L'Occidente democratico, un «modello» in putrefazione

(«il comunista»; N° 189 ; Novembre 2025 - Gennaio 2026)

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Il mito dell’Occidente si sintetizza in quella che è stata definita dagli stessi rappresentanti politici del capitalismo nei secoli passati (inglesi, francesi, olandesi, spagnoli, portoghesi, tedeschi, americani e, naturalmente, italiani) la civiltà moderna contrassegnata dalla liberazione dalla schiavitù, dal servaggio, dalla dipendenza dai Signori e dalla Chiesa; insomma, il prodotto dell’esplosione rivoluzionaria della libertà dalle oppressioni che caratterizzavano le società precedenti, iniziata in Europa e proseguita in America e, in particolare, negli Stati Uniti d’America. La civiltà capitalistica in America non ha dovuto combattere per qualche centinaio d’anni contro il feudalesimo, come in Europa; è stata impiantata direttamente dagli europei in una terra vasta e ricca da tutti i punti di vista, nella quale si trattava soltanto di annientare con le armi moderne (fucili, cannoni, alcol, ferrovia, tifo, vaiolo, capitali, trattati di pace mai rispettati ecc.) modi di produzione arcaici e popolazioni nomadi impossibilitate a resistere per lungo tempo al “progresso”. In effetti, già alla fine dell’Ottocento, dallo sviluppo sociale e politico della società americana, Engels poteva trarre una conclusione per quel che riguarda lo Stato che calzava perfettamente a quel che sarebbero diventati tutti gli Stati borghesi del mondo, e cioè la separazione o, meglio, la contrapposizione del potere dello Stato alla società. Nell’Introduzione all’edizione tedesca del 1891 del testo di Marx La Guerra Civile in Francia, Engels, a proposito della Comune di Parigi e della necessità rivoluzionaria di spezzare la macchina dello Stato borghese sostituendola con un nuovo organismo centralistico e centralizzatore, dopo aver detto che «La società, per la tutela dei propri interessi comuni, si era provveduta di organi propri, originariamente per mezzo di una semplice divisione del lavoro» e che questi organi «alla cui testa è il potere dello Stato, si erano col tempo trasformati, al servizio dei propri interessi speciali, da servitori della società in padroni della medesima», scrive: «Proprio in America possiamo vedere nel miglior modo come si compia questa separazione e contrapposizione del potere dello Stato alla società, di cui in origine esso era destinato a non essere altro che uno strumento. Qui non esiste dinastia, non nobiltà, non esercito permanente all’infuori di un manipolo d’uomini per la vigilanza degli indiani, non burocrazia con impiego stabile e con diritto a pensione. E con tutto questo, abbiamo qui due grandi bande di speculatori politici che alternativamente entrano in possesso del potere, e lo sfruttano coi mezzi più corrotti e ai più corrotti scopi; e la nazione è impotente contro queste due grandi bande di politici, che apparentemente sono al suo servizio, ma in realtà la dominano e la saccheggiano» (1).

