Ritorno al comunismo rivoluzionario di Marx e Lenin
(«il comunista»; N° 189 ; Novembre 2025 - Gennaio 2026)
I. Il capitalismo evoca la rivoluzione comunista
Instaurando il suo nuovo ordine mondiale sulle macerie dell'Europa e dell'Estremo Oriente alla fine della seconda carneficina imperialistica, la borghesia doveva proclamare con i suoi lacchè, i dirigenti dei partiti pseudo-operai, socialdemocratici e «nazionalcomunisti», che il capitalismo poteva essere riformato, che le sue contraddizioni sociali potevano essere dominate. La borghesia prometteva, puramente e semplicemente, di combattere la rivoluzione comunista rendendola superflua...
1. L'imperialismo prepara nuovamente la guerra
L'anarchia capitalistica e le crisi dovevano essere superate grazie all'intervento dello Stato nell'economia. Anche lo stalinismo propugnava una simile ricetta, suggerita dalla vecchia socialdemocrazia nell'analoga pretesa di superare il capitalismo. Teorizzando la realtà dei pasi dell'Est, esso è infatti giunto a sostenere che il comunismo non suppone più la soppressione del lavoro salariato e del mercato, come avevano sempre affermato Marx e Lenin, ma è compatibile con entrambi. Basta che lo Stato assuma il controllo giuridico delle imprese e instauri una pianificazione più o meno centralizzata, perché si possa passare al socialismo.
Ora gli esponenti del «socialismo» russo o cinese sono ogni giorno più costretti a confessare che il meccanismo fondamentale della loro società assomiglia come una goccia d'acqua a quello del capitalismo, con la sua anarchia, i suoi antagonismi di classe, e tutte le loro conseguenze.
Secondo gli ideologi dell'Est e dell'Ovest, i contrasti fra gli Stati dovevano spegnersi nell'espansione degli scambi, nella cooperazione economica e politica sotto l'alto patronato della miriade di organismi internazionali, ai quali l'ONU serve da chiave di volta: non solo, ma l'intesa fra le superpotenze doveva essere la migliore garante della pace e del disarmo universali. Ora, che cosa è avvenuto?
Nell'ultimo mezzo secolo l'intervento dello Stato nella vita economica ha fatto passi da gigante, spingendosi talvolta fino alla statizzazione. La programmazione economica e la nazionalizzazione delle imprese sono state largamente utilizzate, le spese di bilancio sono costantemente cresciute, la fissazione centrale dei prezzi e il controllo del credito e del commercio estero si sono estesi su scala generale. Questi metodi centralizzatori non sono l'appannaggio dei soli paesi di «socialismo reale» o di quelli di giovane capitalismo, che cercano così di compensare il loro ritardo sul mercato mondiale: sono ormai moneta corrente anche nei paesi ligi come a un principio sacro al liberalismo economico.
Ciononostante, l'inflazione sconvolge senza tregua gli equilibri economici e sociali sapientemente costruiti, la disoccupazione tocca punte vertiginose, i paesi più fragili sono in preda ad un indebitamento che porta dritto alla bancarotta, e la paura del domani si impadronisce degli stessi paesi imperialistici, in cui la prosperità postbellica e il monopolio del mercato mondiale avevano concesso alla classe operaia un attimo di tregua. Instabilità e insicurezza crescenti, anarchia generalizzata: ecco imporsi con più vigore che mai quelle stesse leggi del capitalismo che si pretendeva d'essere in grado d'imbrigliare!
Nei rapporti internazionali, la distensione è seguita alla guerra fredda e i paesi dell'Est hanno finito per aprirsi alle merci e ai capitali occidentali, distruggendo con ciò stesso il mito staliniano di due mercati che si diceva ubbidissero a leggi economiche diverse. Ma questo fenomeno, lungi dall'apportare la pace, si è accompagnato a giganteschi passi avanti nella corsa agli armamenti.
