorno la rivoluzione borghese in Cina, sia dal punto di vista dei compiti economici che politici, è ormai evidente; anche se una certa propaganda borghese è interessata a fomentare la falsa idea che laggiù vi sia... il comunismo! Ma è’ anche in ragione delle false idee che circolano continuamente sul cosiddetto «comunismo russo» e sul cosiddetto «comunismo cinese» (non parliamo poi del cosiddetto «comunismo cubano»), che noi rivoluzionari comunisti abbiamo il compito, e il dovere, di rinnovare la nostra battaglia teorica e politica contro le deviazioni dal marxismo di qualsiasi tipo esse siano: dal vecchio stalinismo e maoismo alla meno lontana nel tempo teoria delle «tre rappresentanza di Jiang Zemin con la quale si gettava alle ortiche il ruolo degli operai e dei contadini nella «rivoluzione» sostituendoli con intellettuali e tecnici come «nuova classe». Tutte, queste, «nuove» teorie di una ideologia comune - quella borghese - adattate di volta in volta ai nuovi compiti economici dello sviluppo capoitalistico in Cina e della sua posizione nel mercato mondiale. Il mercato, il capitale, il lavoro salariato, gli investimenti, sono le classiche categorie del capitalismo. Solo che applicate ad un paese come la Cina (o l’India), in un periodo di predominanza sul mondo di poche potenze imperialistiche, non fanno che prendere le caratteristiche appunto dell’imperialismo, con le conseguenze di aumento del militarsimo, del dispotismo sociale ed economico in un paese di più di 1 miliardo e 300 milioni di abitanti. Un paese che si è presentato da tempo sul merecato mondiale con la spinta e le ambizioni di grande potenza imperialistica, e che oggi entra nel mercato mondiale con potenzialità di concorrenza tali da mettere in seria preoccupazione molti dei paesi capitalistici avanzati.

Comunisti non lo sono stati mai: nè Mao, nè Ciu en-Lai, nè Deng Xiaoping, Jiang Zemin o Hu Jintao: nessun vertice politico cinese ha mai rappresentato la prospettiva rivoluzionaria del comunismo, anche se tutti si sono fregiati del nome di comunisti.Esattamente come la rivoluzione d’Ottobre aveva ridestato i moti anticiloniali - ribadiamo nelle Tesi sulla questione cinese che si leggono di seguito - così la controrivoluzione staliniana ne fermò gli sviluppi. Il conflitto cino-russo di allora non faceva che mettere in rilievo lo scontro tra gli interessi del capitalismo cinese e gli interessi dell’imperialismo russo. E lo sviluppo di entrambi, in un processo per nulla lineare e graduale, se ha ridimensionato la forza dell’imperialismo russo che non può contare più sulle sue «colonie» europee (i paesi satelliti), indebolito dalla sempre più potente erosione delle sue zone di influenza diretta da parte della concorrenza delle altre potenze imperialistiche sul mercato mondiale, ha invece in un certo senso dato una spinta notevole al capitalismo cinese. Il ritmo di sviluppo cinese mostra, ormai anche ai ciechi, il crudo volto del capitalismo: sfruttamento all’ennesima potenza del lavoro salariato: lavoratori massacrati di fatica e morti a migliaia e migliaia negli «incidenti sul lavoro» (nelle miniere in primis); salari da fame per giornate di lavoro lunghe 12, 14 ore; tenore di vita a livello minimo di sopravvivenza. Il capitale in Cina conta su una massa enorme di proletari, e di contadini costretti alla proletarizzazione: quello a cui Stalin ineggiava negli anni Trenta - il capitale umano, il cui mitico rappresentante era Stakanov - è esattamente lo steso cui ineggia la Cina moderna. Sfruttamento intensivo del lavoro umano, sfruttamento imntensivo delle risorse naturali: sotto il capitalismo vanno a braccetto, ed è per questo che la Cina, e l’India, sono tra i maggiori inquinatori del pianeta.

Ma la forzata proletarizzazione di centinaia di milioni di contadini, in Cina, e nel subcontinente indiano, è anche il segno di una obbligata via di sviluppo economico e sociale. Come affermava il Manifesto del 1848: «Con lo sviluppo della grande industria vien tolto di sotto ai pèiedi della borghesia il terreno stesso sul quale essa produce e si appropria i prodotti. Essa produce anzitutto i suoi seppellitori».

Lo sconvolgimento del mondo provocato dalla seconda guerra imperialistica non ha provocato il risveglio del proletariato alla sua rivoluzione come invece avvenne con la prima guerra imperialistica. Di segno borghese era il sostegno alla guerra da entrambe le parti: democratici e fascisti; e di segno borghese non poteva che essere la rivoluzione in Cina del 1949, che completava in verità i compiti rimasti in sospeso dal 1927. La rivoluzione proletaria è di là da venire, è rimandata in Cina come in Europa, nelle Americhe come in Africa: ma il proletariato - la classe dei seppellitori della borghesia - non solo non è sparito, ma aumenta sempre più di numero in tutto il mondo. Quel numero, oggi ancora grezza quantità, è destinato a trasformarsi in qualità di classe e in questa prospettiva lavora il partito comunista di classe, per quanto oggi siano modestissime le sue forze.

 

 


 

(1) Pubblicate in due puntate su «il programma comunista» n. 23/1964 e n.2/1965.

 

Partito comunista internazionale

www.pcint.org

 

 

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