Proteste della Generazione Z: non sarà la “gioventù” a rovesciare il capitalismo, ma il proletariato unito dietro il suo partito di classe
(«il comunista»; N° 189 ; Novembre 2025 - Gennaio 2026)
Dall’autunno del 2025, il luogo comune mediatico di una “rivoluzione della Generazione Z” ha continuato a guadagnare terreno, alimentato dalle molteplici rivolte che, dal Nepal al Marocco, dal Madagascar all’Indonesia, dal Perù al Kenya, stanno scuotendo i pilastri marci delle società borghesi “periferiche”, relativamente giovani nella loro traiettoria storica, e i cui mezzi di controllo democratico sono, di conseguenza, ben lontani dall’eguagliare il potere mistificante dei loro predecessori. Al punto che in Nepal e in Madagascar, proprio come in Bangladesh nell’estate del 2024, queste rivolte sono riuscite a rovesciare i governi in carica, non senza beneficiare del sostegno dell’esercito, che rimane il vero padrone del gioco. La moltiplicazione delle rivolte e la radicalità dei mezzi d’azione, con frequenti lotte insurrezionali contro le forze dell’ordine e incendi di edifici simbolo dell’odiato potere, hanno portato alcuni gruppi cosiddetti di estrema sinistra (1), mai ultimi in termini di opportunismo borghese, ad affermare che queste rivolte sarebbero l’ultima incarnazione della rivoluzione socialista mondiale. Anche se affermano di invocarla, in realtà stanno facendo tutto il possibile per moltiplicare gli ostacoli sul lungo cammino che permetterà al proletariato, guidato dal suo partito di classe, di ricongiungersi alla sua lotta storica, il cui culmine sarà la presa violenta del potere politico e la distruzione, con misure dispotiche, dello Stato e della società borghesi. Per quanto illusorie possano essere le prospettive di una vittoria immediata di queste rivolte, che possono, nella migliore delle ipotesi, portare solo a un cambio di leadership, la loro “viralità” – per usare un termine di moda tra gli “specialisti” del digitale – e la facilità con cui mezzi d’azione, slogan e simboli circolano ai quattro angoli del pianeta, impongono ai marxisti di non rimanere indifferenti, ma di esaminarle con l’arma della critica.
SRI LANKA, BANGLADESH, INDONESIA, NEPAL, PERÙ, MAROCCO, MADAGASCAR: UNA PANORAMICA SULLE “RIVOLTE DELLA GIOVENTÙ”
Secondo il quotidiano Le Monde, le cosiddette “rivolte della Generazione Z” sono iniziate nel 2022, per poi subire una notevole intensificazione nell’autunno del 2025 (2). La loro prima vittoria fu ottenuta in Sri Lanka dove, di fronte alla cattiva gestione economica e alla corruzione del governo Rajapaksa, alla crisi economica e all’inflazione, alle interruzioni quotidiane di corrente e alla carenza di beni essenziali, decine di migliaia di manifestanti, dopo diversi mesi di proteste, riuscirono a costringere il presidente Rajapaksa all’esilio, dopo aver precedentemente occupato il palazzo presidenziale. Queste manifestazioni interclassiste, con una forte presenza giovanile e le cui rivendicazioni, inizialmente generiche e riguardanti le condizioni di vita e di lavoro, si concentrarono infine su slogan democratici, diedero inizio a un modello classico che da allora in poi si sarebbe ritrovato pressoché identico in molti paesi.
Così, nell’estate del 2024, in Bangladesh, decine di migliaia di studenti hanno intrapreso una serie di manifestazioni di massa in seguito alla decisione del primo ministro Sheikh Hasina di aumentare le quote di ammissione al servizio civile per i membri provenienti da famiglie che avevano partecipato alla lotta per l’indipendenza della Lega Awami (3), minoranze religiose o etniche, distretti sottorappresentati o gruppi di disabili. Questa misura è stata denunciata dagli studenti come un esempio del nepotismo e della corruzione che caratterizzano il governo bengalese; è stata tanto più contestata perché costituiva un ostacolo all’accesso al servizio civile, l’unica opportunità professionale offerta a questi figli della classe media, come in molti paesi poveri dove gli Stati hanno tradizionalmente grandi difficoltà a fornire ai giovani laureati lavori corrispondenti ai loro livelli di qualificazione. Come in Sri Lanka, le mobilitazioni si sono trasformate in rivolte, costringendo l’esercito a intervenire per impedire un’intensificazione dei disordini e dell’anarchia – un timore tradizionale di qualsiasi regime borghese la cui stabilità si basa più sul bastone della repressione che sulla carota della democrazia. I militari hanno poi sacrificato acriticamente il primo ministro Hasina, incarnazione di questa classe politica disprezzata dai giovani, e hanno richiamato in vita l’icona della piccola borghesia internazionale, l’economista ed ex premio Nobel per la pace Muhammad Yunus, accontentando così i manifestanti.
