Nella rivendicazione costante della continuità del programma comunista, le Tesi di Lione della Sinistra Comunista d'Italia rappresentano un punto d'arrivo e di partenza della lotta della nostra corrente, ieri e oggi, contro ogni deviazione e revisione del marxismo

(«il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)

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Sono passati cent’anni dal terzo congresso del Partito Comunista d’Italia tenuto a Lione nel gennaio 1926. Vi furono presentate le Tesi della Centrale (Gramsci) e le Tesi della corrente di Sinistra del PCd’I.

Qui di seguito ripubblichiamo – in due puntate – la Premessa alle Tesi di Lione della Sinistra Comunista d’Italia che il partito ha rieditato nel giugno 1970 nel volumetto n. 2 dei “testi del partito comunista internazionale”, intitolato In difesa della continuità del programma comunista, contenente tutte le Tesi della Sinistra, da quelle  del 1920 alle Tesi sul compito storico, l’azione e la struttura del partito comunista mondiale del 1966.  

 

PREMESSA

 

Le Tesi di Lione, che qui ripresentiamo, si situano in un momento cruciale del movimento operaio e comunista, che ci autorizza a considerarle insieme come un punto di arrivo e come un punto di partenza nella difficile e contrastata genesi del partito mondiale di classe del proletariato.

Presentate dalla corrente di sinistra del Partito Comunista d’Italia in contrapposto alle tesi della Centrale ormai semi-stalinizzata (1) al III Congresso del partito, tenutosi a Lione nel gennaio 1926, esse seguono di pochi mesi quel XIV Congresso del partito russo che aveva visto la quasi totalità della vecchia guardia bolscevica, a cominciare da Kamenev e Zinoviev, insorgere in una rovente quanto improvvisa impennata sia contro l’«abbellimento della NEP» e il «contadini arricchitevi» dei «professori rossi» e di Bucharin, sia contro il soffocante regime interno di partito instaurato da Stalin; precede di appena un mese quel VI Esecutivo Allargato dell’Internazionale Comunista che, puntando tutti i cannoni di un’oratoria d’ufficio contro l’unica forza internazionale levatasi a denunziare la crisi profonda del Comintern — appunto la Sinistra «italiana» — e mettendola al bando, spianava anche la strada alla condanna dell’Opposizione russa nel novembre-dicembre. Il movimento internazionale comunista era giunto al suo fatale crocevia e, come al XIV Congresso del PCR i Kamenev, gli Zinoviev, la Krupskaja, avevano avuto coscienza di esprimere nelle loro parole l’insorgere di forze sociali e materiali in lotta nell’ambito dello Stato sovietico contro altre forze sociali e materiali obiettive mille volte più potenti degli individui alterna a pochi mesi e giorni prima, la responsabilità di una politica comune?), così sul piano internazionale la Sinistra, nel redigere come sempre un corpo di tesi riguardanti non l’angusto confine della «questione italiana», ma l’intero, mondiale campo della tattica comunista, sapeva di dar voce a un corso storico che, nel giro di pochi mesi, avrebbe avuto nome Cina e, per una rara e per molti anni unica convergenza di circostanze obiettive, Inghilterra — dunque un paese semicoloniale e la metropoli imperialistica per eccellenza.

Era l’anno della prova suprema, giacché dall’esito della titanica lotta degli operai e contadini cinesi e dei proletari britannici sarebbe dipeso, in ultima istanza, il destino della Russia sovietica e dell’Internazionale. L’Opposizione russa sentirà nel corso di quell’anno la terribile urgenza dei nodi venuti al pettine della storia e, superando antichi dissapori, Trotsky e Zinoviev (per citare soltanto due nomi) faranno disperatamente blocco contro le forze incalzanti della controrivoluzione; il primo in particolare muoverà, fino a tutto il 1927, una splendida battaglia, e ne uscirà battuto. Uscirà battuta, con l’Opposizione russa, la rivoluzione cinese, e sconfitto il grandioso sciopero britannico, uscirà distrutto l’intero movimento internazionale comunista.

Per l’ultima volta a Mosca, in quel biennio l’internazionalismo proletario si batterà a corpo perduto contro l’accerchiatore esercito del «socialismo in un solo paese», e quella battaglia iscritta a caratteri indelebili nelle pagine destinate ad ispirare le generazioni future dell’avanguardia marxista. Ma l’Opposizione russa non potrà redigere, per consegnarlo all’avvenire, il bilancio generale di un corso storico iniziatosi — come si è visto — molto prima del 1926, e di cui l’estrema débâcle era, almeno in parte, il prodotto; potrà denunziare il male, non curarlo alla radice. Non lo potrà, perché di quel corso essa stessa era stata corresponsabile e madrina, e alla croce di questa corresponsabilità Stalin e Bucharin potranno mille volte inchiodarla in polemiche astiose, ben sapendo di tenere ormai prigioniero nella rete tessuta in comune il grande antagonista.