Succedeva in America, ma poi le grandi bande di speculatori politici che si contendevano il potere sono diventate una realtà in tutta Europa e nel mondo. Il potere dello Stato è stato ed è lo strumento di queste bande che, entrando di volta in volta in possesso del potere, lo sfruttano con tutti i mezzi possibili, da quelli più raffinati della corruzione materiale e ideale a quelli più ruvidi e crudeli della forza, del ricatto, del crimine, della violenza militare. Lo scopo principale della contesa – che, dall’ambito ristretto degli interessi di gruppi monopolistici si espande coinvolgendo paesi e interi continenti – è lo stesso per tutti gli speculatori politici: impossessarsi di pezzi dello strumento-Stato, e dell’intero Stato, per centralizzare e coordinare i movimenti dei capitali a vantaggio di ciascuna banda. Da quando Marx ed Engels scrissero il Manifesto del partito comunista nel 1848 non hanno fatto altro che confermare, senza ombra di dubbio, che il capitalismo, nel suo sviluppo, non aveva alcuna possibilità di sfuggire alla legge economica che lo distingue da qualsiasi modo di produzione precedente e futuro: la legge della sovraproduzione che lo porta ciclicamente a crisi sempre più devastanti e a livello mondiale, crisi che distruggono non solo una gran parte dei prodotti fabbricati e messi in commercio, ma addirittura gran parte delle forze produttive già create. Quali mezzi la borghesia dominante ha escogitato per «superare» le crisi di sovraproduzione? La distruzione forzata di grandi masse di forze produttive per far posto a nuove forze produttive, la conquista di nuovi mercati sottraendoli alle borghesie concorrenti e lo sfruttamento più intenso dei vecchi mercati in cui si scontrano inevitabilmente le borghesie più forti. D’altra parte, le merci prodotte da aziende che competono le une con le altre, e in quantità sempre più gigantesche, si scontrano nel mercato sulla base dei loro prezzi più convenienti e della loro grande disponibilità, ma il mercato non è un pozzo senza fondo: raggiunto un determinato volume, le merci, che devono essere vendute a un prezzo che consenta un guadagno per le aziende produttrici, non trovano più compratori, si accumulano ai margini del mercato intasandolo. La stessa cosa succede per i capitali, questa particolare merce che per «vivere» ha bisogno di circolare a velocità sempre più alta, ha bisogno di essere investita in produzioni redditizie (che fruttino profitti, i più veloci e alti possibili), a partire dall’economia reale per finire nell’economia finanziaria.

Lo sviluppo monopolistico del capitalismo ha generato l’accumulo di enormi quantità di capitali in poche mani e in tempi sempre più ristretti, a tal punto da dover movimentare masse enormi di capitali in poco tempo affinché non deperiscano, non si distruggano. L’economia finanziaria consiste in quella parte di capitali, sempre più grandeggiante, che non trova uno sbocco diretto e immediatamente redditizio nell’economia reale, che non sopporta di dover attendere i tempi di fabbricazione, distribuzione e smercio necessari a ogni produzione di oggetti fisici, ma che, viaggiando sempre più velocemente grazie ai moderni mezzi di trasporto e allo sviluppo delle telecomunicazioni da un punto all’altro del pianeta, si è costruita una «vita parallela», del tutto fittizia e al di sopra della vita reale delle forze produttive e dei bisogni degli esseri umani. Si tratta del denaro che si occupa solo di denaro, al di sopra della produzione di beni reali; si tratta di masse di denaro, dunque di capitali, che «dialogano» tra di loro, che si sommano, si scambiano, si moltiplicano, si dividono, si distruggono a vicenda in una lotta svolta in uno spazio inventato esclusivamente per la loro vita parallela- Ma nella società capitalistica, dove qualsiasi attività, qualsiasi prodotto, qualsiasi rapporto economico e sociale dipende dalla produzione e valorizzazione del capitale, quella massa di denaro, quei capitali, incidono inevitabilmente sull’economia reale, e sulla vita reale dell’umanità. Lo spazio particolare in cui si movimentano masse sempre più grandi di capitali è costituito dalle banche, dalle Borse, dalle società finanziarie che li maneggiano certamente per mantenere in vita la produzione reale, il suo esercizio, la sua contabilità, il suo commercio e la gestione dei suoi profitti, ma che nel contempo «si muovono» al di sopra, e spesso contro, l’economia reale. I capitalisti industriali, i capitalisti agrari, i capitalisti della distribuzione, del trasporto e della comunicazione sono diventati «vassalli» del capitale finanziario, il quale, si comporta con la stessa freddezza con cui il denaro si comporta con l’essere umano: lo sottomette alle sue esigenze, lo obbliga ad agire, tenendolo in vita, emarginandolo o uccidendolo secondo il suo interesse immediato. Sua Maestà il Capitale è il dio in terra, onnipotente e onnipresente: in questa società non si muove foglia che il Capitale non voglia!