Dalla fine dell’estate 2025, abbiamo assistito a un’accelerazione di questa dinamica su scala globale. In Indonesia, l’aumento delle tasse su terreni e proprietà immobiliari, insieme all’aumento dei sussidi per l’alloggio dei parlamentari, ha scatenato una serie di manifestazioni che hanno radunato fino a 100.000 manifestanti. La violenta repressione delle proteste, costata la vita a una decina di persone, tra cui un tassista motociclista, ha radicalizzato il movimento, al punto che diverse abitazioni di parlamentari e un parlamento regionale sono stati incendiati, costringendo il governo ad abbandonare l’aumento delle tasse.
Poche settimane dopo, il Nepal si è trovato ad affrontare un movimento simile in seguito alla decisione del governo “comunista” di vietare i social media, nonostante il proletariato nepalese includa quasi 2 milioni di immigrati (su una popolazione di 30 milioni), recidendo così i legami tra i capifamiglia e i loro cari in patria. Come in casi precedenti, l’inasprimento della repressione ha contribuito a un inasprimento delle proteste, trasformatesi in rivolte che hanno persino portato all’incendio del palazzo del Parlamento. Ancora una volta, l’esercito ha preso l’iniziativa, organizzando un cambio di governo e affidando il potere esecutivo a un ex presidente della Corte suprema, Sushila Karki.
Dalla fine di settembre, in Madagascar, la cosiddetta “generazione Z” ha iniziato a mobilitarsi con rivendicazioni sia socio-economiche che politiche: bloccare i tagli dell’acqua e dell’elettricità; porre fine al deterioramento dei servizi pubblici causato dalla mancanza di investimenti; porre fine alla corruzione e all’abuso di potere ecc. La decisione del governo Rajoelina di ricorrere, come al solito, alla forza per reprimere il movimento, che ha causato una ventina di morti e centinaia di feriti, si è rivelata inefficace come negli esempi precedenti. Pur consapevole della necessità di fare affidamento sull’esercito, unica forza di stabilità del paese – il che spiega la sua scelta di nominare un militare, Ruphin Zafisambo, come nuovo primo ministro –, Rajoelina è stato costretto a fuggire, beneficiando per la fuga dell’aiuto dell’imperialismo francese. Si è trovato, infatti, di fronte alla decisione di una parte dell’esercito di sostenere i manifestanti e all’ammutinamento del CAPSAT (Army Corps of Personnel and Administrative and Technical Services), il cui comandante, Michaël Randrianirina, si è autoproclamato presidente ad interim, prima di essere ufficialmente investito dalla Corte costituzionale. Ancora una volta, l’esempio malgascio dimostra che le chiavi della situazione rimangono nelle mani dell’esercito e, quindi, dell’ordine borghese (4).
Attualmente, questi movimenti continuano in Marocco, dove i manifestanti, per lo più giovani e spesso appartenenti alla classe operaia, protestano contro le disastrose condizioni economiche e sociali e subiscono una massiccia repressione da parte del governo e del potere reale, che ricorre all’incarcerazione arbitraria dei manifestanti (5). Lo stesso vale per il Perù, dove i giovani si stanno mobilitando contro la corruzione endemica della classe politica e l’aumento dell’insicurezza, in particolare nei quartieri più popolari di Lima. Prendendo l’iniziativa, la borghesia peruviana ha preferito sacrificare il suo attuale burattino, mettendo sotto accusa la presidente altamente impopolare, Dina Boluarte, eletta con un cartello di estrema sinistra insieme all’ex presidente Pedro Castillo, da lei successivamente tradito, per calmare i manifestanti senza dover affrontare le principali rivendicazioni.
Da questa breve cronaca, che avrebbe potuto anche menzionare i movimenti simili avvenuti in Kenya tra maggio e giugno 2024, contro il progetto di legge di bilancio; in Ecuador, tra settembre e ottobre 2025, dopo l’eliminazione dei sussidi al carburante, o nelle Filippine lo scorso settembre contro la corruzione, in particolare per quanto riguarda i progetti di controllo delle inondazioni, è possibile evidenziare un certo numero di caratteristiche comuni che consentono ai rivoluzionari di destreggiarsi in situazioni apparentemente diverse e singolari, evitando così la trappola dell’immediatezza caratteristica delle “analisi” della pseudo-estrema sinistra.