Non così la Sinistra «italiana»: esile forza se paragonata alla posta internazionale in gioco, ma l’unica che, da lunghi anni di gravi ammonimenti sulle conseguenze oggettive dell’eclettismo tattico del Comintern (ora per giunta coperto alle spalle dalla costrizione organizzativa, dal «terrore ideologico» e dal peso del potere statale), traesse non il diritto ma la capacità di derivare la lezione globale di un quinquennio, non alla fine ma all’inizio dell’anno decisivo (prima, anzi; perché tutta la discussione precongressuale 1925 in Italia aveva fatto perno su questo tema), e riconoscere nel fatto compiuto il fatto anticipatamente previsto. Sola contro tutti (Zinoviev in primis), al VI Esecutivo Allargato rimarrà anche sola nel chiedere che la «questione russa» (cioè la questione del «socialismo in un solo paese» e del regime caporalescamente disciplinare instaurato dallo stalinismo per imporla a tutti i partiti del Comintern) fosse iscritta all’ordine del giorno di un congresso internazionale da tenersi con urgenza, svincolandola dal monopolio di discussione e decisione del partito bolscevico — ed è noto che la richiesta fu devoluta al Presidium, che ne «rimise» il dibattito all’orchestratissimo Plenum del novembre-dicembre e in tal modo l’archiviò, mentre il congresso si tenne solo due anni dopo sulle macerie di qualunque opposizione rivoluzionaria, e neppure vi fece cenno.

D’altra parte, offrendo al movimento internazionale il suo corpo di tesi come piattaforma su cui erigere una soluzione organica e completa dei problemi tattici inquadrata in una visione non meno organica e completa dei loro presupposti programmatici, essa inseriva già la vitale questione russa, come un anello, in una catena infrangibile di questioni di vita o di morte dell’Internazionale, e così gettava le basi di un suo ritorno, su basi ancora più ferme, alle origini.

Nel VII Esecutivo Allargato, Trotsky avrà mille ragioni di dire che, puntando tutte le sue carte sulla rivoluzione mondiale, il partito bolscevico avrebbe potuto rimanere arroccato al potere non per uno ma per cinquanta anni; sarebbe tuttavia stato possibile, lo stupendo «gioco», senza — come disse la Sinistra — «capovolgere la piramide» (2)  di un Comintern poggiante in modo pauroso sul vertice del partito russo in crisi; senza cambiare da cima a fondo il suo regime interno e, soprattutto, senza la revisione spietata di una tattica le cui svolte imprevedute e imprevedibili avevano prodotto tanti disastri? A questa domanda Trotsky non poté mai rispondere; o meglio, vi rispose ripercorrendo passo passo, in ibrido connubio con la scintillante rivendicazione della rivoluzione permanente, l’accidentato cammino delle manovre elastiche.

Nella parte generale (e, a sua illustrazione, nei suoi corollari internazionali) delle Tesi di Lione, questa risposta generale c’è, la si accetti o la si respinga (e accettarla o respingerla si può soltanto in blocco, appunto perché rappresenta una soluzione generale). Sulla sua base la Sinistra poteva essere, e fu, schiacciata dal peso di rapporti di forza ormai pregiudicati; ma è certo che su di essa soltanto poteva risorgere; su di essa soltanto — vogliamo dire sulla base di una sistemazione non parziale ma globale delle questioni tattiche oltre che programmatiche e, per deduzione, organizzative —, sarà possibile una ripresa internazionale del proletariato rivoluzionario, e del suo partito.

È perciò che le Tesi di Lione, come sono un punto di arrivo nella storia degli anni ardenti 1919-1926, così sono un punto di partenza per l’oggi e il domani, in quanto rappresentano non il prodotto di secrezioni cerebrali di individui, ma il bilancio dinamico di forze reali scontratesi sull’arena delle lotte di classe nel periodo in cui tutto un secolo di battaglie rivoluzionarie si condensò, e mise alla prova del fuoco la saldezza dei partiti comunisti nel tener fede, senza mai deviare, ai suoi insegnamenti. Il marxismo non sarebbe nulla se non sapesse (come ha saputo in Marx e in Lenin) convertire perfino la sconfitta in premessa di vittoria. È qui il senso profondo ed attuale delle nostre Tesi del 1926.

È quindi importante sottolineare come tutti i fili della lunga battaglia sostenuta dalla Sinistra in seno all’Internazionale convergano e si annodino nelle Tesi di Lione, e come da queste si possa ripercorrere a ritroso il cammino fino al 1920, per trovare la saldatura fra lo svolgersi di quella battaglia e la successione degli eventi storici di cui esse furono il bilancio dinamico — e anticipatore di corsi futuri.