Ma il capitale, per mantenere il proprio potere sull’intero genere umano, ha bisogno di un organismo particolare che ne difenda sempre, in ogni circostanza e con qualsiasi mezzo, gli interessi generali. Questo organismo è lo Stato borghese. Non importa quale banda di speculatori politici salga, di volta in volta, alla guida dello Stato; non importa di quale Costituzione si doti e quali leggi adotti per «regolamentare» la vita sociale dei suoi abitanti: l’importante è che gli interessi generali e particolari del capitalismo siano difesi con tutta la forza di cui lo Stato dispone. Nello sviluppo del capitalismo, la lotta di concorrenza che i capitalisti si fanno costantemente è stata portata alle massime vette, al massimo dei contrasti, evolvendosi in lotta fra trust, fra monopoli, fra cartelli e fra Stati. Più questa lotta si è caratterizzata allo scopo di sopraffare i concorrenti, più si è trasformata in scontro tra Stati. D’altra parte, che cosa è lo Stato borghese se non il consiglio d’amministrazione del grande capitale che decide delle sorti non solo delle singole aziende e dei lavoratori che vi sono impiegati, ma dell’intera popolazione di ogni paese? Tutto questo come lo chiama la occidentalissima e moderna borghesia? Lo chiama Civiltà, di cui Libertà e Democrazia sono le vestali!

Questa «civiltà» è il vanto della borghesia, che da classe rivoluzionaria, che dirigeva il cambiamento generale della società da tutti i punti di vista – ma poggiandosi sempre e comunque sulle basi sociali che hanno distinto ogni società divisa in classi: famiglia, proprietà privata e Stato – facendo del modo di produzione capitalistico il modo di produzione capace di modernizzare il mondo intero, si è trasformata in una classe al servizio del capitale, delle sue leggi economiche e dei suoi interessi specifici. Non è la borghesia ad aver «inventato» il capitale, che è diventato la sua migliore arma di potere, ma è il capitale – da quando i valori d’uso sono stati trasformati in valori di scambio e il denaro è diventato lo scopo finale della circolazione delle merci fino a costituire una circolazione a se stante dando origine al valore che si valorizza – a farsi «rappresentare» dalla classe borghese, a dominare la stessa classe borghese (2).

La classe borghese è stata al centro dello sviluppo rivoluzionario delle forze produttive dal XVI secolo in poi, dalla scoperta dell’America, dalla circumnavigazione dell’Africa e dall’apertura dei nuovi mercati nell’Estremo Oriente alle conseguenti colonizzazioni, all’aumento degli scambi con le colonie e all’aumento dei mezzi di scambio, di produzione, di commercio e di trasporto, con un’impennata eccezionale dell’industria fino a trasformarla nella grande industria che, a sua volta, ha creato il mercato mondiale. Il Manifesto di Marx-Engels descrive questo corso storico con grande precisione, tirando anche le ultime conseguenze di quello che è stato ed è «il motore della storia»: la lotta di classe, lotta che porterà inevitabilmente la nuova classe rivoluzionaria, il proletariato, a conquistare il potere politico e diventare la nuova classe dominante, con una particolarità che la differenzia da tutte le classi dominanti precedenti. Questa particolarità è data dall’obiettivo storico della lotta di classe del proletariato: la trasformazione dell’economia mercantile in economia sociale, quindi la futura abolizione della divisione in classi della società.

Che la borghesia vada fiera di quelle sue lontane origini è ovvio, ma la sua storia di classe, come nelle società precedenti, consiste nella lotta contro la classe lavoratrice salariata che essa stessa ha creato per far funzionare e progredire il nuovo modo di produzione capitalistico che, senza sfruttamento del lavoro salariato – dunque del proletariato –, non avrebbe alcuna ragione di esistere.