UN’ANALISI MARXISTA E DI CLASSE DELLA “GIOVENTÙ”
Laddove i media e il pensiero borghese vedono individui o masse indistinte, come la famosa “Generazione Z”, che si riferisce alle persone nate tra il 1997 e il 2012 e familiarizzate fin dalla nascita con l’uso delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione, i marxisti, al contrario, vedono forze sociali con interessi antagonisti, che chiamiamo classi. La “gioventù” non è una classe sociale; è divisa da confini di classe allo stesso modo degli “adulti”. In genere, essa si distingue dal resto della popolazione per una maggiore propensione alla mobilitazione e un maggiore radicalismo apparente. Questo spiega perché, storicamente, le organizzazioni giovanili dei partiti socialisti o comunisti abbiano spesso annoverato tra i loro membri giovani elementi particolarmente avanzati, come Karl Liebknecht in Germania, Amadeo Bordiga in Italia e molti dei futuri dirigenti della Terza Internazionale. Ciò è talvolta vero anche per gli studenti, che sono spesso, in determinate situazioni, i primi a entrare in lotta nei momenti di crisi e instabilità, al punto da considerarsi una vera e propria avanguardia. Questo è ciò che Lev Trotsky sottolineava già durante la caduta della monarchia spagnola, che stava per dare vita alla Seconda Repubblica: “Quando la borghesia si rifiuta consapevolmente e ostinatamente di risolvere i problemi derivanti dalla crisi della società borghese, e il proletariato non è ancora pronto ad assumersi questo compito, sono spesso gli studenti a occupare la prima linea. Durante la prima rivoluzione russa, abbiamo osservato questo fenomeno molte volte. Ha sempre avuto un grande significato per noi: questa attività rivoluzionaria o semi-rivoluzionaria implica che la società borghese sta attraversando una profonda crisi. La gioventù piccolo-borghese, avvertendo che una forza esplosiva si sta accumulando nelle masse, cerca a modo suo di trovare una via d’uscita da questa impasse, facendo progredire la situazione politica” (6).
L’assenza del proletariato come classe, che si manifesta anche con l’assenza del suo partito, apre così la strada alla gioventù piccolo-borghese per imporre i propri metodi d’azione e, ancor più, le proprie rivendicazioni. In quasi tutti i paesi in cui avvengono tali manifestazioni – paesi appartenenti alla “periferia” del capitalismo globale –, sono essenzialmente i giovani della piccola borghesia e della borghesia ad avere accesso agli studi universitari; essi si trovano di fronte al divario tra le loro aspirazioni professionali in linea con le loro qualifiche, da un lato, e, dall’altro, le limitate possibilità di queste società borghesi di offrire loro impieghi corrispondenti. Di conseguenza, questi giovani si trovano di fronte al pericolo della proletarizzazione, che cercano di evitare a tutti i costi; da ciò deriva la loro insistenza nella lotta contro il nepotismo e la corruzione delle élite politiche ed economiche, che bloccano le vie già troppo strette per ottenere posizioni di responsabilità nella società borghese. Non sorprende quindi la presenza di molti giovani di estrazione borghese tra gli elementi emersi da queste lotte come leader o portavoce. Ciò è particolarmente evidente in Madagascar, dove i principali leader del movimento appartengono tutti alla borghesia istruita, e annoverano tra le loro file persino il figlio di un ministro (!) (7).
Questi elementi, grazie alla loro migliore comprensione dei meccanismi politici e a una maggiore disponibilità a organizzarsi e utilizzare i social media, si pongono logicamente alla testa di manifestanti che, per la maggior parte, sono emarginati e condannati a lavori precari e appartengono quindi al proletariato. Riescono così a inglobare le rivendicazioni sociali ed economiche delle masse proletarie o impoverite all’interno di rivendicazioni democratiche e interclassiste, con l’unica conseguenza di relegare in secondo piano le cause originarie della rabbia
SULLE RIVENDICAZIONI ECONOMICHE E SOCIALI CHE MOBILITANO IL PROLETARIATO...