Nel movimento socialista internazionale, la Sinistra — come documentano i volumi I e I bis della nostra Storia — era stata, senza possibilità di contestazione, l’unica a schierarsi di fronte alla guerra mondiale sulle stesse posizioni di principio ardentemente difese da Lenin e dall’esile pattuglia della «sinistra di Zimmerwald». Era stata, quindi, allo scoppio della rivoluzione di Ottobre e nel biennio successivo, la sola a dare ai fini e ai mezzi della dittatura bolscevica e del suo organo dirigente, il partito russo, un’adesione sostanziale e di principio ben diversa da quella formale, generica e ispirata dall’entusiasmo del momento, che dettò le conversioni di 180 gradi della maggioranza del partito socialista francese o i repentini accostamenti del massimalismo internazionale, demagogico e confusionario anche nell’ipotesi migliore della sincerità dei suoi «capi». Era stata la sola, dalla fine del 1918 in poi, a dichiarare pregiudiziali ad uno scioglimento rivoluzionario della crisi postbellica la rottura irrevocabile non solo con la destra, ma con l’ancora più infido centro, e la formazione del partito comunista sulle basi che il II Congresso dell’Internazionale Comunista fisserà nel 1920.

Non stupisce perciò che — come abbiamo visto — a quel congresso la Sinistra, intervenuta senza mandato ufficiale come semplice «corrente» del PSI, non solo non opponesse alle fondamentali tesi sul ruolo del partito nella rivoluzione proletaria, sulle condizioni di costituzione dei Soviet, e sulle questioni nazionale e coloniale, sindacale e agraria, nessuna delle obiezioni che i rappresentanti delle delegazioni ufficiali invece sollevarono (o tacquero solo per ripresentarle dopo, al ritorno in patria o in sede di successivi congressi mondiali), ma desse un contributo decisivo alla formulazione delle vitali condizioni di ammissione all’Internazionale Comunista, insistendo perché fossero rese ancor più rigide e, soprattutto, non lasciassero aperto il pericoloso spiraglio degli adattamenti alle «situazioni locali».

Ma, nel quadro di questa battaglia comune e solidale per erigere «barriere insormontabili» al riformismo in seno all’Internazionale Comunista, v’era sin da allora nelle direttive che la Sinistra invocava per tutto il movimento quell’esigenza di globalità, di carattere «chiuso», in ogni formulazione — riguardasse il programma o il modo di organizzarsi dei partiti aderenti —, di cui le Tesi di Lione saranno la rivendicazione definitiva, e quasi lapidaria.

Tale esigenza, come non nasceva dal cervello di un singolo ma dall’accumularsi di esperienze di lotta nell’Occidente in regime di democrazia piena (con gli inevitabili codazzi riformista e centrista), così si affermò con vigore polemico non per «lusso teorico» o per scrupolo di integrità morale o di perfezione estetica, come poi si disse, ma per motivi squisitamente «pratici» (nel senso, beninteso, che per il marxismo teoria e azione sono termini dialetticamente inseparabili).

Essa era dettata da una sana preoccupazione non tanto del presente — cioè di una fase storica tuttavia lontana dall’aver esaurito le sue potenzialità rivoluzionarie —, quanto del futuro, con particolare riguardo a quell’Europa occidentale e centrale che a buon diritto era considerata la chiave di volta della strategia mondiale comunista, ma in cui il processo di maturazione delle premesse soggettive della rivoluzione — prima fra tutte quella del partito — era in ritardo sul processo di sviluppo delle premesse oggettive, e si svolgeva nel quadro di contingenze storiche atte a favorire, molto più che la chiarezza, la confusione teorica e, sul piano organizzativo, la disorganicità e l’inefficienza. Nell’oggi, urgeva dare al movimento proletario in pieno slancio una guida mondiale centralizzata e, sotto il fermo polso del partito di Lenin e Trotsky, le lacune di formule relativamente «aperte» e perfino «elastiche» potevano sì rappresentare un rischio, ma calcolato, e forse inevitabile.

Ma che cosa sarebbe avvenuto  domanise e quando l’ondata gigantesca fosse regredita e, nel rabbuiarsi delle prospettive di rapida marcia in avanti, il pericolo — per usare una frase di Trotsky — di «recidiva socialdemocratica», ben più grave nelle fasi di rinculo che alla vigilia della insurrezione, fosse divenuto attuale, riportando a galla e lasciando filtrare nel movimento le scorie non assimilate né espulse del riformismo? A guerra ormai lontana, a rivoluzione forse vicina, era facile ai Cachin o ai Chrispien, con la stessa prontezza con cui, sei anni prima, erano passati nel campo della difesa nazionale e della guerra imperialistica, accettare le tesi dell’Internazionale Comunista, «il potere dei Soviet», «la dittatura del proletariato», «il terrore rosso»; ma, esauritesi le spinte oggettive di cui la loro adesione era il prodotto inconscio e involontario, la frattura non sarebbe divenuta (come divenne) voragine? Di più: la stessa Internazionale sarebbe stata al riparo, oltre che dalla pressione esterna di congiunture negative, da quella che le Tesi di Lione chiameranno «la ripercussione che sul partito hanno i mezzi stessi della sua azione, nel gioco dialettico di cause ed effetti»?

