In Italia la pratica del vassallaggio è antica e sempre presente
(«il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)
La borghesia dominante italiana si è sempre divisa in due grandi fazioni: una, riflettendo la visione che è stata anche della vecchia monarchia costituzionale, mirava a che le fosse riconosciuto a livello internazionale il «diritto» di partecipare alla spartizione coloniale nobilitandola con il motto: noi, eredi dei grandi poeti, pittori, navigatori e inventori, portiamo la civiltà e il cristianesimo tra i selvaggi; l’altra, consideratasi più moderna e in linea con i tempi della democrazia parlamentare, cercava di seguire gli esempi che l’Inghilterra, la Francia, gli Stati Uniti rappresentavano nei vari periodi storici, con l’intento di fiancheggiare la grande potenza che in quel determinato periodo prevaleva, o sembrava che prevalesse, sulle altre potenze. Per ragioni storiche e geografiche, l’Italia – in parte continentale, in parte peninsulare – nel periodo medievale e in quello successivo dello sviluppo economico del capitalismo in Europa, è stata terra di conquista da parte di tutte le altre grandi nazioni in cui si erano formati i grandi Stati unitari. Mentre il Mediterraneo perdeva la sua centralità europea e mondiale nello sviluppo dei mercati e delle forze produttive a vantaggio dell’Atlantico, la borghesia italiana, inevitabilmente, perdeva l’occasione storica di svolgere lo stesso ruolo rivoluzionario svolto dalla borghesia in Inghilterra e in Francia, e uno dei motivi non secondari di questa debolezza va cercato nella presenza e nell’influenza secolare e determinante del fulcro della Chiesa che «con le sue lotte contro il prevalere eccessivo delle caste feudali e delle signorie dinastiche», generava una situazione «correntemente definita come dipendenza dallo straniero e suddivisione in molteplici staterelli semi-autonomi» (1).
Dipendere dallo straniero non è stata una «scelta», ma una condizione storica oggettiva nella convulsa e contrastata formazione degli Stati nazionali in Europa. L’influenza della rivoluzione francese si diffuse nella parte continentale del territorio italiano, che aveva avuto la possibilità di sviluppare i germi di capitalismo, presenti nell’Italia dei Medici fin dal Quattrocento, soprattutto nelle regioni del Nord, attigue alla Francia rivoluzionaria. La borghesia italiana continua il testo or ora citato, «ricevette l’idea dell’unità nazionale dall’esterno, la elaborò ideologicamente e socialmente, la diffuse tra le classi medie e, non meno di altrove, si servì delle classi lavoratrici come strumento per realizzarla. Ma tale realizzazione fu più che in ogni altro paese infelice e contorta, e la sua fama riposa sull’immenso uso di falsa retorica, di cui fu infarcito tutto il cammino obliquo e opportunista del sorgere dello Stato borghese italiano». Nel realizzare l’unità nazionale, la borghesia italiana è passata tra molteplici forme politiche (dalla teocrazia nazionale alla repubblica federale, dalla repubblica unitaria alla monarchia costituzionale), ma alla fine, la «soluzione» è stata quella più disgraziata, quella di passare attraverso lo «staterello piemontese gonfiatosi a nazione italiana», cioè di uno staterello che era servo dei grandi poteri europei, mentre la sua monarchia dalle pretese glorie militari non era che «una ditta per affittare capitali di ventura e noleggiare, a vicenda, carne da cannone a francesi, spagnoli, austriaci: in ogni caso al militarismo più prepotente o al miglior pagatore».
Con queste origini, poteva la borghesia italiana trasformarsi da serva delle potenze più prepotenti a potenza dello stesso livello e della quale le nazioni più forti avrebbero dovuto temere le iniziative? Certamente no. Ma il processo storico europeo ha dato l’opportunità alla borghesia italiana di spezzare, infine, i predomini feudali e clericali e impiantare un solido capitalismo attraverso l’arte di fare del proletariato il suo alleato più efficace e, nello stesso tempo, realizzare il suo sfruttamento più esoso. Nell’articolo citato si sottolinea questa realtà: «L’operaio italiano fu tradizionalmente il più ricco di libertà retoriche e il più straccione del mondo». Ebbene, sostanzialmente, pur diventando uno dei paesi industriali più sviluppati, l’origine bastarda dello Stato borghese italiano ha prolungato la sua attitudine a servire lo Stato straniero più forte, o la coalizione di Stati più forti del momento, in tutta la sua storia successiva. Una storia fatta, in realtà, di sconfitte militari, passate per vittorie, e di tradimenti politici, passati per pragmatica politica a difesa del miglior interesse nazionale dato l’evolversi delle lotte di concorrenza tra le grandi potenze e delle loro guerre. Senza andare agli esempi delle imprese coloniali italiane, in Etiopia o in Libia – dove l’imperialismo straccione italiano si è distinto per ferocia e disumanità – ci riferiamo qui alle due guerre imperialistiche mondiali. Nella prima, il voltafaccia nei confronti della Triplice alleanza ha atteso un anno, ma poi si è realizzato, passando dall’alleanza di guerra con Austria e Germania a quella con Inghilterra e Francia in cambio di territori rivendicati al confine nord (Trento) e al confine est (Trieste). Nella seconda guerra imperialistica il voltafaccia attese che la parabola vittoriosa della Germania nazista tendesse a flettere verso la sconfitta, per saltare sul carro anglo-americano condendo il saltafosso con la retorica dell’antifascismo partigiano ma, questa volta, abbandonando l’intero esercito di proletari, qualche anno prima lanciato a partecipare alla conquista di mezza Europa (perfino in Russia), al destino riservato a tutti i proletari nelle guerre borghesi: morire sotto i bombardamenti, nelle esecuzioni sommarie, o di freddo, di fame, di prigionia. I democratici post-fascisti hanno incolpato il fascismo mussoliniano di aver trascinato l’Italia in una guerra voluta dalla Germania nazista, dimenticando che in quella guerra imperialista la borghesia italiana intendeva comunque infilarsi, sia quando la Russia di Stalin aveva concordato con la Germania di Hitler la spartizione della Polonia firmando un reciproco «patto di non aggressione», sia quando, dopo l’aggressione tedesca, la Russia ha concordato con gli anglo-americani, in cambio di soldi e appoggio militare, di entrare in guerra al loro fianco contro le forze dell’Asse.