Nella stragrande maggioranza dei casi, ad eccezione del Bangladesh e, in misura minore, del Nepal, questi movimenti nascono da una genuina rabbia sociale. È in seguito alla crisi economica, alle cattive condizioni di vita e di lavoro, ai servizi pubblici fatiscenti o all’aumento del costo della vita dovuto agli attacchi antisociali del governo, che i giovani emarginati, provenienti dal proletariato o dalle classi medie proletarizzate, entrano in lotta. Sebbene la scintilla sia spesso una decisione particolarmente criticata del potere borghese, queste lotte non sono altro che l’espressione spontanea e brutale di un malcontento sociale sotterraneo, cresciuto nel corso degli anni, o addirittura, in alcuni casi, di decenni. Inoltre, queste lotte simultanee su scala globale non possono essere comprese senza prima essere inquadrate nella traiettoria economica del capitalismo contemporaneo.
Per uscire dal periodo di crisi iniziato nel 2007-2008 con la Grande Recessione, tutti gli Stati borghesi sono stati costretti a intensificare gli attacchi alla classe operaia affinché l’aumento dello sfruttamento potesse rendere nuovamente redditizia la produzione. Come abbiamo già affermato nel nostro testo sul Marocco, «il “ritorno alla normalità” degli affari (fino alla prossima crisi) gravava sulle spalle dei lavoratori salariati, ma anche dei piccoli agricoltori e di altri, schiacciati da una concorrenza internazionale implacabile che li ha ridotti in una situazione drammatica» (8). Oggi, assistiamo ancora una volta all’inizio di una nuova crisi, tanto più violenta perché è stata ritardata da una serie di rimedi temporanei e inefficaci a lungo termine, con nuovi attacchi che incombono contro il proletariato mondiale. I giovani proletari si trovano quindi di fronte a un futuro in cui le uniche prospettive concepibili sono gli attacchi antioperai, le catastrofi climatiche – particolarmente violente in un paese come il Bangladesh, ad esempio (9) – e una Terza Guerra mondiale, evento che diventa ogni giorno più certo.
Il problema principale è che queste rivendicazioni generose, ma confuse, possono facilmente mescolarsi, in assenza di organizzazioni di classe, ad altre rivendicazioni esplicitamente democratiche, cioè borghesi... ma che sono sommerse da slogan interclassisti e democratico-borghesi. Non sorprende, quindi, che in tutti questi paesi le manifestazioni si siano spostate verso slogan interclassisti di lotta alla corruzione, di cambio di governo o di migliori politiche sociali per rafforzare i servizi pubblici.
Questa predominanza di rivendicazioni democratiche può essere spiegata dalla concomitanza di due fattori che si alimentano a vicenda: da un lato, i proletari che, a causa di oltre un secolo di controrivoluzione, non si riconoscono come tali e si considerano invece cittadini; dall’altro, il ruolo preponderante che elementi della piccola borghesia colta occupano in questi movimenti, di cui si fanno portavoce. Nonostante tutte le loro generose intenzioni, portano inevitabilmente con sé i pregiudizi e le illusioni della loro classe d’origine. Incastrati tra borghesia e proletariato, si credono al di sopra delle classi. Da parte loro, sono convinti di rappresentare gli interessi dell’intero popolo contro un’oligarchia corrotta che deve essere rovesciata, più o meno pacificamente – il grado di violenza è irrilevante qui – affinché la libertà democratica possa tornare a operare.
Karl Marx scrisse pagine magistrali sul ruolo altrettanto nefasto e donchisciottesco della piccola borghesia nei movimenti popolari nella sua opera Il 18 Brumaio di Luigi Napoleone Bonaparte; sebbene questo testo abbia quasi 175 anni, per noi, dogmatici incalliti, è importante come se fosse stato scritto oggi.