Un filo ininterrotto lega dunque il 1920 al 1926; e questo spiega come le Tesi di Lione, riprendendo i temi di allora, ampliandoli e dando loro una sistemazione definitiva e generale, abbiano potuto e possano ancora offrirli a generazioni più tarde, carichi del bilancio reale della loro conferma pratica. Gli anelli della nostra catena dialettica sono già allora precisi: siano unici, noti a tutti e per tutti vincolanti, la dottrina, il programma, il sistema delle norme tattiche; sarà unica, quindi disciplinata ed efficiente, l’organizzazione. Sicuro nel possesso di queste che sono le condizioni della sua esistenza, il partito sarà in grado di preparare se stesso e il proletariato alla soluzione rivoluzionaria della crisi della società capitalistica, senza pregiudicare, nelle alternative di riflusso di tale crisi, le possibilità di ripresa. Allentate prima le maglie della catena, teorizzate poi questo allentamento; e avrete perduto tutto, le potenzialità di vittoria nelle situazioni montanti e le potenzialità di risalita nelle situazioni calanti. Avrete distrutto il partito, che è l’organo della rivoluzione se e in quanto abbia preveduto in una salda continuità teorica e pratica «come accadrà un certo processo quando certe condizioni si verificheranno» (Lenin nel cammino della rivoluzione, 1924) e «che cosa dovremo fare nelle varie ipotesi possibili sull’andamento delle situazioni oggettive» (Tesi di Lione, parte generale).

La storia della III Internazionale è, purtroppo, anche la storia del suo graduale allontanamento da questa via maestra; è quindi anche la storia di come si uccide il partito, pur non volendolo, pur agendo con la migliore intenzione di salvarlo. Il 1926 è l’anno del «socialismo in un solo paese» con tutto il suo necessario contorno (bolscevizzazione, schiacciamento dell’opposizione di sinistra sotto il rullo compressore della disciplina-per-la-disciplina): non altro che l’uccisione del partito mondiale, quella formula maledetta significava. È il vero anno di morte del Comintern: il resto, non sarà che la macabra danza intorno alla sua bara.

 

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La dégringolade avvenne su tre piani che teniamo distinti solo per comodità di esposizione, ma che si intrecciarono l’uno all’altro e il cui risultato convergente fu di distruggere la vera unità del movimento internazionale comunista, sostituendola nel 1926-27 con una unità esteriore, formale e militaresca, buona soltanto a mascherare ed avallare in anticipo ogni libertà del centro dirigente di calpestare fino all’ultimo brandello del programma e, infine, cessata la compressione esterna degli « apparati » di partito e del potere statale russo, dar briglia sciolta alle mille « vie nazionali » verso un « socialismo » irriconoscibile. Riprendiamo l’evocazione delle sue dolorose tappe.

Avevamo chiesto con insistenza che a base della formazione dei partiti comunisti (meglio ancora, dell’Internazionale come partito comunista mondiale unico) fosse posta una piattaforma teorico-programmatica definita per sempre, da prendere o lasciare — qualcosa di simile alla sintetica proclamazione del primo punto delle Tesi di Lione (Questioni generali). Dovevano essere irrevocabilmente escluse, grazie a questo sbarramento teorico-programmatico, non solo le dottrine della classe dominante, fossero in filosofia spiritualistiche, religiose, idealistiche e reazionarie in politica, ovvero in filosofia positivistiche, volterriane, libero-pensatrici, e in politica massoniche, anticlericali e democratiche, ma anche le scuole godenti di un certo seguito nella classe operaia, dal riformismo socialdemocratico, pacifista e gradualista, al sindacalismo svalutatore dell’azione politica della classe operaia e della necessità del partito come supremo organo rivoluzionario; dall’anarchismo, ripudiante per principio la necessità storica dello Stato e della dittatura proletaria come mezzi di trasformazione dell’assetto sociale e di soppressione della divisione in classi, fino allo spurio ed equivoco « centrismo », sintesi e condensato di analoghe deviazioni al coperto di una fraseologia pseudo-rivoluzionaria.

