7 Novembre 1917-1957
Quarant’anni
(Il Programma Comunista, n. 21 - 1957)
Sommario :
A) La Russia contro l'Europa
nell'Ottocento
B) Le prospettive del tramonto
dell'ultimo feudalismo
C) L'incancellabile epopea russa della
rivoluzione proletaria mondiale
D) Parabola sinistra della rivoluzione
stroncata
A) La Russia contro l'Europa
nell'Ottocento
1. Una prima battaglia a
proposito del ruolo della Russia nella politica europea, data dai
socialisti marxisti, ebbe per contenuto il disperdere la fallace opinioni che
le conclusioni del materialismo storico non si potessero applicare alla Russia.
Come le deduzioni sociali di portata universale, tratte dallo studio dei fatti
del primo capitalismo in Inghilterra, erano state portate
dall'internazionalismo marxista in Francia, Germania, America, così la nostra
scuola mai dubitò che quella chiave della storia avrebbe aperte le porte che
sembrarono chiudersi per sempre sul viso della società borghese e sulle
napoleoniche baionette in rotta, tutto ritardando di un secolo.
2. Come per tutti i paesi
europei il marxismo attese e propugnò la grande rivoluzione borghese che
seguisse le orme di quelle di Francia e di Inghilterra, e il cui incendio nel
1848 scosse tutta l'Europa centrale. Il rovesciamento del modo feudale di
produzione in Russia fu tanto più previsto, atteso e rivendicato in quanto la
Russia degli zar assunse per Marx la funzione di cittadella della reazione
europea antiliberale e anticapitalistica. Nella fase delle guerre di
sistemazione borghese nazionale dell'Europa che si chiuse al 1871 ogni guerra
fu prospettata di utile sviluppo nel senso che potesse condurre ad una
sconfitta e ad un disastro di Pietroburgo. Marx fu detto per questo agente
pangermanista antirusso! Per lui la resistenza in piedi dello zarismo era
barriera non solo all'ondata della rivoluzione borghese, ma a quella successiva
della rivoluzione operaia europea, e i moti di liberazione delle nazionalità
oppresse dallo zar, classicamente della Polonia, furono sostenuti in pieno
dalla Prima Internazionale operaia.
3. La dottrina storica della
scuola marxista chiude con il 1871 il periodo dell'appoggio socialista alle
guerre di sistemazione d'Europa in Stati moderni e alle lotte interne di
rivoluzione liberale e risorgimenti nazionali. Campeggia all'orizzonte
l'ostacolo russo che, restando in piedi, sbarrerà sempre il passo all'insurrezione
operaia contro «gli eserciti nazionali confederati», ed invierà i cosacchi a
difesa non solo di santi imperi, ma anche di democrazie parlamentari
capitaliste, a ciclo chiuso di sviluppo in occidente.
4. Il marxismo si occupa ben
presto delle cose sociali della Russia, studiandone la struttura
economica e il decorso dei contrasti di classe, il che non toglie che il ciclo
delle rivoluzioni sociali vada cercato tenendo in primo luogo conto dei
rapporti di forza internazionale, come nella costruzione gigante di Marx sulle
tappe della marcia della rivoluzione e delle sue condizioni, che si manifestano
nell'ordine detto sopra quanto a maturità della struttura sociale. Sorse subito
il problema se si poteva abbreviare il corso russo che attendeva ancora di fare
i passi europei del principio del secolo e del 1848. Marx dà una risposta nel
1882 nella prefazione alla traduzione russa fatta dalla Sassulich del Manifesto
e nel 1877 in una lettera a un periodico. È possibile in Russia il salto
del modo capitalistico? La prima risposta era in parte positiva: «Se
la rivoluzione russa dà il segnale ad una rivoluzione operaia in occidente,
in modo che l'una completi l'altra». Ma la seconda risposta dichiarava già
perduta questa occasione, e si riferiva alla riforma borghese della terra del
1861, con la abolizione della servitù della gleba, che fu piuttosto la finale
dissoluzione del comunismo primitivo del villaggio rurale, e che Bakunin
apologizzò, stigmatizzato fieramente da Marx ed Engels. «Se la Russia segue la
via che ha presa dopo il 1861 perderà la più bella occasione che la storia
abbia mai offerta ad un popolo di saltare oltre tutte le alternative fatali del
regime capitalistico. Dovrà come gli altri popoli sopportare le inesorabili
leggi di questo sistema». Questo è tutto, conclude duramente Marx. Era
tutto: mancata e tradita la rivoluzione proletaria in Europa la Russia di
oggi è caduta nella barbarie capitalista. Scritti di Engels circa il primitivo mir
comunista russo mostrano che la partita, nel 1875 e più nel 1894, appare vinta
per il modo capitalista di produzione, che ormai domina nelle città e in certa
parte delle campagne russe sotto il potere zarista.