Così, criticando i Montagnardi del 1848, quei “socialisti” romantici che pretendevano di rappresentare gli interessi dell’intero popolo e che fallirono miseramente nella loro lotta contro il principe-presidente Luigi Napoleone, Marx scrisse: «Nessun partito più del democratico esagera a sé stesso i propri mezzi, nessuno s’inganna con maggiore leggerezza circa la situazione. [...] il democratico, poiché rappresenta la piccola borghesia, cioè una classe intermedia, in seno alla quale si smussano in pari tempo gli interessi di due classi, si immagina di essere superiore, in generale, ai contrasti di classe. I democratici riconoscono di avere davanti a sé una classe privilegiata, ma essi, con tutto il resto della nazione che li circonda, costituiscono il popolo. Ciò che essi rappresentano è il diritto del popolo; ciò che li interessa è l’interesse del popolo. Essi non hanno dunque bisogno, prima, di impegnare una lotta, di saggiare gli interessi e le posizioni delle diverse classi. Non hanno bisogno di ponderare troppo accuratamente i propri mezzi. Non hanno che da lanciare il segnale, perché il popolo, con tutte le sue inesauribili risorse, si scagli sugli oppressori. Se poi, all’atto pratico, i loro interessi si rivelano non interessanti e la loro forza un’impotenza, la colpa è o di quegli sciagurati sofisti che dividono il popolo indivisibile in diversi campi nemici; o dell’esercito, troppo abbrutito e troppo accecato per comprendere che i puri scopi della democrazia sono il proprio bene; o di un caso imprevisto che per quella volta ha fatto andare a monte l’affare. Ad ogni modo, il democratico esce sempre senza macchia dalla più grave sconfitta, come senza colpa ci è entrato, e ne esce con la rinnovata convinzione che’egli deve vincere, non che egli stesso e il suo partito dovranno cambiare il loro vecchio modo di vedere, ma al contrario che gli avvenimenti, maturando, gli dovranno venir incontro» (10).
La piccola borghesia appare quindi come un’eterna vittima (di inganni), che si inganna con le sue illusioni ma, cosa ancora più grave, trascina con sé il proletariato. Pertanto, le sue richieste di buon governo non dipendono in ultima analisi dalla sua forza, ma piuttosto dalla maggiore o minore buona volontà dell’unico attore che detiene la chiave della situazione in questi paesi periferici con fondamenta mal consolidate: l’esercito.
IL RUOLO CENTRALE DELL’ESERCITO NEI PAESI PERIFERICI
In effetti, nella maggior parte dei paesi che affrontano le “rivolte della Generazione Z”, è l’intervento dell’esercito a porre fine ai movimenti di lotta. È il caso del Bangladesh e del Nepal, dove l’esercito, constatando le deboli fondamenta su cui si era stabilito il potere, ha preso l’iniziativa scegliendo personalmente la composizione del nuovo governo prima di farsi ufficialmente da parte per lasciare il posto alle autorità civili. In realtà, dietro la facciata di un governo civile di tecnocrati privo di vera legittimità, è l’esercito a detenere il vero potere. Questa dinamica è ancora più evidente in Madagascar, dove è stato il sostegno di una parte dell’esercito al movimento e l’ammutinamento del CAPSAT a portare alle dimissioni di Rajoelina e all’istituzione di un governo militare di transizione.
Questo ruolo politico fondamentale dell’esercito distingue i paesi periferici dai ricchi paesi imperialisti, dove la tradizione dell’oppio democratico si è costruita su secoli di esperienza. Al contrario, nei paesi periferici, la maggior parte dei quali ottenne l’indipendenza formale dopo la Seconda Guerra mondiale, fu l’esercito a prendere il potere quasi immediatamente per porre fine alle lotte fratricide tra clan borghesi e incarnare l’interesse generale... borghese, ovviamente. Solo esso aveva la forza sufficiente per disciplinare le varie fazioni borghesi contemporaneamente alle masse piccoloborghesi e proletarie che, in alcuni casi, avevano condotto una lotta insurrezionale per rovesciare il dominio coloniale. In questi paesi, dove le tradizioni democratiche non sono radicate, dove colpi di Stato ed elezioni grossolanamente truccate sono all’ordine del giorno, delegittimando il mito democratico, solo la forza organizzata, cioè l’esercito, è in grado di garantire la stabilità del paese e di mantenere l’ordine borghese. Come , per una volta giustamente, spiegò Ferdinand Lassalle in Che cos’è una Costituzione?: «L’esercito [...] è organizzato, riunito e perfettamente disciplinato, pronto a intervenire in qualsiasi momento; d’altra parte, la forza che si trova nella nazione, anche se infinitamente maggiore, non è organizzata, la volontà della nazione e in particolare il grado di risolutezza che questa volontà ha raggiunto non è sempre facilmente apprezzabile dai suoi membri; nessuno sa esattamente quanti compagni troverebbe. Inoltre, la nazione manca di quegli strumenti di forza organizzata, quei fondamenti così importanti di una Costituzione che abbiamo già discusso: i cannoni» (11).