Lo sbarramento non ci fu, e dalla breccia lasciata aperta entrò il giacobinismo massonico (Frossard!) e popolaresco (Cachin!) del partito francese, marcio fino al midollo di tabe parlamentare e democratica — all’occasione, perfino cripto-sciovinista (Algeria, Ruhr!) —, sordo alla necessità della lotta sindacale e insofferente di ogni direzione centralizzata in nome delle famose « condizioni particolari del proprio paese »); si fece strada nei partiti scandinavi la teoria della « religione come affare privato », e tutto un Esecutivo Allargato (quello del 1923, a pochi mesi di distanza dall’ultimo sussulto rivoluzionario in Germania, quando urgeva concentrare tutte le energie nella possibile soluzione rivoluzionaria di una crisi i cui riflessi positivi o negativi dovevano farsi sentire su tutto il movimento) fu costretto ad assumersi l’inverosimile compito di « grattare una simile rogna »; il sindacalismo sonnecchiante nelle file del partito francese e l’operaismo sonnecchiante in quello tedesco ripresero fuoco e slancio per reazione all’imperante atmosfera gradualista e parlamentare, minimalista e democratica; più avanti ancora, ebbe briglia sciolta quel miscuglio di sorelismo e idealismo crociano ch’era la corrente dell’«Ordine Nuovo», tenuta severamente «in linea» quando l’Internazionale era ancora ferma sulle sue posizioni di partenza e la Sinistra reggeva il partito italiano, ma sguinzagliatasi non appena la situazione si invertì; infine, fu possibile varare, con una campagna orchestrata al modo del lancio dei prodotti più « originali » dell’industria borghese, la teoria assassina del socialismo in un solo paese, bestemmia suprema contro Marx, Engels e Lenin, contro un secolo di internazionalismo proletario. Tutto ormai era lecito, perché nulla era stato vietato dalla lucida e invariabile definizione della dottrina e del programma. Inquadrando nella «Parte generale» la questione dei rapporti fra determinismo economico e volontà politica, fra teoria e azione, fra classe e partito, le Tesi di Lione gettavano le basi di una rinascita futura del movimento fuori dal doppio scoglio del passivismo inerte da un lato e del volontarismo tuttofare dall’altro, di cui l’orgia della cosiddetta « bolscevizzazione » e i tristi saturnali dell’« edificazione del socialismo » in vaso chiuso (o, che è lo stesso, in un paese solo) non erano che nuove varianti.

 

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La Sinistra aveva chiesto (ed eccoci al secondo piano inclinato della dégringolade) che, a costo di una certa schematizzazione, fosse definito un sistema unico e imperativo di norme tattiche, saldamente ancorato ai principi ed alla previsione (derivante da essi: ché, se così non fosse, neppure principi essi sarebbero) di una «rosa» di alternative possibili nella dinamica dello scontro fra le classi. Parve una rivendicazione impeciata di astrattismo, una formula «metafisica»; i fatti, i duri fatti di un quarantennio, sono lì a provare che era una richiesta (se ci è permesso usare un aggettivo che stilla lacrime e sangue) terribilmente concreta. L’abbiamo visto per la formula della «conquista della maggioranza»; poi per quella del «fronte unico politico»; infine per quella del «governo operaio», mentre abbiamo seguito a grandi linee i riflessi organizzativi delle affannose manovre di recupero di gruppi o intere ali riformiste e centriste. Habent sua fata non solo i libelli, ma le parole (*); più ancora, le parole d’ordine. Il IV Congresso chiudeva l’anno di amari insuccessi 1922 e apriva il tormentatissimo 1923, che vedrà il glorioso partito russo travagliato da una prima grave crisi interna al cui snodamento mancherà l’apporto di infrangibile acciaio di un Lenin (le Lettere al congresso di quell’anno mostrano quale vigoroso colpo di timone avrebbe dato, senza esitazioni né rimorsi, il grande rivoluzionario, se mai avesse potuto riprendere il suo posto al timone del comitato centrale), ma assisterà pure al riaprirsi del ciclo di lotte proletarie in Germania, Bulgaria, Estonia, e al primo accendersi delle fiammate di Oriente; e in questa cornice di ombre e luci esso vedrà perdersi sempre più il filo conduttore dei grandi principi, e l’eclettismo tattico rovinare irrimediabilmente le ultime grandi occasioni almeno di quella fase storica, aggravando per riflesso il marasmo in seno al partito bolscevico, quindi all’Internazionale. Mai come negli eventi di allora si vede fino a che punto le sbandate tattiche reagiscano sui principi e provochino in tutti i campi reazioni a catena. Le Tesi di Lione lo ricordano nella seconda Parte (Questioni Internazionali): è bene, tuttavia, seguire più nel dettaglio il processo purtroppo inesorabile che, appunto da allora, condurrà l’Internazionale degli anni gloriosi al completo sfacelo.