La borghesia italiana, che pensava di avvantaggiarsi con la vittoria dell’Asse sulle plutocrazie occidentali, sia in campo coloniale sia riprendendosi i territori che aveva venduto nel 1859 (come Corsica, Nizza, Savoia), ne è invece uscita, nonostante il cambio in corsa delle alleanze, molto ammaccata; teoricamente «vinta» la guerra, dopo aver affittato le masse proletarie, attraverso i partiti stalinizzati, agli imperialisti occidentali e aver fatto continuare la guerra sotto la bandiera della «resistenza antifascista», la borghesia italiana ne è uscita, in realtà, da sconfitta, con tutte le conseguenze sociali e politiche di sudditanza che ne derivavano.
Ma da brava urlatrice da mercato, inneggerà alla «vittoria partigiana» contro il fascismo, alla vittoria della democrazia contro il male assoluto incarnato dal fascismo, piegandosi, in realtà, alla vera forza vittoriosa della guerra: all’America, a una borghesia gangsteristica di prima grandezza che, da questa guerra non solo uscì vincitrice, ma si trasformò in una strapotenza imperialista che piegò alla dittatura del dollaro l’intera Europa occidentale affamata, come mai prima, di ricostruzione, dopo le devastazioni della guerra.
Dopo le cannonate, i bombardamenti, i campi di prigionia e i milioni di morti, arrivarono in Europa, ma in Russia, i dollari e, quindi, i debiti. Non sia mai che il capitalista investa senza calcolare il guadagno che deve tornare nelle sue tasche. Con la Russia i conti, alla fine, furono «regolati» soprattutto con la spartizione delle zone di influenza in Europa: i paesi dell’Est sotto il controllo della Russia, i paesi dell’Ovest sotto il controllo degli Stati Uniti e, naturalmente, dividendo la Germania in due, tra Usa e URSS, e Berlino, in quanto capitale e simbolo della potenza tedesca, in quattro, tra Usa, Gran Bretagna, Francia e Russia. L’Italia democratica e antifascista inneggiò ai «liberatori» americani, scrisse la Costituzione della repubblica tra le più rispettose, formalmente, dei diritti di tutti i cittadini e si genuflesse interamente a Sua Maestà il Dollaro; avrebbe mai potuto fare una cosa diversa? No, e non solo per la sua natura storica, ma perché non aveva alternative.
Nel periodo successivo, come succede sempre dopo le guerre più devastatrici, nei paesi imperialisti si rianima la struttura industriale, il capitalismo ricomincia a girare vorticosamente sviluppandosi non solo tecnicamente e tecnologicamente, ma aumentando anche la fame di mercati e di territori economici che l’imperialismo di ogni potenza statale – proprio per le caratteristiche di dominio del capitale finanziario bisognoso di essere costantemente investito per ricavare profitti e sovraprofitti in modo accelerato e in campo internazionale – tenta di sottrarre in una lotta di concorrenza che non termina mai, in guerra come in pace. Anzi, proprio in virtù della crescente lotta di concorrenza tra vecchie e nuove potenze imperialistiche, la guerra diventa il terreno su cui i capitalismi nazionali si scontrano con gli interessi del capitalismo sovranazionale, con gli interessi dei grandi monopoli e delle loro ramificazioni nei diversi paesi del mondo. Nella guerra di concorrenza che si eleva a guerra tra grandi centri monopolistici, oltre alla forza finanziaria e politica è indispensabile la forza militare che ogni Stato organizza per poter attuare la propria politica estera.
Quanto alla borghesia italiana, passata senza grandi traumi dal feticismo fascista a quello democratico e cristiano, il compito assegnatole dai veri vincitori della guerra – gli angloamericani, i cui paesi non sono mai stati invasi – è stato di organizzare un serrato controllo sul proprio proletariato perché non si riorganizzasse, ricollegandosi alle tradizioni classiste dell’inizio del XX secolo, sul terreno della lotta di classe. L’esperienza attuata durante il fascismo mussoliniano, però, non andò perduta. Tutt’altro. La borghesia fascista lasciò alla borghesia democratica una particolare eredità: la politica sociale incentrata sulla collaborazione di classe e la sua istituzionalizzazione, togliendola dalla casualità e dalla decisione volontaria di questo o quel capitalista. Seguendo i caratteri oggettivi della centralizzazione economica che il capitalismo mostra necessariamente nel suo sviluppo, si giunge alla centralizzazione politica che, col fascismo, mostra apertamente la sua forma dittatoriale, mentre con la democrazia, per ragioni di opportunismo sociale, agisce praticamente con i caratteri economici dittatoriali di cui non può liberarsi, ma vestendoli con un sistema di formalismi politici e sociali utile ad imprigionare ideologicamente e politicamente il proletariato, facendolo girare a vuoto nei suoi meandri inconcludenti, il cui risultato è la perdita dell’orientamento classista e del senso reale dei suoi interessi di classe.
