Irlanda, Kurdistan, ecc.
La classe operaia e le nazionalità oppresse
(«Il programma comunista», n. 17, 15 Settembre 1979)
(Supplemento Kurdistan a «il comunista»; N° 190 ; Marzo 2026)
Nell’ultimo mese e mezzo, due avvenimenti hanno concentrato nello stesso tempo i fuochi dell’attualità: da una parte, gli attentati dell’IRA sottolineanti il 10° anniversario dell’ondata attuale di rivolta irlandese contro la plurisecolare oppressione dello Stato britannico; dall’altro, il feroce attacco scatenato dall’esercito iraniano e dai cosiddetti «guardiani della rivoluzione» contro la minoranza curda in ebollizione, una minoranza smembrata. che subisce una persecuzione innominabile ed è sottoposta a massacri ricorrenti negli Stati in cui è suddivisa, in particolare la Turchia, l’Iraq e l’Iran. Questi due avvenimenti riguardano nel più alto grado il proletariato internazionale.
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Il primo è una testimonianza del fatto che nell’Europa «supercivile», la cui costituzione in grandi Stati nazionali si è compiuta ormai da oltre un secolo, la piaga della questione nazionale irlandese rimane più che aperta con l’Ulster, microcolonia nel cuore stesso dell’Europa imperialistica. Per il militante comunista, che guarda alla storia così com’è e non come si augurerebbe che fosse, è innegabile che tale questione suscita tuttora un moto veramente popolare di rivolta, ed esso trascina la massa dei proletari della regione nella lotta contro uno dei più antichi Stati borghesi - tanto è forte l’oppressione di tipo nazionale e religioso derivante dalle discriminazioni da cui è colpita nel lavoro (nel salario ma soprattutto nell’occupazione) e in tutta la vita sociale la minoranza irlandese, per giunta in preda alle intimidazioni e ai veri e propri pogrom perpetrati da milizie protestanti armate ed alle esazioni delle truppe mercenarie coloniali britanniche.
Si tratta dunque di un fattore storico sovversivo, di cui il movimento comunista ha il dovere di tenere il giusto conto e verso il quale non può non suscitare la simpatia del proletariato, quale che sia - e noi sappiamo che non è né proletaria né marxista - la direzione politica che le condizioni storiche vigenti impongono a questo moto di rivolta. Per il militante comunista, che misura le difficoltà reali della lotta proletaria, e che le combatte per realizzare quell’unione delle file operaie che è un’arma indispensabile all’emancipazione della sua classe, è altrettanto innegabile che l ‘indifferenza e il disprezzo tradizionali con cui il movimento operaio ufficiale inglese guarda alla lotta delle masse irlandesi colonizzate resta uno degli ostacoli maggiori, come mostrava Marx nel secolo scorso, alla lotta rivoluzionaria nella stessa Inghilterra.
Nel XX secolo, questo atteggiamento si è comunicato ad altri paesi nei riguardi delle masse in rivolta dei paesi dominati, per colpa prima della socialdemocrazia, poi dello stalinismo, il che non è affatto una consolazione per i proletari irlandesi. La soluzione data da Marx, ponendosi dal punto di vista della lotta proletaria, a questo problema fu di rivendicare la separazione dell’Irlanda, «anche se, dopo la separazione, si dovesse giungere alla federazione». E, pure ammesso che l’indipendenza dell’Ulster (ma che cos’altro può significare nei fatti il ritiro delle truppe inglesi?) e quindi, a fortiori, la riunificazione dell’isola siano impossibili prima della rivoluzione comunista in Inghilterra, si può mai pensare di riuscire a colmare l’abisso scavato da secoli di oppressione fra proletari inglesi ed irlandesi senza permettere agli operai dell’’Ulster di unirsi nel modo più immediato ai loro fratelli del Sud? Non ci si venga a dire, soprattutto, che la questione si regolerà da sé, in quanto avremo realizzato la dittatura proletaria. La fusione delle nazionalità si realizzerà - è certo - solo come conseguenza della unificazione completa della società ad opera del comunismo. In attesa, il problema che si pone è politico: è la lotta decisa e risoluta contro ogni oppressione di tipo nazionale; esige quindi rimedi politici che passano per il famoso rispetto del «diritto all’autodecisione».
Il secondo avvenimento tragico conferma a sua volta che se, nell’Europa occidentale, la soluzione del problema nazionale ha lasciato in sospeso problemi relativamente marginali come l’Irlanda (o la questione basca, che non ha lo stesso contenuto), le rivoluzioni borghesi del XX secolo, sotto la pressione dell’imperialismo e a causa della debolezza e codardia delle borghesie nate nell’ambiente imperialistico, han- no lasciato largamente aperto il problema delle nazionalità, ereditando per lo più le tradizioni di oppressione dei vecchi Stati. Si considerino oggi i conflitti nella Cambogia, nell’Eritrea, nel Sahara, o la questione curda: ecco tutta un’area geografica in cui l’oppressione nazionale lungi dal coincidere con la moderna oppressione capitalistico-imperialistica, s’incrocia con essa e la rafforza. L’Iran è, in questo campo, un esempio particolarmente eloquente: su 35 milioni di abitanti, quasi 12 milioni originari dell’Azerbaigian sono turchi, turchi azeri e perfino armeni; più di 5 milioni sono curdi originari dell’Ovest: i gruppi turkmeno (nord-est), arabo (regione petrolifera), baluci (est), rappresentano ciascuno più di un milione di abitanti, e subiscono discriminazioni più o meno forti in confronto ai persiani, che rappresentano, tutto sommato, solo la più grande minoranza del paese (circa il 40% della popolazione). L’oppressione di tipo nazionale è qui aggravata dal fatto dell’oppressione religiosa, perché le minoranze, soprattutto araba e curda, sono di religione sunnita e non sciita.