 

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Mentre in Italia il fascismo al potere lanciava la sua offensiva contro il movimento comunista e, arrestando i principali dirigenti di sinistra del Partito Comunista d’Italia, impediva loro di far sentire la propria voce in un anno cruciale come quello che si stava aprendo, in Germania l’occupazione francese della Ruhr, il crollo verticale del marco, il fermento diffuso in tutti i ceti e la comparsa in scena dei primi nuclei del partito nazista (NSPD), ponevano il partito comunista (KPD) — una volta fallito o rimasto inoperante il tentativo di un’azione comune dei partiti fratelli al di qua e al di là del Reno — di fronte all’ingrato compito di « scegliere », fra le molte interpretazioni possibili del fronte unico e del «governo operaio», la più conforme alle tesi del IV Congresso e alla situazione tedesca. In tale dilemma, le «due anime» che, come potremmo dimostrare in altra sede, coesistevano fin dalla nascita nel partito, rispondevano in modo discorde al duplice quesito: fronte unico al vertice — come sosteneva e predicava la Centrale —, o fronte unico «dal basso» — come sosteneva e predicava una malcerta e fluttuante «sinistra» ? Governo operaio nel senso di appoggio parlamentare a un governo socialdemocratico, magari di coalizione governativa socialcomunista, perfino di benevola neutralità verso il governo borghese in carica, promotore della resistenza passiva al colpo di forza alleato (come prospettava la Centrale), o in quello di una mobilitazione generale delle masse in direzione della presa rivoluzionaria del potere (come insisteva, non meglio specificando, la minoranza di «sinistra»)?

Né i dissensi si limitavano a questi due punti di data relativamente recente. In una situazione che, specialmente nella Renania e nella Ruhr, vedeva masse di operai agitarsi, spesso armi alla mano, sia contro gli occupanti che contro il governo nazionale borghese, riprendevano corpo gli spettri dell’«azione di marzo» 1921: dissolidarizzare da queste generose impennate come forme di «avventurismo» infantile (come era incline a proporre la Centrale, facendo leva sull’impreparazione delle masse e del partito e sull’analisi troppo ottimistica dei rapporti di forza nella corrente di «sinistra» per rifugiarsi in un tendenziale «legalitarismo»  che troverà clamorosa espressione verso la metà dell’anno), o invece sforzarsi di coordinarle, indirizzarle, disciplinarle, come andava propugnando l’ala opposta — a ragione in linea di principio, ma in modo più retorico e comiziaiolo che ponderatamente realistico?

Lo sbandamento e la confusione che questo incrociarsi di direttive contraddittorie suscitava nel partito nell’atto in cui l’atmosfera politica e sociale si arroventava erano tali, che occorse una «conferenza di conciliazione» promossa dall’Esecutivo del Comintern (aprile 1923) per rimediarvi alla meglio (o alla men peggio), da un lato condannando la tattica della direzione come un tendenziale «adattamento del partito comunista ai capi riformisti», dall’altro mettendo le briglie alle impazienze e alle grida di «rivoluzione alle porte» della minoranza. Ma non bastavano pourparlers, specie se di «conciliazione», per sanare ferite ormai purulente e sempre pronte a riaprirsi negli alti e bassi delle direttive emananti da Mosca. E il peggio aveva ancora da venire.

Infatti, prima timidamente, poi in forma sempre più esplicita, si fece strada nelle sfere dirigenti del partito l’idea che l’occupazione della Ruhr avrebbe fornito l’occasione ideale alla «conquista della maggioranza» nella sua interpretazione più elastica — conquista non solo dei larghi strati proletari, ma del «popolo» genericamente inteso —, qualora si fossero lanciati appelli e seduzioni alle tormentatissime falangi piccolo-borghesi, vittime della svalutazione del marco da un lato e succubi del rigurgito nazionalista dall’altro, cosa possibile solo cercando di dimostrar loro (proclama della Centrale del 17 maggio) che potevano «difendere se stesse e il futuro della Germania soltanto alleandosi ai comunisti per una lotta contro la vera (?) borghesia» e addossando al partito la tutela dei «valori nazionali» tedeschi.

Fieramente bollata nel 1921, quando un gruppetto operaista di Amburgo se n’era fatta portavoce, faceva il suo ingresso in scena — questa volta senza che l’Internazionale reagisse — la parola di «nazionalbolscevismo», frutto e matrice insieme di due macroscopiche deviazioni dal marxismo:

1) l’equiparazione più o meno esplicita della questione nazionale nelle colonie o semicolonìe e in un paese ad altissimo sviluppo capitalistico (l’Esecutivo Allargato del 12-23 giugno non si periterà di affermare: «L’insistere fortemente sull’elemento nazionale in Germania costituisce un fatto rivoluzionario COME l’insistere sull’elemento nazionale nelle colonie »; rincarando la dose nel famigerato « discorso Schlageter», Radek dichiarerà che «ciò che viene chiamato nazionalismo tedesco non è soltanto nazionalismo; è uno largo movimento nazionale avente un ampio significato rivoluzionario»; chiudendo i lavori dell’Esecutivo, Zinoviev si rallegrerà del riconoscimento da parte di un giornale borghese del carattere «nazionalbolscevico» finalmente assunto dal KPD come di una prova che il partito aveva finalmente acquisito una «psicologia» di massa (3); 2) il riconoscimento più o meno larvato delle potenzialità rivoluzionarie autonome della piccola borghesia (ancora Radek: il KPD deve mostrare di non essere soltanto [!!] «il partito della lotta degli operai industriali per una pagnotta, ma il partito dei proletarizzati che si battono per la propria libertà, una libertà coincidente con la libertà di tutto il popolo, con la libertà di tutti coloro che lavorano e soffrono in Germania»), e perciò anche l’interpretazione del fascismo come automobilitazione della piccola borghesia contro il grande capitale, anziché, inversamente, come mobilitazione della piccola borghesia ad opera del grande capitale e nel suo esclusivo interesse; dunque, in senso antiproletario (4).