Ecco dunque che lo Stato, un tempo volto a mitigare i contrasti sociali intervenendo con una politica sociale indirizzata a soddisfare, almeno in parte, le rivendicazioni delle masse lavoratrici per tacitare i loro bisogni primari, diventa sempre più la mano armata della borghesia dominante al servizio non solo dell’ordine costituito, ma degli interessi specifici della fazione borghese che in quel determinato periodo prevale sulle altre fazioni borghesi. E questa lotta tra fazioni borghesi, questo scontro tra fazioni «nazionali», collegate inevitabilmente a fazioni «internazionali» che rispondono ad interessi più alti ed estesi nel mondo, ha immediati riflessi nella lotta che la borghesia, in generale, conduce contro il proletariato nei diversi paesi. Le condizioni generali di vita e di lavoro delle masse proletarie, peggiorando e diventando insostenibili, generano tensioni sociali che portano le masse proletarie a reagire violentemente contro i capitalisti e contro il loro potere, il loro Stato.
Negli anni della prima guerra mondiale e ad essa immediatamente successivi, queste tensioni sociali fecero da base alla lotta di classe di masse proletarie che già da tempo si muovevano sul terreno dell’antagonismo di classe con la borghesia – e in Russia anche col potere zarista – presentandosi organizzate in sindacati di classe nei quali operavano anche i partiti di classe (in Russia il partito bolscevico, in Germania la Lega Spartaco, in Italia il Partito socialista e, in particolare, la sua corrente di sinistra, ecc.). In quegli anni, la guerra imperialista diventò, così, l’arena non solo dello scontro tra potenze imperialiste per spartirsi il mondo in zone di influenza modificate rispetto a quelle precedenti, ma anche l’arena della rivoluzione proletaria – a dimostrazione della posizione marxista che definisce il terreno della controrivoluzione come terreno anche della rivoluzione, naturalmente in presenza di determinati fattori favorevoli alla rivoluzione proletaria come quelli che ci furono negli anni della prima guerra mondiale. Ebbene, è proprio rispetto a quello straordinario svolto storico che la borghesia di ogni paese fu costretta a tirare delle lezioni che fino ad allora non aveva ancora preso in considerazione. Il 1848 europeo, il 1871 della Comune di Parigi, erano lontani nel tempo ed erano segnati soprattutto dalla reazione repressiva e feroce da parte dei poteri borghesi nei confronti di proletariati che avevano osato dare «l’assalto al cielo». In seguito, sepolti il ’48 europeo e il ’71 della Comune, lo sviluppo del capitalismo fu talmente grande e rapido da dare alla borghesia la certezza del suo potere non solo economico, ma anche politico. La vera sorpresa per la borghesia di tutti i paesi non fu lo scoppio della prima guerra mondiale, visto che lo sviluppo dei contrasti inter-imperialistici portava a quello sbocco, ma il sollevamento rivoluzionario del proletariato russo, del proletariato di un paese grande ma molto arretrato economicamente, il cui movimento influenzò rapidissimamente il proletariato dei paesi capitalistici avanzati d’Europa e d’America che già istintivamente era sceso, con diversi gradi di maturazione classista, sul terreno della lotta di classe e rivoluzionaria.
Ogni borghesia nazionale doveva portare a conclusione la sua partecipazione alla guerra cercando di guadagnarci il più possibile, ma nello stesso tempo se la doveva vedere con la lotta del proletariato di casa propria: doveva spegnere questa lotta, soprattutto nei paesi che stavano perdendo la guerra, come la Germania, l’Austria-Ungheria e i loro vari alleati. Ma la guerra aveva messo in movimento i proletariati anche dei paesi che la stavano «vincendo», come l’Italia.
ITALIA, UNA BORGHESIA DEBOLE MA SCALTRA
In Italia, come abbiamo tratteggiato rapidamente all’inizio di questo articolo, la borghesia dominante compensava la sua debolezza di classe nazionalmente unitaria con la scaltrezza tipica dei mercanti. Finita la guerra, il proletariato italiano mostrava una grande predisposizione a lottare sul terreno indicato dalla rivoluzione bolscevica in Russia, il terreno della lotta di classe antiborghese e antipatriottica, abbandonando il mito mortifero delle trincee per seguire l’aspirazione a non voler mai più versare il proprio sangue per il benessere dei capitalisti e del loro Stato. Nonostante l’opera opportunista svolta dal PSI e dalla CGL, prima, durante e dopo la guerra, gli strati più avanzati del proletariato italiano si mostravano decisi a imboccare la via della rivoluzione. Bisognava fermarli, bisognava deviarli, ingannarli sconfiggendo i loro reparti più decisi e politicamente saldi. E a questa bisogna non bastava la forza classica della polizia, dei carabinieri, della guardia regia; i proletari non si arrendevano. Bisognava escogitare qualche altra manovra, mettere in campo altre forze di repressione, senza abbandonare l’uso delle classiche forze militari e le forze di conservazione opportuniste.
