Ritorno al comunismo rivoluzionario di Marx e Lenin (2)

(«il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)

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3. E' IMPOSSIBILE DOMINARE L'ANARCHIA DEL MERCATO

 

Ma perché esistono queste leggi barbare e inumane, che schiacciano le classi sfruttate sotto il peso del loro stesso lavoro e producono i loro effetti disastrosi con la stessa regolarità con cui la terra gira intorno al sole?

Perché il capitale è per natura inseparabile dal lavoro salariato, senza il quale non può vivere, del quale è la necessaria controparte. Esso si appropria, sotto forma di plusvalore, l'essenziale del lavoro eseguito da un numero considerevole di operai. Questi ultimi, i proletari, essendo spogliati di tutto, essendo privi di riserve, sono costretti per vivere a vendere la loro forza lavoro ai detentori del capitale, che concentrano i mezzi di produzione. In questo scambio, essi non ottengono che un salario equivalente ad una piccola parte del lavoro eseguito. E, come se non bastasse, nella sola misura in cui il loro lavoro è utile al capitale!

Ora il capitalismo non può esistere senza una moltitudine di capitali, che appaiono nella forma di imprese in reciproca concorrenza, siano esse private, statali, o perfino "socialiste".

Nessuna impresa può sopravvivere senza realizzare un profitto. Questo profitto è tanto più sostanzioso, quanto più l'impresas è competitiva sul mercato, il che le impone di investire sempre più della vicina. Il guaio è che tutte le imprese fanno altrettanto. Ne segue che, in confronto al lavoro passato investito sotto forma di macchine e materie prime, la parte del lavoro di nuova creazione, sola fonte del valore, tende a diminuire; quindi il tasso di profitto generale dell'economia tende a cadere. E a ciò le imprese reagiscono sfruttando di più i rispettivi operai, accaparrandosi una parte maggiore della ricchezza prodotta.

Assetato di plusvalore, il capitale può assicurare il suo funzionamento solo a prezzo di una guerra quotidiana condotta dalle sue orde di burocrati, sbirri politici e lacché di ogni genere contro la classe operaia, contro i suoi tentativi di migliorare la propria sorte, le proprie condizioni di esistenza e di lotta. L'abisso tra sfruttati e sfruttatori non può, quindi, che approfondirsi di giorno in giorno.

Basta, tutto ciò, per trarre d'impaccio il capitale? No, perché il risultato di questa febbrile attività investitrice è che, a un certo punto, la società si trova con troppe merci giacenti in magazzino: troppe non in assoluto, perché nello stesso tempo le grandi masse non hanno l'essenziale per vivere; ma troppe a paragone delle capacità di assorbimento del mercato. Essa possiede troppe braccia; troppe non in generale, perché le macchine esistono pure e le giornate lavorative sono fin troppo lunghe, ma in confronto al fabbisogno in manodopera dell'industria. E, non riuscendo a realizzarsi, il capitale diviene anch'esso eccedente, e il profitto, malgrado tutti gli sforzi, continua a precipitare. Quale, allora, la soluzione? Che il capitale investito sia abbastanza svalutato, la forza lavoro abbastanza deprezzata, quindi il tasso di profitto abbastanza ristabilito, perché l'economia si lanci in un nuovo frenetico ciclo di accumulazione, a costo di una pressione ancora più forte sulla classe operaia del mondo intero e di una miseria ancora più acuta per le masse sfruttate dei paesi soggetti.

Cercate dunque di dominare questa anarchia mediante il controllo dello Stato! Forse, in una certa misura, disciplinerete la concorrenza sul mercato interno, sebbene a prezzo di una ipertrofia burocratica. Ma poiché le economie nazionali restano reciprocamente concorrenti, la guerra di tutti contro tutti risulterà trasferita su un piano più alto, sul mercato mondiale, dove si affrontano i grandi trust internazionali, privati o pubblici, che sono concorrenti dotati di mezzi infinitamente superiori a quelli delle imprese locali, perché dispongono di macchine statali servizievoli, di flotte di guerra e di stock di missili per far valere i loro interessi. Così, la concorrenza economica fra aziende si trasforma in concorrenza generale fra gli Stati, cioè la rivalità di appetiti non soltanto economici e commerciali, ma diplomatici, strategici, militari.

Diventa una lotta su tutti i fronti per le zone d'influenza e le riserve di caccia, che conoscono necessariamente uno sviluppo ineguale per capacità economiche e potenza degli Stati, il che è vero per ciascuna di esse nel proprio seno, come per le une nei confronti delle altre.

La Germania e il Giappone, capri espiatori dell'ultimo maxsacro imperialistico, sono stati ieri spoliati e depredati; eppure, eccoli di nuovo minacciare l'orgogliosa America sui suoi mercati traboccanti di merci, mentre la zona russa, supermilitarizzata per controbilanciare la potenza degli Stati Unitii, continua a manifestare una penuria almeno relativa di capitali. Così, sul terreno del capitalismo, solo una nuova guerra può, in fin dei conti, permettere la ridivisione generale del globo indispensabile per un nuovo balzo in avanti delle forze produttive.

E qual è l'effetto di questo modo di risolvere le crisi? Quello stesso che già denunciava nel 1848 il Manifesto del Partito Comunista: l'effetto di «preparare crisi più estese e più violente e ridurre i mezzi per prevenirle».