Inesorabili, gli anelli della catena si snodano. L’Esecutivo Allargato del giugno non discute a fondo la sempre più rovente situazione tedesca (ben altri problemi lo assillano: il « federalismo » norvegese, il « neutralismo » di fronte alla religione nel partito svedese, l’ennesimo tentativo di mercanteggiare una fusione fra il PCd’I e il PSI, malgrado l’altissimo prezzo richiesto da quest’ultimo per... non fondersi affatto), e, senza prendere decisioni impegnative, avalla la tesi della Centrale che il KPD debba erigersi a polo di attrazione delle masse piccolo borghesi proletarizzate, cullandole nei loro sogni di riscatto nazionale: nessuna risoluzione tradisce anche solo il sospetto che il problema tedesco nel 1923 sia squisitamente internazionale e che nulla più di un « programma nazionalista della rivoluzione proletaria » in Germania minacci per contraccolpo di accrescere il peso conservatore e controrivoluzionario della piccola borghesia in Francia e in Inghilterra, annullando gli ipotetici vantaggi di una sua conquista, su quel terreno bastardo, nella repubblica di Weimar.

Nello stesso tempo, e per logico parallelismo, l’Esecutivo decide di allargare le maglie della parola d’ordine «governo operaio» e, affascinato dal proliferare di partiti contadini non solo nei Balcani ma nella stessa America del Nord (La Follette!), la trasforma in «governo operaio e contadino» per tutti i paesi, Germania inclusa! È vero che le tesi (5) mettono in guardia contro una interpretazione parlamentare e ... socialrivoluzionaria della nuova ricetta tattica; ma la prima, lo si è visto, era autorizzata dalle indeterminatezze e dai possibilismi del IV Congresso, e la seconda dalla meccanica e grossolana trasposizione della parola d’ordine «dittatura degli operai e dei contadini» dai paesi alla vigilia di una doppia rivoluzione ai paesi di capitalismo ultrasviluppato. Un altro lembo di ciò che aveva sempre e inequivocabilmente contraddistinto il partito rivoluzionario marxista andava perduto.

Ancora una volta, quelli che forzano la mano e abbacinano la vista di una organizzazione internazionale sempre meno ancorata alla solidità dei principi sono la suggestione del fatto contingente e il timore di farsi precedere dalla socialdemocrazia nella « conquista delle masse »; e il problema senza dubbio vitale di un’energica azione verso il contadiname povero è posto nei termini di una manovra che, nel giro di pochi anni, sboccherà nella teorizzazione di un ruolo mondiale autonomo della classe contadina indifferenziata nella varietà delle sue componenti diverse e contraddittorie, e fuori da ogni precisa caratterizzazione dei suoi rapporti col proletariato industriale e agrario nei paesi ad alto sviluppo capitalistico e nell’immensa area coloniale e semicoloniale, specialmente asiatica (6).

         

 (continua al prossimo numero)

 


 

(1) La direzione di sinistra del Partito Comunista d’Italia, uscita dai congressi di Livorno e di Roma, venne sostituita provvisoriamente in seguito all’arresto dei principali dirigenti nel febbraio 1923, e definitivamente dopo l’assoluzione di questi ultimi al processo nell’ottobre dello stesso anno; dopo le prime resistenze (da parte di Terracini soprattutto, ma anche di Togliatti), la nuova direzione di «centro» si allineò gradualmente alle posizioni dell’Internazionale, ma ancora alla Conferenza nazionale di Como (maggio 1924) risultava in minoranza rispetto al grosso del partito, quasi unanimemente schierato sulle sue posizioni di origine. Pur in tale condizione, come al successivo V Congresso dell’Internazionale Comunista, la sinistra non solo non rivendicò il proprio ritorno alla direzione del partito, ma sostenne che una simile possibilità era condizionata ad una decisa e non equivoca svolta nella politica di Mosca: «Ove l’indirizzo dell’Internazionale e del partito — si legge nello schema di tesi presentato alla suddetta conferenza dalla “sinistra” — dovesse restare opposto a quello qui tracciato, o anche indeterminato e imprecisato come fino adesso, alla sinistra italiana si impone un compito di critica e di controllo, e il rifiuto fermo e sereno a soluzioni posticce raggiunte con liste di comitati dirigenti e formule svariate di concessioni e compromessi, quali sono il più delle volte i paludamenti demagogici della tanto esaltata e abusata parola di unità». Coerentemente, al V Congresso, Bordiga rifiutò non soltanto l’offerta della vice-presidenza dell’Internazionale fattagli da Zinoviev, ma ogni corresponsabilità nella direzione del Partito Comunista d’Italia, mentre la Centrale italiana si orientava sempre più nel senso voluto da Mosca e patrocinata dalla corrente di destra Tasca-Graziadei.