Ed è in questo particolare frangente, mentre gli operai di Torino della Fiat, la più grande fabbrica italiana, decidono di occupare le fabbriche visto che i capitalisti non intendevano fare loro alcuna concessione, né salariale, né normativa, che si materializza l’astuzia di un liberale e anticlericale come Giolitti. Visto che il movimento di occupazione delle fabbriche non si allargava in tutto il paese, ma rimaneva isolato quasi solo a Torino, egli adottò la tattica di non far intervenire la forza militare per restituire le fabbriche ai capitalisti proprietari, contando sul fatto che il movimento si esaurisse da solo. La debolezza di questo movimento di occupazione delle fabbriche, non stava soltanto nel fatto di rimanere isolato praticamente alla sola Fiat, ma anche nell’illusione che questo esempio, di per sé, sarebbe stato seguito spontaneamente dai proletari di tutte le altre fabbriche (cosa che non avvenne) e nel voler dimostrare ai capitalisti che gli operai erano perfettamente in grado di gestire la produzione senza bisogno di essere comandati da loro. In realtà, i proletari si trovarono contro sia le forze riformiste, politiche e sindacali, che fecero di tutto per isolare questo movimento, sia la concezione tipica dell’ordinovismo, influente soprattutto a Torino, che puntava tutto sulla spontaneità pratica degli operai che, passo passo, avrebbero potuto avviare la nuova società socialista grazie alla gestione economica azienda per azienda, facendo loro mancare la visione generale della lotta rivoluzionaria che è prima di tutto politica e che punta alla conquista del potere centrale da cui, poi, intervenire nell’economia capitalistica. Inoltre, al governo di Giolitti bastò non fare arrivare alle fabbriche occupate le materie prime da trasformare per fermare automaticamente la produzione... e la sconfitta si presentò in tutta la sua forza negativa.
L’enorme delusione che i proletari provarono per questa sconfitta non esaurì completamente la loro spinta classista e rivoluzionaria, ma la indebolì parecchio. Su questa debolezza operò con più pervicacia l’opportunismo, sia a livello sindacale che a livello politico, dando in questo modo la possibilità alle milizie del nascente fascismo mussoliniano di iniziare a portare i loro attacchi alle masse proletarie non nelle grandi città, ma nelle campagne e nei piccoli centri, mostrando alla borghesia dominante che la tattica di non attaccare i proletari frontalmente nelle città dove era più salda ed esperta la loro organizzazione, ma nelle retrovie, nei reparti più periferici e meno protetti, era la tattica più efficace. Così, l’abbinata degli attacchi dei fascisti e delle coperture dello Stato su cui i fascisti potevano contare sistematicamente, costituì la «soluzione» borghese al pericolo che il movimento proletario potesse, elevando la sua lotta di difesa a lotta politica di classe, imboccare la lotta per la conquista del potere politico, come successe in Russia.
Il fascismo diventò, così, l’arma in più, tecnica e militare, dello scontro tra borghesia e proletariato, contando, come detto, sulla copertura totale da parte dello Stato. Sarebbe diventatosuccessivamente anche la soluzione politica, visto che le fazioni borghesi, pur avendo indebolito notevolmente la spinta proletaria verso la rivoluzione, prigioniere come erano della tendenza a dividersi in «staterelli semi-autonomi», non erano state capaci di unire le forze come invece avveniva nelle altre grandi nazioni. Sarà appunto il fascismo – nato senza programma politico ma solo come reazione viscerale all’insoddisfazione sociale di masse di reduci dalla guerra che non avevano trovato una sistemazione accettabile nel paese della pace post bellica –, una volta atterrato il movimento proletario da parte delle forze opportuniste socialiste e socialdemocratiche, a fissare infine un programma politico di unificazione della borghesia italiana, giungendo dove nessun’altra borghesia era ancora riuscita ad arrivare: unificare le diverse fazioni borghesi istituzionalizzando la collaborazione di classe tra proletariato e borghesia. Avrebbe ottenuto così due risultati: fare della borghesia italiana una classe nazionale come non era mai stata fino ad allora, al prezzo di dover rinunciare, da parte delle diverse fazioni, a soddisfare alcuni loro interessi particolari, e di coinvolgere le masse proletarie, dopo averle sconfitte sul terreno della lotta fra le classi, nella ricostruzione postbellica, attraverso l’attuazione di una buona parte delle rivendicazioni riformiste di cui il PSI di Turati e Treves era il portabandiera. Il sistema degli ammortizzatori sociali che tacitavano le esigenze più immediate delle masse proletarie diventerà il cavallo di Troia col quale la borghesia italiana, aderendo pienamente al fascismo, riuscirà a sconfiggere il movimento proletario nel periodo della sua massima tensione rivoluzionaria. Ma il risultato ottenuto andrà oltre l’orizzonte nazionale entro il quale agiva il fascismo mussoliniano. La sua politica sociale verrà ripresa e ristrutturata in Germania dal movimento nazionalsocialista di Hitler, che applicherà un’organizzazione sociale molto più ordinata ed efficace che – dopo un decennio abbondante di disordine sociale provocato dalle conseguenze negative per il paese della sconfitta in guerra, e dopo che la socialdemocrazia tedesca aveva fatto il suo sporco lavoro nel decapitare violentemente il movimento proletario rivoluzionario e nel deviarlo verso le illusioni di una democrazia «socialista» a portata di mano – riuscirà a ricompattare la popolazione sotto la bandiera del riscatto nazionale, facendo della forza industriale tedesca, esperta e rilanciata al massimo della sua potenzialità, la base dell’onore borghese da riconquistare a livello internazionale. Umiliate nella sconfitta della prima guerra imperialista mondiale, la borghesia tedesca e, in parte, quella italiana (che non ottenne, a guerra finita, immediata soddisfazione territoriale, soprattutto su Fiume, Istria e Dalmazia), rinacque un forte nazionalismo che ha fatto da filo conduttore per tutta la propaganda borghese che si è trasferito negli anni dai liberali, democratici e monarchici ai fascisti. Gli unici che combatterono, da internazionalisti, prima di tutto il nazionalismo di casa propria, furono i militanti della Sinistra comunista d’Italia che a Trieste pubblicava Il Lavoratore e che organizzava militanti sloveni e italiani nello stesso partito, il PSI prima, il PC d’Italia poi.