La storia del progresso economico e sociale si è svolta tra rivoluzioni e controrivoluzioni, tra assestamenti e crisi, giungendo al punto in cui le crisi economiche e sociali che caratterizzano lo sviluppo del capitalismo porteranno inevitabilmente al punto di rottura di tutti gli equilibri con cui la società borghese cerca di mantenersi in piedi. E allora le crisi di sovraproduzione, che si susseguono ampliandosi e approfondendosi sempre più, sono destinate ad aumentare e a indurire ogni sorta di contrasto fra gli interessi particolari dei trust e dei grandi gruppi monopolisti protagonisti in un mercato mondiale che non potrà più contenere la grandissima pressione generata dai loro interessi contrastanti. Come ricordato sopra, l’intasamento dei mercati, aggravato dalla sovrapproduzione di tutti i centri capitalistici dominanti nel mondo, può essere «risolto» in due soli modi: con le massicce distruzioni provocate dalla guerra imperialista a livello mondiale, oppure con la lotta rivoluzionaria della classe proletaria che punta a conquistare il potere politico in ogni paese attraverso un potente movimento di classe internazionale.

In mancanza della lotta di classe del proletariato e del suo elevarsi a lotta rivoluzionaria, le borghesie più forti affrontano le proprie crisi economiche, sociali, politiche, come hanno sempre fatto, con mezzi economici, sociali e politici sempre più violenti, sempre più dittatoriali, imponendosi sui paesi più deboli con ogni tipo di guerra: commerciale, economica, finanziaria, politica e militare.

D’altra parte, basta dare uno sguardo agli anni successivi alla fine della seconda guerra imperialista mondiale: non c’è stato anno che sia trascorso in pace, portando il mondo più d’una volta sull’orlo di una terza guerra mondiale. I borghesi, nel tentativo di attenuare la paura del tremendo futuro di guerra e di devastazione che si prospetta, non sanno far altro che ripetere all’infinito come mantra i valori della loro civiltà: democrazia, libertà, sovranità nazionale, cooperazione, benessere generale, diritti, pace tra gli Stati. E non è un caso che queste parole siano considerate dai borghesi come i «più alti valori» del vivere civile: con esse, i borghesi tentano di elevare moralmente i loro volgarissimi valori intesi come denaro, proprietà privata, capitale, patrimonio, profitto, trasformando lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, lo scontro e la guerra tra gli uomini come inevitabili necessità perché siano raggiunte le vette di quei «più alti valori» che la borghesia ha sintetizzato nella parola civiltà moderna. Una civiltà punteggiata da crisi, guerre, affamamento e sterminio di popolazioni intere, è una civiltà di cui la stessa borghesia non può andare fiera; perciò, una volta passata la fase storica della sua rivoluzione contro le forme di schiavitù e di servaggio precedenti per cui era giustificata ogni violenza, non ha trovato altro modo, per piegare l’umanità al suo modo di produzione disumanizzante, che ridare vita alle concezioni religiose con le quali giustificare tutto ciò che c’è di male nella sua società attraverso l’intervento inspiegabile di entità ultraterrene, o di imperscrutabili geni della cattiveria e della pazzia che muoverebbero le azioni del «male» contro i desideri del «bene».

La realtà materiale della vita a cui la società capitalistica costringe l’intera umanità è del tutto spiegabile, ed è il marxismo che ha svelato il mistero della società in cui il capitalismo, cioè il suo modo di produzione, ha obbligato la borghesia a universalizzare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo facendosi sfuggire dalle mani il controllo del potente sviluppo delle forze produttive create – cioè dei mezzi di produzione e di scambio – e non riuscendo più a incanalarle nell’ordine sociale caratterizzato dai rapporti borghesi di proprietà. Il Manifesto di Marx-Engels dirà che la società borghese sviluppata rassomiglia al mago che non riesce più a dominare le potenze degli inferi da lui stesso evocate. Perciò le crisi economiche e sociali, a un certo punto dello sviluppo delle contraddizioni di cui la società borghese è intrisa, trovano uno sfogo nelle guerre guerreggiate.