5. Con l'industria
capitalista in Russia, che sorse non tanto da una accumulazione iniziale ma da
investimenti diretti dello Stato, sorge il proletariato urbano e sorge il
partito operaio marxista, e questo viene posto innanzi al problema della
duplice rivoluzione, lo stesso cui i primi marxisti erano davanti in Germania
prima del 1848. La linea teorica di un tal partito, rappresentata per un primo
periodo da Plechanov e poi da Lenin e dai bolscevichi, è del tutto coerente al
marxismo europeo e internazionale e soprattutto nella questione agraria,
rilevantissima in Russia. Quale sarà il contributo alla duplice rivoluzione
delle classi della campagna, dei servi della gleba e dei miserrimi contadini
legalmente emancipati, ma le cui condizioni sono peggiorate rispetto a quelle
del feudalismo puro? I servi della gleba e i piccoli contadini hanno dovunque sostenuto
le rivoluzioni borghesi, e sempre si levarono contro il privilegio della
nobiltà terriera. In Russia vi è questo di caratteristico: il modo feudale non
è centrifugo come in Europa e Germania, ma il potere statale centrale e lo
stesso esercito nazionale sono centralizzati da secoli; è una condizione
progressiva nel senso storico fino all'ottocento. Ciò è vero non solo
politicamente per la storia delle origini di esercito, monarchia e Stato,
importati dall'esterno, ma anche nella struttura sociale: Stato, Corona (ed
enti religiosi non meno accentrati) detengono più terra e più servi della gleba
che la nobiltà feudale; di qui la definizione di un feudalismo di Stato, che
ben sopportò l'urto delle democratiche armate francesi, e contro il quale Marx
invocò per lunghi anni perfino l'urto di armate europee turche e tedesche.
In sostanza la via dal
feudalismo di Stato al capitalismo di Stato è risultata meno lunga in Russia di
quella dal feudalismo molecolare agli Stati unitari capitalisti e dal primo
capitalismo autonomista a quella concentrato e imperialista cui ha assistito
l'Europa.
B) Le prospettive del tramonto dell'ultimo feudalismo
6. Queste forme secolari
spiegano come una classe borghese potente al pari di quelle occidentali non si
sia mai formata in Russia, e l'innesto delle due rivoluzioni atteso dai
marxisti si presentava ancora più difficile che in Germania. Quando Engels
affronta la deficienza della tradizione rivoluzionaria tedesca esauritasi, ben
diversamente da quella inglese, nella riforma religiosa, egli fa ricorso ai
contadini e ne illustra la storica guerra del 1525, schiacciata terribilmente
per la viltà dei borghesi urbani, del clero riformato e anche dei piccoli
nobili.
Per la Russia la prima
contesa fra i marxisti e tutti gli altri partiti, in dottrina e nella lotta
reale, fu sul punto se la classe borghese, politicamente assente, come la
stessa piccola nobiltà ed un clero ribelle, poteva trovare un sostituto nella
classe contadina. La formula storica a noi avversa era quella che la
rivoluzione russa non sarebbe stata né borghese né operaia, ma contadina.
Definimmo la rivoluzione contadina solo una controfigura della
rivoluzione borghese cittadina. In tutto il lungo corso di polemiche e di
guerre di classe per cento anni il marxismo ha rifiutata la prospettiva
mostruosa di un socialismo contadino, che sarebbe uscito in Russia da
una riscossa dei minimi lavoratori sulla terra per averne godimento
proprietario in forme utopistiche egualitarie, giungendo a controllare lo Stato
più delle classi urbane, la impotente borghesia ed il nuovo proletariato, di
cui non si supponeva la tremenda energia attinta come sezione del proletariato
europeo. La borghesia nasce nazionale e non si trasmette energie traverso le
frontiere. Il proletariato nasce internazionale ed è, come classe, presente in
tutte le rivoluzioni "straniere". Il contadiname è perfino
sottonazionale.
Su queste basi si costruì da
Lenin la dottrina marxista della rivoluzione russa, in cui come protagonisti
furono scartate le classi della borghesia indigena e del contadiname, e fu
eletta la classe operaia.