L’Italia che uscì dalla seconda guerra imperialistica mondiale, mostrò, come si legge nel testo già citato, che «la classe dominante italiana, riuscita nel saper intuire a tempo da che parte era il più forte cambiando audacemente di posto nei conflitti tra gli Stati esteri, coerentemente seguì questo sistema nel periodo fascista, ma, quando il sistema venne per la prima volta meno, determinando la catastrofe, non seppe trovare altra via di uscita che un ennesimo tentativo di aggiogarsi al carro del vincitore».
E qual era il carro del vincitore? Ma, ça va sans dire: quello di Washington al quale, d’altra parte, si legheranno tutti gli Stati europei, a partire dalla Gran Bretagna e dalla Francia, per far marciare a tutta birra i propri capitalismi nazionali. Che la «resistenza antifascista» attuata dalle formazioni partigiane sia stata considerata, dalla codarda borghesia italiana, come carta vincente della democrazia contro il fascismo – da quella stessa borghesia che quasi due anni prima, il 25 luglio 1943, non aveva saputo correre in difesa del suo Duce, mentre il movimento «antifascista» non aveva osato nulla prima dell’avvenuto crollo del fascismo – non toglie che i gruppi proletari che vi hanno partecipato, pur nella confusa coscienza politica rispetto alla vera natura del fascismo e della democrazia borghese, esprimessero un tentativo di rivincita di classe, utilizzato poi dalle forze dell’opportunismo stalinista per rafforzare un nazionalismo che la stessa classe dominante borghese italiana rivestì rapidamente con la divisa democratica e pronta a servire i nuovi padroni, dopo aver gettato la divisa fascista con cui sperava di partecipare a una spartizione coloniale dell’Europa e dell’Africa sull’onda delle vittorie militari del potente esercito tedesco. Che sfortuna! L’esercito tedesco, alla fine, non ce la fece a vincere gli eserciti Alleati, e così la borghesia italiana si rese conto che per mantenere il dominio come classe privilegiata, «sia pure vassalla di aggruppamenti statali infinitamente più forti», doveva offrire loro la vita, il sangue, gli sforzi, il lavoro della propria classe operaia;come lo aveva fatto prima, durante la guerra, ora lo faceva nella fase della ricostruzione postbellica. E quando parliamo di borghesia italiana non intendiamo parlare soltanto della classe borghese capitalistica, padrona dei mezzi di produzione e di distribuzione, padrona della terra e dell’intera produzione pronta per il mercato; parliamo anche di quegli strati di borghesia e, soprattutto, di piccola borghesia che nutrivaono e nutrono i partiti che si dicevano e si dicono operai ma che sulla loro bandiera hanno scritto difesa della patria, dell'economia nazionale, della coesione sociale! La servitù politica, storicamente caratteristica della borghesia italiana, veniva così trasmessa, senza soluzione di continuità, alle varie forze dell’opportunismo, dai riformisti classici ai socialdemocratici di tipo tedesco, dai massimalisti a parole ma riformisti nei fatti ai nazionalcomunisti che, nell’epopea dello stalinismo, hanno stravolto tutti i partiti comunisti del mondo nati negli anni della vittoriosa Rivoluzione d’Ottobre e della fondazione dell’Internazionale Comunista.
UN PRESENTE BORGHESE, COPIA DEL PASSATO
Dato questo passato, è possibile che la classe borghese dominante in Italia abbia potuto, o possa, modificare totalmente il suo atteggiamento di cronico vassallaggio verso gli Stati più forti, cancellando dalla sua storia una vergogna che l’ha segnata da duecento anni e passa? Il DNA non si cambia. Il proletariato italiano dovrà tenerne conto perché nella lotta contro questo nemico di classe si dovrà valutare con grande attenzione tutte le mosse che la borghesia di casa è pronta, e sarà pronta, ad attuare – in campo ideologico, politico, sociale, economico, culturale, religioso, militare – pur di salvare il suo privilegio di classe dominante e continuare ad opprimere la classe lavoratrice «se non come padrona assoluta, come aguzzina di nuovi padroni».