Prendendo in esame ogni continente, e i conflitti principali in corso, si evidenzia che, in Europa, oltre all’attuale guerra russo-ucraina, che è seguita alle guerre in Jugoslavia, continuano ad agire tensioni che possono portare a scontri armati in Georgia, in Moldavia (Transnistria), nuovamente in Kosovo, mentre nel Nagorno-Karabakh la guerra tra armeni e azeri, appena cessata un anno fa, è sempre in procinto di riprendere. Nel frattempo, l’Unione Europea sta procedendo con grande determinazione – e il conseguente salasso per le condizioni di vita e di lavoro del proletariato – a un riarmo generalizzato che vede la Germania come primo attore, seguita da tutti gli altri, riarmo giustificato, a suo dire, dal pericolo di un attacco in grande stile da parte di una Russia sempre vista come «l’Impero del Male».

In Medio Oriente, la guerra perenne di Israele contro i palestinesi, di cui l’attuale genocidio a Gaza non è che una fase specifica, si combina con le guerre civili a diversa intensità in Siria e nello Yemen, con le tensioni mai sopite tra Israele e Iran (che comportano il coinvolgimento degli USA), con l’instabilità perenne dell’Iraq e la fragilissima situazione del Libano.

Se diamo uno sguardo all’Africa la situazione non migliora per niente. In Libia, dopo l’attacco della Nato del 2011 e l’uccisione di Gheddafi, la guerra fra Tripoli e Bengasi e le milizie di Misurata e del Fezzan non si è mai placata. Nella Repubblica del Congo la guerra dura dal 1998 e vede coinvolte tutte le maggiori potenze imperialiste, economicamente o militarmente, o su entrambi i piani, per le grandi riserve minerali del paese. Il Sahel vede incessanti conflitti armati in tutti i paesi coinvolti, dalla Nigeria al Burkina Faso al Mali, e lo scorso natale ha visto anche l’intervento militare degli USA – concordato con il presidente della Nigeria – contro l’Isis che da anni combatte contro il governo nigeriano per il controllo delle province nord-orientali del paese.

Anche nel Mozambico, a Cabo Delgado, è in corso da 8 anni un’insurrezione di tipo jihadista per il controllo delle riserve di gas di quel territorio. Dalle tensioni e dai conflitti non è esclusa l’Etiopia, che vede svanire una traballante pace dopo due anni di guerra nel Tigray ed è attanagliata dal conflitto mai risolto tra le due etnie principali, gli Oromo e gli Amhara, che si contendono le miniere e il commercio di platino, oro, opale e altri minerali, conflitti nei quali è spesso coinvolta la confinante Eritrea in sostegno dei tigrini in Etiopia. Quanto alla Somalia, la sua indipendenza del 1960, rappresentata dal lungo regime autoritario di Siad Barre, è stata messa in discussione da una guerra civile tra fazioni che non è mai finita e nella quale si sono inserite le milizie jihadiste di al-Shabaab che operano nel sud del paese e sono protagoniste di atti di pirateria contro le navi mercantili in transito nel Golfo di Aden. E non si può non parlare della Repubblica Centrafricana che, da decenni è teatro di colpi di Stato nei quali, di volta in volta, sale al potere una delle fazioni armate a seconda delle forze esterne che le sostengono, ora i libici, ora i ciadiani, o i ruandesi e i russi (attraverso le milizie che facevano capo alla Wagner), in sostanza l’intero paese è preda degli scontri tra varie milizie armate che si contendono pezzi di territorio.  