Questa lezione, chiara per un marxista, non potrà mai essere compresa da un piccolo borghese. Questo è ciò che lo condanna eternamente all’impotenza, e con lui il proletariato, finché non troverà la forza di riconnettersi con la sua traiettoria storica e di porsi obiettivi reali. Prima di raggiungere la sua emancipazione, il proletariato dovrà percorrere un lungo cammino per riscoprire le sue tradizioni, le sue forme di organizzazione, in breve, il suo partito di classe internazionalista e internazionale che, una volta ricostituito, sarà in grado di guidarlo alla vittoria finale sulla borghesia. Le attuali lotte della cosiddetta “Generazione Z” sono espressione di rabbia sociale; tuttavia, sono ancora lontane anni luce da una vera lotta rivoluzionaria. Se sono un sintomo della futura ripresa della lotta di classe proletaria, potranno realmente contribuire a quest’ultima solo se il proletariato, approfittando dell’indebolimento dell’ordine borghese, vi trovasse la forza di entrare in lotta per i propri interessi di classe immediati. Questo avrebbe potuto essere un passo importante verso la sua riorganizzazione di classe, avvicinando il momento della vera rivoluzione che Bordiga, contro l’opportunismo che scopriva un nuovo soggetto rivoluzionario nel movimento studentesco, definiva «plurinazionale, monopartitico e monoclassista, cioè, soprattutto, senza il peggior marciume interclassista: quello della cosiddetta gioventù studentesca» (12).
(1) Si veda, ad esempio, l’Internazionale Comunista Rivoluzionaria (sic), il cui quotidiano britannico, The Communist, pubblicizzava in prima pagina “Unisciti alla Rivoluzione della Generazione Z” e affermava: “Dal Bangladesh alla Gran Bretagna, la Generazione Z sta voltando le spalle al capitalismo e abbracciando la rivoluzione (sic) e il comunismo (di nuovo sic)”. https://communist.red/wp-content /uploads/2025/09/Digital-The-Communist-Issue-35.pdf ; Italiano: https://communist.red/ generation- revolution- fight-for-your-future-join-the-communists/
(2) “La Generazione Z asiatica si ribella alle élites politiche radicate”, Le Monde, 29 settembre 2025: https://www.lemonde.fr/ en/international/ article/2025/09/29/asia-s-gen-z-rises-up-against-entrenched-political-elites_ 6745909_ 4.html
(3) La Lega Awami è l’organizzazione che storicamente ha guidato la “lotta” per l’indipendenza del Bangladesh dal Pakistan, governato dalla Lega Musulmana. Ininterrottamente al potere tra il 2009 e il 2024, guidata da Sheikh Hasina, figlia del fondatore, Sheikh Mujibur Rahman, il partito noto per l’alto livello di corruzione e la feroce repressione di ogni dissenso.
(4) Vedi la nostra presa di posizione “Esplosione sociale nel Madagascar”, 7 ottobre 2025, in htpps://www.pcint,org.
(5) Vedi la nostra presa di posizione “Rivolte in Marocco. Sul malcontento popolare cala la repressione di Mohammed VI”, 2 ottobre 2025, in htpps://www.pcint,org.
(6) Lev Trotsky, “Les taches des communistes en Espagne. Lettre à Contra la Corriente”, 25 maggio 1930, disponibile online su marxists.org: https://www.marxists.org/ francais/ trotsky/ oeuvres/ 1930/05/300525b.htm.
(7) “In Madagascar, la Generazione Z rifiuta di vedersi privata della propria vittoria”, Le Monde, 16 ottobre 2025.
(8) “Rivolte in Marocco”, cfr nota 5.
(9) Nel 2022, il Bangladesh, e in parte la confinante India, hanno subito una serie di inondazioni mettendo in pericolo milioni di persone, con decine di morti e feriti e milioni di sfollati. Cfr. https://www.ilpost.it/2022/05/22/alluvioni-inondazioni-bangladesh-india/, e il fatto quotidiano, 18/6/2022.
(10) Karl Marx, Il diciotto brumaio di Luigi Napoleone Bonaparte (1851-52), in Marx-Engels, Opere complete, vol. XI, pp. 137-138.
11) Ferdinand Lassalle, Cos’è una Costituzione?, 1862, disponibile online su marxists.org: https://www.marxists.org /english/general/ lassalle/ constitution.htm. Corsivo aggiunto.
(12) Amadeo Bordiga, Lettera a Umberto Terracini, 4 marzo 1969, disponibile online su https://www.quinterna.org/ archivio/carteggi/ 19690304_ bordiga_a _terracini.htm
Partito Comunista Internazionale
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