Si dirà che la situazione generale del mondo è cambiata parecchio dal 1945 in avanti e quindi anche l’Italia è cambiata. In ottant’anni si sono certamente modificate molte cose. Alle vecchie potenze imperialistiche se ne sono aggiunte altre, a partire dalla Cina, mentre alcune delle vecchie hanno perso parte dell’influenza che avevano un tempo nel mondo, come la Gran Bretagna, la Francia, la stessa Russia; Germania e Giappone, «ricostruite» dopo le devastazioni della seconda guerra imperialista mondiale, hanno rimesso in moto la loro efficientissima macchina industriale tornando per molti decenni a costituire un lucroso mercato per le merci e i capitali e a rappresentare, nello stesso tempo, dei temibili concorrenti commerciali in grado di trasformarsi – di fronte a un aumento delle tensioni mondiali – in temibili nemici militari. La lungimiranza di classe dell’imperialismo americano, con al seguito le borghesie di tutti gli altri paesi imperialisti occidentali, ha spinto gli Stati Uniti, sull’onda della vittoria nella guerra mondiale, a controllare questi due grandi nemici di ieri, sottoponendoli alla legge del dollaro e impiantando nei loro territori le più importanti basi militari della Nato. La stessa cosa è avvenuta anche per l’Italia, non tanto per il timore che Roma potesse rappresentare un concorrente economico e militare all’altezza di Berlino e di Tokio, quanto per il fatto che la penisola italiana, per la sua posizione centrale nel Mediterraneo, costituiva e costituisce una strategica posizione per il controllo, aereo e navale, di tutti i paesi bagnati dal Mediterraneo e, soprattutto, di tutti i paesi del Vicino e Medio Oriente gonfi di petrolio e di gas naturale indispensabili per il funzionamento della macchina industriale di ogni paese capitalista. La rinascita delle potenze imperialistiche in Europa dopo il 1945 attraversa varie tappe che coinvolgono direttamente anche l’Italia. Nel 1951 tra Francia, Germania Ovest, Italia, Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo nasce la CECA. Si crea così un mercato unico per il carbone (all’epoca, la principale fonte per produrre energia) e l’acciaio (fondamentale per la produzione di macchinari e armamenti); questa iniziativa non andava contro il disegno politico degli Stati Uniti in quanto, da un lato, inglobava la Germania ovest in un concerto di nazioni indebolendo la sua autonomia economica e politica e, dall’altro, si formava un primo blocco di interesse da contrapporre all’influenza dell’URSS che, pur concordando con gli Stati Uniti il controllo sull’Europa e il suo proletariato, si era imposta nella Germania est e in tutti i paesi dell’Europa orientale, cosa che per l’Occidente anglo-francese rappresentava una minaccia più della Germania. Ma lo sviluppo del capitalismo in Europa, ringiovanito dalla guerra, richiedeva in realtà qualcosa di più che un limitato mercato unico del carbone e dell’acciaio. Infatti nel 1957 si costituisce la CEE, la Comunità Economica Europea, la cui prospettiva finale vedeva la costituzione di un mercato unico europeo occidentale, base di una immaginata futura unione politico/monetaria. Come nei periodi storici precedenti, la Germania – la cui riunificazione rimaneva un obiettivo della borghesia tedesca – tornava a rappresentare il nodo intorno al quale si sarebbero svolti gli sviluppi politici ed economici dell’Europa.
Nella prospettiva degli «europeisti» vi era l’obiettivo futuro di una sorta di «Stati Uniti d’Europa», prospettiva alimentata dall’allagamento della Comunità Europea a molti altri Stati, compreso il Regno Unito (1985); nel 1993, infatti, si costituì formalmente l’Unione Europea. Non furono pochi i contrasti interni nei diversi campi, dall’agricoltura all’industria e alle banche, per non parlare dei vari tentativi di creare un esercito «europeo» (da parte di Francia e Germania) che non videro mai un minimo di concretezza, et pour cause! L’esercito è la forza militare di uno Stato unitario e l’Unione Europea è stata ed è tutto fuorché una Stato unitario; i contrasti inter-imperialistici mai eliminati sono lì a dimostrarlo. A questo proposito, il Regno Unito nel 2020 ha abbandonato la UE, e la sua uscita non è stata compensata, né dal punto di vista economico né da quello politico, da altri paesi della periferia europea che fanno parte della rosa di candidati all’adesione. Un risultato importante però è stato raggiunto da questa lunga e complessa operazione «unionista», soprattutto dopo la riunificazione della Germania, il crollo dell’URSS e la corsa dei paesi dell’Europa orientale ex satelliti dell’URSS a diventare satelliti dell’Unione Europea e della Nato.
Spinti dalla necessità di rafforzare la propria forza economica e finanziaria nei confronti degli Stati Uniti, della Russia post sovietica e anche nei confronti delle nuove potenze imperialiste, come ad esempio la Cina, la gran parte dei paesi della UE sono passati dalle monete nazionali alla moneta unica, l’euro che, dal 2002 a oggi, ha visto l’adesione di 21 dei 27 paesi che fanno parte della UE. Ma anche in questa operazione monetaria, insieme ad altri paesi della «periferia europea» (guarda caso del sud Europa), l’Italia ha in realtà subito i diktat di un sistema economico molto più potente, incentrato non a caso sulla Germania e i suoi satelliti. In pratica, il Trattato di Maastricht del 1992, sulla cui base è stata costruita l’Unione Europea, prevedeva una serie di obblighi per ogni paese, come: l’inflazione non doveva superare l’1,5%, era vietata la svalutazione, il disavanzo pubblico non doveva superare il 3% in rapporto al PIL e il debito pubblico non doveva superare il 60% del PIL. In pratica, anticipando l’unificazione monetaria con questi criteri, rispetto all’unificazione fiscale e politica (molto più complicata e foriera di contrasti), si confermavano gli squilibri tra i paesi europei della periferia e quelli della zona core, cioè rispetto a quelli mitteleuropei; di fatto, una eguaglianza formale si abbinava con una dipendenza politica sostanziale.