L’Africa sta diventando quello che è sempre stato il terremotato Medio Oriente, solo che ora si tratta di un continente intero che contiene una ricchezza inestimabile in minerali, petrolio, gas, in punti strategici disseminati su tutte le coste e lungo i grandi fiumi: un continente i cui paesi, nella lunga stagione delle lotte di liberazione, si sono resi indipendenti dalle vecchie potenze coloniali, ma che, mancando l’aggancio storico con la rivoluzione proletaria nei paesi imperialisti, sono ricaduti nelle grinfie sanguinose non solo delle vecchie potenze coloniali, ma delle nuove e più micidiali potenze imperialiste che si stanno spartendo il mondo: USA e Cina, soprattutto.

In questa panoramica non può mancare l’America Latina dove la politica imperialista degli Stati Uniti incide con sempre maggiore determinazione e violenza. E’ noto che la dottrina Monroe, nel 1823, chiamava l’America centrale e del sud «il cortile di casa», su cui imponeva la propria supremazia rispetto a tutte le altre potenze capitalistiche europee che non avrebbero dovuto più interferire negli affari dell’America Latina; una dottrina, a cui Trump ha recentemente modificato il nome in Donroe, ma con gli stessi obiettivi tanto più in questi tempi in cui all’indebolita Russia si è affiancata una Cina forte e assetata d’affari.

I casi, in particolare nel secondo dopoguerra, in cui gli USA sono intervenuti militarmente sono noti: Guatemala (1954), Cuba (1961), Repubblica Dominicana (1963), Cile (1973), Grenada (1983), Panama (1990) e ora Venezuela. L’unica a resistere all’assalto nordamericano è stata Cuba, ma sta rientrando nell’occhio del ciclone trumpiano dopo il rapimento di Maduro da Caracas e il suo trasferimento nelle prigioni di New York, aprendo così un altro capitolo del colonialismo statunitense fatto di dollari, di corruzione politica, di interventi militari e di sostegno a dittature, come quella di Pinochet nel 1973. Gli obiettivi dichiarati da Trump riguardano anche la Colombia e il Messico, sia dal punto di vista strettamente politico-economico sia da quello della pressione militare, sebbene non sia interesse della borghesia americana far esplodere contemporaneamente una guerra sotto casa, in America Latina, nella quale più che la penetrazione russa, che ormai si è affievolita da tempo, essa teme la penetrazione cinese che è già molto presente a Panama, in Perù, Cile, Argentina e soprattutto, con prestiti miliardari, in Venezuela, Brasile ed Ecuador.

L’orizzonte degli interessi imperialistici statunitensi comprende ovviamente anche tutto l’Oriente: da Taiwan, di cui Pechino rivendica l’appartenenza, all’Afghanistan che gli Usa, dopo la Russia, hanno tentato invano di conquistare. Un altro corno del problema è la Corea del Nord, da sempre una spina nel fianco degli Stati Uniti, prima perché protetta dall’URSS, poi perché protetta dalla Cina, di cui rappresenta un pericoloso alleato armato, sebbene nei decenni scorsi vi siano state diverse trattative, anche sulla questione nucleare, per rendere più distesi i rapporti reciproci tra Usa, Ue, Corea del Sud e Corea del Nord, trattative che, in realtà, sono rimaste sempre soltanto parole. Un altro paese tormentato da conflitti etnici e armati è il Myanmar (ex Birmania) in cui, dagli anni Sessanta del secolo scorso si sono alternati colpi di Stato, dittature e parentesi “democratiche” che non hanno mai pacificato il paese nel quale, negli ultimi anni, si sono rinfocolati gli scontri tra formazioni etnico/guerrigliere che combattono contro il governo militare centrale e si combattono tra loro per il controllo dei territori in cui tradizionalmente stanziano le minoranze etniche, una delle quali, la minoranza musulmana dei Rohingya abitante ai confini con il Bangladesh, è la più martoriata da parte di tutte le altre minoranze buddiste. Ultima, ma non meno importante, anzi, con conseguenze che possono essere molto meno locali di quel che può apparire, è la questione del Kashmir, in cui da quasi ottant’anni sono coinvolti India e Pakistan: vere e proprie guerre si sono svolte nel 1947-48, nel 1965, nel 1971 senza aver risolto le reciproche rivendicazioni territoriali; nel 1984 e, soprattutto, nel 1989, le tensioni tra i due paesi sono riprese con varia intensità fino a esplodere nuovamente in conflitti armati nel 2016-18 e ancora nell’aprile 2025, lasciando praticamente la questione irrisolta e gravida di ulteriori contrasti armati.