Oggi l'accumulazione di stock di armi termonucleari è sufficiente a far saltare in aria d'un sol colpo buona parte del pianeta. L'estensione del militarismo a tutti i paesi, anche i più piccoli e i più poveri, e lo sviluppo dei missili intercontinentali, che mettono ormai ogni paese alla portata del più remoto dei possibili nemici, hanno trasformato tutto il globo in un unico campo di battaglia potenziale.
La stessa famosa distensione non si fondava che su un cinico «equilibrio del terrore». E né l'ONU, né le innumerevoli conferenze sulla pace e sul disarmo, hanno potuto impedire che ogni disputa fra briganti imperialistici per il controllo di questa o di quella materia prima, di questa o quella posizione strategica, o che la rottura dell'equilibrio politico in seguito a questo o quel cambiamento di regime, recassero nuovamente in sé i germi di un futuro conflitto imperialistico generalizzato, in Indocina o nello Zaire, sulla frontiera cino-sovietica, in Afghanistan o in fondo al Golfo Persico, nell'Oceano Indiano o in Europa centrale.
2. Le riforme borghesi non possono impedire alla miseria di crescere
Il capitalismo ha almeno, come se ne vanta, ridotto le ineguaglianze sociali e la miseria?
Certo, il perfezionamento delle macchine e delle tecniche produttive, l'automazione e la razionalizzazione del lavoro, hanno conosciuto dopo la guerra sviluppi senza precedenti. Ma che cosa hanno arrecato ai lavoratori salariati, anche nei paesi di antico capitalismo in cui hanno visto la luce sistemi di garanzie volti ad attenuare almeno in parte gli effetti più sconvolgenti e disgustosi della condizione operaia?
Questi progressi hanno avuto per effetto generale una crescente parcellizzazione delle mansioni, un'accelerazione dei ritmi e una intensificazione inaudita della fatica fisica e nervosa, la generalizzazione del lavoro notturno e di orari completamente soggetti agli alti e bassi della produzione per il mercato, un dispotismo ancora più soffocante nella fabbrica, nel cantiere o nell'ufficio, un aumento della nocività del lavoro industriale e della vita urbana, così come una maggiore frequenza e gravità delle catastrofi dovute all'anarchia capitalistica e alla corsa al profitto.
Più spesso che alla soddisfazione dei bisogni elementari delle grandi masse, essi hanno condotto sia alla produzione di tutta una gamma di bisogni artificiali e antisociali, sia alla dilatazione di ceti parassitari ad essi legati, che aggravano la già avanzata putrefazione del tessuto della società borghese.
Parallelamente, nel mondo la percentuale di lavoratori eliminati dalla produzione cresce senza sosta, mentre la marginalizzazione e la bidonvillizzazione raggiungono proporzioni spaventose alla periferia del capitalismo, dove una concorrenza sfrenata spinge in alcuni paesi a settimane lavorative di oltre 50 e 60 ore, e mette sotto il giogo decine di milioni di fanciulli che, dall'India al Marocco o al Brasile, moriranno prima di diventare adulti per nutrire i genitori espulsi dalla produzione. L'insegnamento si è generalizzato, i mezzi d'informazione e comunicazione sono divenuti giganteschi, ma rappresentano altrettanti mezzi di abbrutimento delle masse sfruttate: la sola cultura che loro impartisce la borghesia è un'ideologia da schiavi del capitale!
Gli ultimi decenni hanno conosciuto uno sviluppo capitalistico impetuoso nel Terzo Mondo. Ma l'abisso esistente fra i paesi ricchi e i paesi poveri non cessa di allargarsi, precipitando, a detta della stessa Banca Mondiale, 800 milioni di uomini, pari a un quinto dell'umanità, in una carestia irrimediabile, nell'atto in cui l'America iperproduttiva riduce le superfici coltivate per far salire i prezzi. Le catastrofi naturali hanno buone spalle: è il capitalismo che, nel Sahel come altrove, crea la fame, e se ne nutre!
(continua nel prossimo numero)
Partito Comunista Internazionale
Il comunista - le prolétaire - el proletario - proletarian - programme communiste - el programa comunista - Communist Program
www.pcint.org