Come descritto da Lenin nel suo Imperialismo, lo sviluppo economico del capitalismo, viaggiando sulla costituzione di monopoli sempre più forti e internazionali, porta con sé l’aumento dei contrasti sia economici che politici, e quindi militari, tra i diversi centri monopolistici dei cui interessi gli Stati sono gli esecutori. La concorrenza capitalistica, con la costituzione dei monopoli, non è scomparsa, si è semplicemente alzata di livello, spostando i risultati della lotta di concorrenza agli scontri non solo di carattere economico tra centri monopolistici, ma anche di carattere militare tra Stati. Il fatto che per 45 anni, fino alle guerre jugoslave del 1991-99, non vi siano stati scontri militari dentro i confini geografici europei (mentre si svolgevano in tutti gli altri quadranti del mondo), non contraddice la tendenza generale dell’imperialismo ad acutizzare i contrasti tra le diverse potenze che dominano sul mercato mondiale spingendole a continuare la rispettiva politica estera coi mezzi militari. L’esplosione dell’ex Jugoslavia, immediatamente successiva all’esplosione dell’impero sovietico (1989-1991) (2), ha consentito alle potenze occidentali di accelerare la spartizione delle aree di influenza nell’Europa dell’Est in cui investire forza politica, capitali e riaprire una più diretta colonizzazione dei territori dell’intera Europa orientale, Balcani compresi. Ed è chiaro che la borghesia italiana si sentiva direttamente interessata a questa spartizione, non solo per la contiguità geografica con i Balcani occidentali che si affacciano sul mare Adriatico, ma anche per non rimanere esclusa da possibili vantaggi economici e politici a causa del pesante intervento della Germania volto a legare alla sua economia e alla sua influenza politica il maggior numero dei paesi dell’Est Europa e, nella ex Jugoslavia, in particolare di Slovenia e Croazia. L’occasione che la borghesia italiana prenderà al volo – nel vero senso della parola, con i propri bombardieri – sarà data dalla decisione degli Stati Uniti, in veste di Nato, di intervenire militarmente contro la Serbia, nel 1999, nella guerra in Kosovo. Ma facciamo un passo indietro.
LE GUERRE NELLA EX JUGOSLAVIA RIAPRONO LA VIA DELLA GUERRA IN EUROPA…
Allo scoppio della guerra nella ex Jugoslavia ha contribuito senza dubbio la pressione della Germania, ormai «riunificata» e desiderosa di dimostrare di essere non solo potenza economica ma anche politica, sulla Slovenia e sulla Croazia perché dichiarassero la propria indipendenza, andando, in questo modo, a scontrarsi con la Serbia – la repubblica più grande e popolosa della ex Federazione jugoslava – che non intendeva perdere il controllo che aveva sulla Jugoslavia titina. Il rischio, per la Serbia, era di fare la parte del vaso di coccio tra vasi di ferro (Germania e Nato da un lato e, dall’altro, Russia, per quanto ammaccata dopo il crollo dell’URSS, ma che tendeva a utilizzare la sua storica influenza sulla Serbia per mettere i bastoni tra le ruote all’avanzare degli imperialismi occidentali). Nel quadro generale del disfacimento della ex Jugoslavia, l’Italia percepiva chiaramente il pericolo di perdere quel minimo di rapporti politici ed economici che le avrebbero permesso di sedere ad un tavolo negoziale «europeo» in cui, appoggiandosi alla Francia e all’Inghilterra (che avevano anche loro interesse a non far scoppiare i conflitti etnici tra sloveni, croati, serbi, bosgnacchi, mai sopiti, in realtà, durante il regime di Tito), si cercava di contrastare l’avanzata dell’influenza economica e politica della Germania nell’Europa orientale e nei Balcani. Le cose andarono in modo completamente diverso, perché, certi dell’appoggio della potenza tedesca, Slovenia e Croazia presero l’iniziativa di rendersi indipendenti da Belgrado e di sostenere una guerra contro la Serbia che mosse il suo esercito (che contava sul sostegno in armamenti e in fonti energetiche da parte di Mosca, ma niente di più) per contrastare la disgregazione della Jugoslavia.
Come in ogni guerra condotta nei Balcani, non mancarono massacri e sterminii, soprattutto tra croati e serbi (che richiamavano quelli messi in atto durante la seconda guerra mondiale soprattutto da parte degli ustascia croati), ma che, dal 1992 al 1995, per oltre tre anni, si concentrarono in Bosnia Erzegovina dove, nel conflitto tra serbi e croati per spartirsela, nel luglio 1995, si consumò per mano dei serbi il massacro a Srebrenica – una delle città bosniache in cui le famose «forze di pace» dell’ONU, in questo caso un contingente di soldati olandesi, avevano il compito di proteggerne gli abitanti, ma che non mossero un dito – di 8.400 civili musulmani in una delle tante operazioni di pulizia etnica che caratterizzarono tutti gli anni Novanta nella ex Jugoslavia, la cui coda si manifesta ancora oggi in Kosovo. Nelle guerre jugoslave, che hanno scosso ulteriormente gli equilibri imperialistici in Europa, non si trattava soltanto, da parte di Washington e dei paesi della Nato, di tenere a bada la Russia e i suoi vecchi alleati (come la Serbia, appunto); una Russia che era stata ferita gravemente dalla crisi epocale che ne distrusse l’impero costruito sulla seconda guerra mondiale, ma che non ne distrusse la politica imperialistica sempre pronta ad approfittare di ogni occasione in cui far pesare la sua forza militare e il suo arsenale di bombe atomiche pari soltanto a quello americano. Sul finire di quelle guerre, una volta che Croazia e Slovenia si erano ormai definitivamente staccate, infilandosi sotto la protezione della Germania, rimaneva da risolvere il nodo rappresentato dalla Serbia. E qui l’Occidente democratico, amante della pace e delle buone relazioni tra i popoli, fondatore dell’ONU e fornitore dei miliardi necessari per inviare i caschi blu in tutte le zone di guerra che gli stessi imperialisti scatenano direttamente o per interposto vassallo, ha dimostrato quanto valgano le risoluzioni, concordate e votate a maggioranza, la cui attuazione dovrebbe provocare la fine di ogni guerra e l’inizio dei negoziati di pace. L’esempio del peso inconsistente che le risoluzioni ONU hanno sempre avuto è fornitoda sempre dallo Stato di Israele e dalla sua guerra contro i palestinesi e tutti gli Stati e le milizie arabe che nei decenni hanno «appoggiato» la loro lotta: non una delle risoluzioni ONU, dal 1948 in poi, è stata mai rispettata né da Israele né dai suoi protettori, a cominciare dall’Inghilterra per finire con gli Stati Uniti. La costituzione dell’ONU alla fine della seconda guerra mondiale e la sua ipocrita attività miravano a gestire i contrasti interstatali ereditati dal periodo precedente in cui si erano formati i fattori che avrebbero portato alla seconda guerra mondiale, e a evitare innanzitutto un’altra guerra mondiale, intervenendo in tutti i casi in cui scoppiavano contrasti forti o guerre locali.