Lo svolgimento di questa
impostazione è documentata nella nostra trattazione: Russia e rivoluzione
nella teoria marxista, numeri dal 21 del 1954 all'8 del 1955.
7. Due sono le grandi
questioni, l'agraria e la politica. Per la prima i populisti-socialisti
rivoluzionari sono per la spartizione, i menscevichi sono per la municipalizzazione,
i bolscevichi per la nazionalizzazione. Tutti, Lenin dice, sono
postulati di una rivoluzione borghese democratica, e non socialista. Tuttavia
il terzo è il più spinto e crea le migliori condizioni per il comunismo
proletario. Ci limitiamo a citare di nuovo da Due Tattiche: «L'idea
della nazionalizzazione della terra è dunque una categoria della società
mercantile e capitalistica». Nella Russia di oggi solo la parte dei Sovcos, la
minore è a questa altezza, e il resto ancora più indietro.
Per la questione del potere,
i menscevichi sono per lasciarlo prendere alla borghesia, e poi stare
all'opposizione (nel 1917 collaboreranno al governo coi borghesi); i populisti
sono per il fantoccio del governo contadino, e con Kerensky faranno la
stessa fine; i bolscevichi sono per la presa del potere ed una dittatura
democratica del proletariato e dei contadini. L'aggettivo democratico e il
sostantivo contadini si spiegano con le parole di Lenin: «Questa vittoria non
farà affatto della nostra rivoluzione borghese una rivoluzione
socialista. Le trasformazioni diventate per la Russia una necessità non
soltanto non implicano il crollo del capitalismo, ma al contrario sbarazzeranno
effettivamente il terreno per uno sviluppo largo e rapido, europeo e non
asiatico, del capitalismo. Questa vittoria ci aiuterà a sollevare l'Europa, e
il proletariato socialista europeo, abbattuto dal giogo della borghesia, ci
aiuterà a sua volta a fare la rivoluzione socialista».
Che fare allora degli alleati contadini? Lenin lo disse anche
chiaramente. Marx aveva detto che i contadini sono «i naturali alleati della
borghesia». Lenin scrive: «Nella lotta vera e decisiva per il socialismo, i
contadini, come classe di proprietari terrieri, avranno la stessa funzione di
tradimento e di incostanza che la borghesia ha oggi in Russia nella lotta per
la democrazia».
Nella fine della indicata
trattazione (n. 8 del 1955) abbiamo mostrato come Lenin sosteneva la sua
formula: presa del potere dittatoriale nella rivoluzione borghese, contro la
borghesia stessa e con l'appoggio dei soli contadini, con un doppio argomento:
per giungere alla rivoluzione proletaria europea, sola condizione per la
vittoria del socialismo in Russia, e per evitare la restaurazione zarista, che
sarebbe stato il ripristino della guardia bianca di Europa.
C) L'incancellabile epopea russa della rivoluzione
proletaria mondiale
8. Nel 1914 venne la guerra
prevista da Marx della Germania contro le razze unite degli slavi e dei latini,
e dai rovesci dello zar nacque come egli aveva profetizzato la rivoluzione
russa.
La Russia era ora alleata
delle potenze democratiche Francia, Inghilterra ed Italia. Capitalisti e
democratici, insieme ai socialisti traditori che avevano abbracciata la causa
della guerra antitedesca, giudicarono lo zar divenuto, perché imbelle o perché
segreto alleato di domani dei tedeschi, un nemico da eliminare, e la prima
rivoluzione russa del febbraio 1917 fu osannata da tutti i demopatrioti e
socialpatrioti, che l'attribuirono non alla stanchezza delle masse e dei
soldati bensì ad abile opera delle ambasciate alleate. Benché i socialisti
russi di destra nella maggioranza non avessero aderito alla guerra, essi si
orientarono subito verso un governo provvisorio che, d'accordo che le potenze
estere, l'avrebbe continuata, e su tale base si delineò un compromesso
con i partito borghesi.
Il partito bolscevico, prima
con esitazione, e finalmente con ogni vigore dopo il ritorno di Lenin e dei
capi bolscevichi del 1917, e l'adesione integrale di Trotzky, si indirizzò
all'obiettivo di rovesciare tale governo, con i suoi sostenitori menscevichi e
populisti.