Nell’accanimento isterico con cui la sedicente «rivoluzione islamica» si abbatte oggi sulla minoranza turca (ma anche araba o turkmena), non si può non vedere la conferma che il nuovo regime ha pienamente ereditato la tradizione di oppressione persiana e che l’appello allo sciovinismo iranico è un buon modo di dividere le file proletarie e far passare in dolcezza le misure preparatorie di un attacco in piena regola contro la classe operaia (come provano anche le esecuzioni minacciate o già perpetrate di organizzatori sindacali). Ciò dimostra la menzogna di tutte le correnti (da Bakhtiar al democratismo guerrigliero) che parlano di autodeterminazione, di libertà di lingua, di cultura e di religione nel quadro dello Stato attuale. In realtà, la tradizione di oppressione è talmente incrostata nella macchina militare, poliziesca e amministrativa dello Stato, che è impossibile giungere ad un’intesa reale e fraterna, e alla libera unione delle nazionalità della regione, se non attraverso la rovina degli Stati esistenti, il che lascia in eredità al proletariato la difficile questione delle nazionalità.
Tanto più impossibile sembra realizzare l’unione delle file proletarie, i cui strati più sfruttati appartengono alle minoranze oppresse, senza una propaganda energica per il diritto alla separazione fra i proletari persiani. Una tale posizione è, dal punto di vista del marxismo, indiscutibile. Si tratta di un obbligo generale, derivante dal fatto che il proletariato non può fondere i propri ranghi con la forza.
Un’altra questione è sapere se, dal punto di vista degli interessi del proletariato internazionale, la separazione del Kurdistan, per esempio nella forma di un Kurdistan iraniano, o la costituzione di uno Stato pan-curdo (o l’indipendenza della Cambogia, dell’Eritrea, del Sahara occidentale o dell’Irlanda) siano auspicabili: la soluzione di questo problema e l’agitazione della parola d’ordine della separazione fra i proletari della nazionalità oppressa è una questione di valutazione storica, non un obbligo generale.
Come affermava il partito bolscevico nel 1913: «Non è lecito confondere la questione del diritto delle nazioni all’autodecisione (cioè la garanzia, da parte della costituzione di uno Stato, di un sistema completamente libero e democratico per risolvere la questione della separazione) con la questione dell’opportunità della separazione di questa o quella nazione. Il partito socialdemocratico [oggi il partito comunista] deve risolvere quest’ultima questione in ogni singolo caso in modo del tutto autonomo, nell’interesse di tutto lo sviluppo sociale e della lotta del proletariato per il socialismo» (Risoluzione della riunione estiva, ecc., in Lenin, Opere complete, XIX, pp. 396-397).
Noi non possiamo ancora dare una valutazione abbastanza completa e approfondita del movimento sociale curdo e dei suoi rapporti con il movimento proletario della regione, per basarvi sopra una indicazione tattica generale. Due cose, tuttavia, sono sicure.
La prima è che, qualunque forma assuma la rivendicazione nazionale (dalla lotta contro particolari discriminazioni fino alla richiesta della separazione ), la propaganda del partito proletario fra i proletari delle minoranze oppresse deve accompagnarsi alla messa in evidenza dell’antagonismo fra il proletariato e la borghesia e alla più energica denuncia del nazionalismo borghese (e, in particolare, delle teorie borghesi sullo «sviluppo della cultura nazionale) e presuppone che le sezioni del partito mettano al centro della loro agitazione non la rivendicazione nazionale ma l’unione con il proletariato delle altre nazionalità dello Stato nella lotta comune per la distruzione dello Stato oppressore. Questo atteggiamento è imperativo per i comunisti del Kurdistan come per quelli d’Irlanda.
La seconda è che, nell’area afro-asiatica e, in particolare, nel Medio Oriente, il proletariato sta per ereditare non un’Irlanda. ma cinque, dieci o venti Irlande, e ciò per l’incapacità delle classi borghesi a realizzare i propri compiti storici e per l’impossibilità in cui la controrivoluzione staliniana ha messo il proletariato di spingere coscientemente alla loro soluzione radicale - fino a farsene carico esso stesso - tutti i problemi che ne derivano nel corso della lotta antimperialistica.
Questi problemi devono essere affrontati dal partito comunista, dal nostro partito, con il massimo di chiarezza teorica e di serietà tattica, se non vogliamo domani trovarci ancora in ritardo nel risolvere la spinosa questione delle nazionalità in cui ci imbatteremo in questa area geografica non solo lungo il cammino della rivoluzione, ma anche dopo la conquista del potere, esattamente come vi si imbatterono i bolscevichi nel 1917-1918.
Partito Comunista Internazionale
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