C’è forse qualche parte del mondo in cui non vi siano motivi di contrasto tra gli imperialismi più forti? Naturalmente no, perché anche l’Oceania rientra nella zona di interesse del Pacifico in cui sono destinati a scontrarsi Cina e Stati Uniti, senza dimenticare il Giappone che ha iniziato a riarmarsi in modo consistente in previsione proprio di quello scontro e la cui prospettiva – un po’ come per la Germania in Europa – porrà il drammatico dilemma: stare forzatamente con gli Stati Uniti, come sembra inevitabile dalla forte presenza delle sue basi militari, o rompere con loro e allearsi con la Cina scrollandosi di dosso l’imperialismo che lo ha umiliato nella seconda guerra mondiale e controllato militarmente negli ottant’anni successivi?

Ultimo, ma non meno importante, l’Artico che sta prendendo una rilevanza particolare da quando i ghiacci si stanno sciogliendo, aprendo in questo modo una via commerciale di importanza strategica e la possibilità di mettere le mani sui minerali dei fondali marini, il che coinvolge direttamente la Russia, i paesi del Nord Europa (tutti ormai membri della Nato) e, indirettamente la Cina, e che costituisce la ragione principale delle minacce di conquista, coi dollari e/o con le armi, della Groenlandia da parte degli Usa trumpiani. I motivi perché i contrasti inter-imperialistici aumentino e imbocchino la via della terza guerra mondiale non mancano certo; e più si va avanti, più si acutizzerà la crisi generale di sovrapproduzione, a fronte della quale le distruzioni di guerre come quella in Ucraina, a Gaza, in Africa o in Medio Oriente non sono più sufficienti a placare la gigantesca fame che i capitali hanno accumulato in questi ultimi decenni. Questa prospettiva di guerra mondiale, che è la summa della civiltà capitalistica, è l’unica che il capitalismo imperialista offre all’umanità, al di là e contro ogni dichiarazione che parla di negoziare una «pace», ora qua ora là, tra gli imperialismi che dominano il mondo.

Esiste un’altra prospettiva per l’umanità, ed è quella della rivoluzione proletaria internazionale che oggi può apparire come una grande fantasticheria, ma che – come avvenne in seguito alla prima guerra imperialista mondiale – potrà riprendere corpo sull’onda della ripresa della lotta di classe del proletariato in uno qualsiasi dei paesi imperialisti maggiori in Europa, nelle Americhe o in Asia, oppure, come nel 1917, in un grande paese della periferia dell’imperialismo ma nel quale il movimento del proletariato abbia avuto l’occasione storica di esprimere la sua guida politica rivoluzionaria il suo partito di classe, per la cui formazione noi, della Sinistra comunista d’Italia, lavoriamo e lottiamo da sempre.

 


 

(1) Cfr. La Guerra Civile in Francia. Introduzione di Engels All’edizione tedesca del 1891, https://www.marxists.org/italoiano/marx-engels/1871/ gcf/ introduzioneengels.htm; vedi anche 1871, La Comune di Parigi. La Guerra Civile in Francia, edizione integrale, Edizioni International Savona, 1971.

(2) Cfr. K. Marx, Il Capitale, Libro I, cap. IV - Trasformazione del denaro in capitale, Utet. Torino 1974, pp. 237-247.

 

 

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