Nella nostra trattazione
successiva sulla Struttura economica e sociale della Russia d'oggi, e
specie nella Prima Parte, abbiamo esposto sui documenti la storica vicenda che
condusse, nell'Ottobre di cui oggi si celebra il quarantesimo anniversario,
alla seconda rivoluzione, e abbiamo confrontata la lotta per il potere nel 1917
alle questioni dottrinali che prima erano sorte nella vita del partito.
9. La conquista del potere
da parte del partito comunista si espresse come disfatta nella guerra civile di
tutti gli altri partiti, sia borghesi che sedicenti operai e contadini,
fautori della continuazione della guerra a fianco degli alleati. Essa si
completò con la vittoria contro questi partiti nel Soviet pan-russo, che
integrava la loro disfatta e quella dei loro alleati extra-soviet nella lotta
per le strade; nella dispersione dell'Assemblea costituente che il governo
provvisorio aveva convocata e finalmente nella rottura con l'ultimo alleato, il
partito dei socialisti rivoluzionari di sinistra, forte nelle campagne e
fautore della guerra santa contro i tedeschi.
Questo svolto gigante non
passò senza gravi lotte all'interno del partito, né si concluse storicamente se
non quando ebbe fine, dopo circa quattro terribili anni, la lotta contro le
armate controrivoluzionarie, che avevano tre origini: le forze della nobiltà
feudale e monarchica – quelle sorrette nel 1918 dalla Germania, prima e dopo la
pace di Brest – quelle mobilitate con grande impegno dalle potenze
democratiche, tra cui l'esercito polacco.
Frattanto nei paesi europei
non si succedevano che tentativi sfortunati di presa del potere da parte della
classe operaia, entusiasticamente solidale con la rivoluzione bolscevica; ed in
sostanza fu decisiva la sconfitta dei comunisti tedeschi nel gennaio 1919, dopo
la sconfitta militare della Germania e la caduta del potere kaiserista. La
linea storica di Lenin fino a questo punto realizzata in modo formidabile, e
soprattutto con la decisiva soluzione della accettazione della pace nel marzo
1918, che la insana democrazia mondiale chiamò tradimento, subì la prima
rottura. Gli anni successivi confermarono che non vi sarebbero stati aiuti di
un proletariato europeo vincitore alla economia russa, caduta in un pauroso
dissesto. Il potere in Russia fu solidamente, nel seguito, difeso e salvato; ma
da allora non fu possibile sistemare secondo le previsioni di tutti i marxisti
la questione economica e sociale russa, ossia con la dittatura del partito
comunista internazionale sulle forze produttive, ridondanti anche dopo la
guerra in Europa.
10. Lenin aveva sempre
esclusa ed escluse fino a che visse, e con lui gli autentici marxisti
bolscevichi, che, mancando la ripercussione della rivoluzione russa in Europa,
potesse la struttura sociale russa trasformarsi con caratteri socialisti
restando capitalista l'economia europea. Tuttavia egli mantenne sempre la sua
tesi che in Russia il potere dovesse essere preso e tenuto, in forma
dittatoriale, dal partito proletario appoggiato dai contadini. Sorgono due
quesiti storici. Può definirsi socialista una rivoluzione che, come Lenin
prevedeva, crea un potere che, in attesa di nuove vittorie internazionali,
amministri forme sociali di economia privata, quando queste vittorie non sono
venute? Il secondo quesito riguarda la durata ammissibile per una tale
situazione, e se vi erano alternative che non fossero l'aperta
controrivoluzione politica, il ritorno al potere di una borghesia nazionale a
viso aperto.
Per noi l'Ottobre fu socialista,
e l'alternativa alla vittoria controrivoluzionaria armata, che non vi fu,
lasciava due altre strade aperte e non una sola: la degenerazione interna
dell'apparato di potere (Stato e partito) che si adattava ad amministrare forme
capitaliste dichiarando di abbandonare l'attesa della rivoluzione
mondiale (come è stato); o una lunga permanenza al potere del partito marxista,
direttamente impegnato a sostenere la lotta proletaria rivoluzionaria in
tutti i paesi esteri, e che con il coraggio che ebbe Lenin dichiarasse che le
forme sociali interne restavano largamente capitaliste (e precapitaliste).
Va data la precedenza al
primo quesito, mentre il secondo si collega all'esame della struttura sociale russa
presente, falsamente vantata come socialistica.