 

4. I DIRITTI BORGHESI SONO UNA MISTIFICAZIONE PER LA CLASSE SFRUTTATA

 

E' in nome della democrazia contro il fascismo che, con l'appoggio completo dell'Internazionale stalinizzata, il proletariato mondiale venne travolto nella seconda carneficina imperialistica, mentre da parte sua, nella Germania nazista, la borghesia giustificava la guerra con la difesa di un sedicente socialismo nazionale contro l'imperialismo delle «democrazie plutocratiche» e la borghesia giapponese pretendeva di emancipare l'Asia dal giogo degli imperialismi bianchi

Alla fine della seconda guerra imperialistica, si proclamò che la conquista ininterrotta di nuovi diritti, di maggiori libertà, e dell'eguaglianza giuridica, avrebbero permesso di risolvere senza urti, senza violenze, sotto l'alto patronato dell'ONU e della sua dichiarazione universale dei Diritti dell'Uomo, i contrasti fra le classi e fra gli Stati, fra individuo e società. Lo stesso falso socialismo russo finì per aderirer a questa tesi con il celebre XX congresso del PCUS, la sua coesistenza pacifica, le sue vie democratiche, parlamentari e nazionali al socialismo.

Che cosa in realtà significi, in regime capitalista, l'eguaglianza dei diritti, ne ha dato ampia conferma l'ondata antimperialstica del secondo dopoguerra. Essa ha dovunque vibrato un poderoso colpo di frusta alle forze produttive. Ma la conquista dell'indipendenza e l'eguaglianza giuridica fra le nazioni nell'ONU hanno forse soppresso la realtà di fatto che il capitalismo soffoca entro i suoi confini nazionali?

Tutt'altro. Mai l'accaparramento da parte dei grandi imperialsimi delle principali materie prime è stato così completo, la massa degli investimenti imperialistici così gigantesca, l'indebitamento internazionale così enorme - al punto che numerosi paesi devono sottoporsi ad una vera e propria dittatura delle grandi banche di un pugno di Stati e del Fondo Monetario internazionale, che dettano loro fin nei minimi particolari la politica economica, finanziaria, sociale, quindi anche poliziesca, da seguire. L'Egitto e il Perù, la Turchia e il Senegal, ne hanno già fatto, prima di tante altre nazioni, la triste esperienza.

Mai, non v'è dubbio, le maglie delle reti diplomatiche e militari che avvolgono tutti i paesi della terra sono state così strette, mai la funzione dell'eguaglianza delle nazioni è stata così clamorosamente smentita.

Ma come potrebbero sfuggire ad una simile morsa, i paesi che da poco hanno raggiunto un'esistenza nazionale indipendente, quando sono condannati al vassallaggio politico perfino vecchi e potenti Stati capitalistici ed imperialistici come la Germania e il Giappone, l'Inghilterra e la Francia per non parlare dell'Italia?

Che cosa significhi l'eguaglianza giuridica fra i lavoratori, ne fanno ogni giorno la tragica esperienza l'Intoccabile indiano, il Nero statunitense, l'operaio immigrato in Europa, in America o altrove, la donna proletaria che subisce la doppia schiavitù della fabbrica e del lavoro domestico, e innumerevoli altri sfruttati in tutto il mondo.  Che valore hanno, in effetti, le proclamazioni di principio e le garanzie costituzionali, di fronte alla realtà del capitalismo, che poggia sulla concorrenza fra lavoratori e, di fatto se non di diritto, coltiva tutte le antiche superstizioni, tutte le millenarie differenze di casta o di razza, di nazionalità o di sesso, di età o di cultura e formazione professionale, per opporre gli uni agli altri gli operai?

E, soprattutto, l'eguaglianza tra sfruttatore e sfruttato, che gigantesca mistificazione! Il contadino indio del Messico pesa ben poco, a paragone del proprietario del suolo; il «muso nero» sudafricano pesa ancor meno di fronte al padrone della compagnia mineraria. E, nonostante tutti i diritti e le garanzie che lo appesantiscono, qual è il peso effettivo nello Stato dell'operaio americano, se mai si ribella al manager di uno dei poderosi trust internazionali?

Quanto pesano, in confronto a questo padrone, perfino migliaia e migliaia di suoi fratelli? E' vero che la legge stabilita dai rappresentanti del popolo sancisce il diritto di sciopero; ma, se passa loro per la mente di farne uno appena appena serio, un uso cioè che leda gli interessi del capitale, la stessa ha previsto di scatenargli contro, nel modo più democratico del mondo, interi reggimenti di funzionari e giudici, di poliziotti e guardie federali e locali, di agenti privati e se occorre di killers, che provvedono a completare l'opera di sabotaggio svolta da coorti di burocrati sindacali con un piede nel governo e l'altro nella malavita; il tutto, per far rispettare la sacrosanta libertà di lavoro!

Le famose libertà di stampa e di riunione sono un'ipocrisia innominabile perfino nelle democrazie più liberali, dato e non concesso che la legge non provveda a limitarle. Non è mai stato necessario tanto capitale per lanciare un periodico, come al giorno d'oggi.

Mai il monopolio dei mezzi d'informazione, soprattutto con la radio e la televisione, si è racchiuso in un numero così esiguo di mani. La concentrazione della proprietà fondiaria e il controllo dello Stato vietano praticamente di trovare luoghi di riunione ai lavoratori che ne avrebbero bisogno, anche quando la legge, in teoria, ve li autorizza.

L'invocazione permanente dei Diritti dell'Uomo non serve che a nascondere, anche nelle democrazie più sofisticate, il ricorso sempre più sistematico alla tortura dei detenuti e all'assassinio degli avversari politici. Bella consolazione, queste declamazioni giuridico-politiche, per coloro ai quali il capitale non lascia altra reale libertà che di vivere e morire per lui, e altro reale diritto che di cantare le lodi di questa schiavitù!

 

 (2 - continua)

 

 

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