(2) Questa rivendicazione non aveva, beninteso, nulla di «democratico»; non contrapponeva al necessario accentramento l’ignobile decentramento delle «vie nazionali»: era una trasposizione sul piano internazionale della nostra visione del «centralismo organico» per cui il vertice è legato alla base della piramide dal filo unico e ininterrotto di una dottrina e di un programma unici e ne riceve e sintetizza gli impulsi, o la stessa piramide crolla. Ed è vano dire che, nella situazione di allora, l’Occidente non avrebbe potuto dare alla Russia bolscevica e allo stesso Comintern l’ossigeno che loro mancava sempre più, essendo esso stesso immerso nei primi stadi di un democratismo che presto diverrà grandeggiante e infine onnipresente: quello che la Sinistra rivendicò fu un principio, valido sempre e dovunque anche se non attuabile nella contingenza immediata, il principio che vede al culmine l’Internazionale come partito unico del proletariato rivoluzionario, poi le sue sezioni «nazionali» se ancora esistenti, e infine, all’ultimo gradino, lo Stato proletario vittorioso, il più vulnerabile proprio in forza della sua vittoria isolata (specialmente in un paese economicamente arretrato come la Russia) e il cui potere coercitivo mai avrebbe dovuto né dovrebbe essere utilizzato (come ribadì con forza la Sinistra al VI Esecutivo Allargato) per «risolvere» le questioni disciplinari dell’Internazionale o del partito al comando della dittatura di classe.

(*) Habent sua fata libelli, famoso detto latino: i libri hanno il loro destino

(3) La Sinistra, per le ragioni già dette, non poté far sentire la propria voce in questa drammatica svolta; lo farà un anno dopo alla vigilia del V Congresso: «Noi neghiamo che sia giustificabile sulle basi accennate [le tesi del II Congresso sulle questioni nazionale e coloniale] il criterio di un avvicinamento in Germania tra il movimento comunista e il movimento nazionalista e patriottico.

La pressione esercitata sulla Germania dagli Stati dell’Intesa, anche nelle forme acute e vessatorie che ha preso ultimamente, non è elemento tale che ci possa far considerare la Germania alla stregua di un piccolo paese di capitalismo arretrato.

La Germania resta un grandissimo paese formidabilmente attrezzato in senso capitalistico, e in cui il proletariato socialmente e politicamente è più che avanzato... Un deplorevole rimpicciolimento è quello che riduce il compito del grande proletariato di Germania ad una emancipazione nazionale, quando noi attendiamo da questo proletariato e dal suo partito rivoluzionario che esso riesca a vincere non per sé ma per salvare l’esistenza e l’evoluzione economica della Russia e dei Soviet e per rovesciare contro le fortezze capitalistiche di occidente la fiumana della rivoluzione mondiale... 

Ecco come il dimenticare l’origine di principio delle soluzioni politiche comuniste può portare ad applicarle laddove mancano le condizioni che le hanno suggerite, sotto il pretesto che ogni più complicato espediente sia sempre utilmente adoperabile» (A. Bordiga, Il comunismo e la questione nazionale, in « Prometeo » nr. 4 del 15 aprile 1924). Quanto alla nostra interpretazione del fascismo, si vedano i due rapporti tenuti stesso Bordiga al IV e al V Congresso dell’Internazionale Comunista.

(4) Per qualche mese del 1923, nel disperato sforzo di accattivarsi i « vagabondi nel nulla » della piccola borghesia, il KPD agì in veste di compagno di strada dell’NSPD, gli oratori dei due gruppi alternandosi sulle stesse tribune per tuonare contro Versaglia e Poincaré (la « luna di miele » durerà, è vero, lo spazio di un mattino, ma solo perché, fa vergogna il dirlo, i nazisti per primi denunzieranno l’« alleanza » di fatto) suscitando sbigottimento e indignazione perfino nel partito cecoslovacco!

(5) Cfr. Protokoll der Konferenz der Erweiterten Exekutive der Kommunistischen Internationale, Moskau 12-23 Juni 1923.

(6) Questa teorizzazione sarà svolta in particolare da Bucharin a partire dal V Esecutivo Allargato del marzo 1925 (si vedano gli accenni alla questione nella II parte delle nostre Tesi di Lione).

 

 

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