Ma le guerre che hanno caratterizzato tutti i decenni successivi al 1945 hanno dimostrato che la vera funzione dell’ONU, diretta dalle potenze imperialiste fin da allora più decisive al mondo, è quella di ingannare i popoli e i proletariati di ogni paese. Come ogni Stato borghese è innanzitutto al servizio del capitalismo nazionale, così l’ONU è innanzitutto al servizio del capitalismo internazionale: è la faccia «buona» degli imperialisti guerrafondai e oppressori chiamata a svolgere il compito che i parlamenti democratici svolgono in ogni paese: rivestire, con la propaganda del «diritto internazionale» e delle relazioni di «buon vicinato» da parte di tutti i paesi, i capitali che viaggiano da una parte all’altra del globo provocando diseguaglianze, oppressioni, stragi e guerre, perché siano recepiti invece come portatori di pace, di benessere, di libertà, di progresso.
… E L’ITALIA CI SI INFILA ANIMA E CORPO
Pace, benessere, libertà, progresso sarebbero i motivi per i quali l’alleanza militare chiamata Nato è intervenuta nella guerra jugoslava, e precisamente contro la Serbia con il pretesto di difendere il «diritto» del Kosovo di rendersi indipendente da Belgrado. In che cosa è consistito l’intervento militare della Nato? Nel bombardare la Serbia, e Belgrado in particolare, per 78 giorni di seguito, anche con bombe all’uranio impoverito. Di fatto, l’intervento militare della Nato che, teoricamente, dovrebbe intervenire militarmente in difesa di un paese membro aggredito da altri paesi non membri dell’Alleanza Atlantica, in realtà straccia le sue stesse regole e passa direttamente in guerra contro la Serbia per interessi che non hanno nulla a che fare con il «diritto» dei Kosovari all’autodeterminazione, ma che hanno molto a che fare con la colonizzazione.
Bombardare la popolazione civile del «nemico» del momento per metterlo in ginocchio è un metodo super utilizzato durante la seconda guerra imperialistica mondiale; è entrato a far parte della tattica militare da usare sempre e comunque, al di là della sua evidente crudeltà senza preoccuparsi del fatto che siano accusati di «crimini di guerra» da parte dell’ONU o della Corte Penale Internazionale i capi militari e politici ritenuti «responsabili» di tali crimini. All’operazione di guerra contro la Serbia, l’Italia ha partecipato anima e corpo, pur non essendo stata mai attaccata da Belgrado. All’epoca il governo italiano era guidato da Massimo d’Alema – figlioccio di Berlinguer – e aveva come vicepresidente del consiglio e ministro della difesa Sergio Mattarella, che sarebbe diventato presidente della Repubblica e primo difensore della Costituzione «nata dalla resistenza» (che, nei suoi «Principi fondamentali», all’articolo 11, dichiara che «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali»).
Come abbiamo sempre sostenuto, la Costituzione borghese è intrisa di principi e di dichiarazioni altisonanti che servono soltanto per ottundere il cervello del popolo, e dei proletari in particolare, in modo che i gruppi di politicanti che governano il paese – non importa se «di sinistra» o «di destra» – possano attuare la politica indirizzata a difendere gli interessi di classe della borghesia soprattutto quando ci sono di mezzo rapporti internazionali considerati vitali per il suo dominio nazionale che, come ricordato sopra, se non può essere esercitato come unica padrona del proprio destino, lo esercita come aguzzina al servizio dei propri padroni che, in tutti i decenni che sono trascorsi dall’8 settembre 1943 in poi, sono rappresentati soprattutto dagli Stati Uniti d’America.
(1- Continua)
(1) Cfr. La classe dominante italiana e il suo Stato nazionale, (Tesi della Sinistra comunista), pubblicato nell'agosto 1946 nell'allora rivista di partito "Prometeo"; ripubblicato nel 2024 in "Tesi e testi della Sinistra comunista, secondo dopoguerra 1945-1955", fascicolo n. 6.
(2) Cfr. Con lo sfascio dell’URSS è incominciata una nuova spartizione del mercato mondiale, «il comunista» n. 30-31, dic. 1991-marzo 1992)
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