11. La rivoluzione di
Ottobre va considerata dapprima non in rapporto a mutamenti immediati o
rapidissimi delle forme di produzione e della struttura economica, ma come fase
della lotta politica internazionale del proletariato. Essa presenta infatti una
serie di potenti caratteri che esorbitano totalmente dai limiti di una
rivoluzione nazionale e puramente antifeudale, e che non si limitano al fatto
che il partito proletario ne fu alla testa.
a) Lenin aveva stabilito che
la guerra europea e mondiale avrebbe avuto carattere imperialista «anche per la
Russia» e che quindi il partito proletario doveva, come nella guerra
russo-giapponese che provocò le lotte del 1905, tenere attitudine aperta di
disfattismo. Ciò non per la ragione che lo Stato non era democratico, ma per le
stesse ragioni che dettavano a tutti i partiti socialisti degli altri paesi lo
stesso dovere. Non vi era in Russia abbastanza economia capitalista e
industriale da dare base al socialismo, ma ve ne era abbastanza da dare alla
guerra carattere imperialista. I traditori del socialismo rivoluzionario, che
avevano sposata la causa dei briganti borghesi imperialisti sotto pretesto di
difendere una democrazia "di valore assoluto" contro pericoli di là
tedeschi, di qua russi, sconfessarono i bolscevichi per la liquidazione
della guerra e delle alleanze di guerra, e cercarono di pugnalare Ottobre.
Ottobre vinse contro di loro, la guerra, e l'imperialismo mondiale; e fu
conquista solo proletaria e comunista.
b) Nel trionfare
dell'attentato di costoro, Ottobre rivendicò le carte dimenticate della
rivoluzione e restaurò la rovina dottrinale del marxismo da loro tramata;
ricollegò la via per qualunque nazione della vittoria sulla borghesia
all'impiego della violenza e del terrore rivoluzionario, al laceramento delle
"garanzie" democratiche, alla applicazione senza limiti della categoria
essenziale del marxismo: la dittatura della classe operaia, esercitata dal
partito comunista. Chiamò per sempre bestia chi dietro la dittatura legge un
uomo, quasi quanto chi, tremebondo al pari delle meretrici democratiche di
quella tirannide, vi legge una classe amorfa e non organizzata, non costruita
in partito politico, come nei nostri testi di un secolo.
c) Quando fittiziamente la
classe operaia si presenti sullo scenario politico, o peggio parlamentare,
divisa tra diversi partiti, la lezione di Ottobre, indistrutta, mostrò che la
via non passa per un potere gestito in comune da tutti insieme, ma per la
liquidazione violenta successiva di quella collana di servitori del
capitalismo, fino al potere totale del partito unico.
La grandezza dei punti che
abbiamo indicato nella triplice serie sta nel fatto che forse proprio in Russia
la speciale condizione storica della sopravvivenza dispotica e medioevale
poteva spiegare una eccezione in rapporto ai paesi borghesi sviluppati;
mentre all'opposta la via russa martellò, tra lo sbalordimento di
terrore o di entusiasmo del mondo, la via unica e mondiale tracciata dalla
dottrina universale del marxismo, da cui mai Lenin si distaccò in nessuna fase,
nel pensiero e nell'azione; e con lui il mirabile partito dei bolscevichi.
È ignobile che questi nomi
siano sfruttati da quelli che, vergognosi in modo schifosissimo di quelle
glorie che ostentano teatralmente di voler celebrare, si scusano che quelle vie
la Russia abbia "dovuto", per speciali circostanze e condizioni
locali, percorrere, e promettono o concedono, come se fosse tanto loro missione
o potere, di far pervenire i paesi dall'estero al socialismo per altre e
disperate vie nazionali, lastricate dal tradimento e dall'infamia con
tutti i materiali che il fango da fogna dell'opportunismo vale ad impostare:
libertà, democrazia, pacifismo, coesistenza ed emulazione.
Per Lenin il socialismo in
Russia aveva bisogno, come dell'ossigeno, della rivoluzione occidentale. Per
questi, che il 7 novembre sfilano davanti al suo stolto mausoleo, l'ossigeno è
che nel resto del mondo gavazzi il capitalismo, con cui coesistere e coire.
D) Parabola sinistra della rivoluzione stroncata
12. I cardini dell'altro
quesito sulla struttura economica della Russia alla vittoria di Ottobre sono stabiliti
da testi fondamentali di Lenin, a cui nel modo più esteso ci siamo riferiti,
non con quelle citazioni staccate che si possono introdurre in scritti generici
e brevi, ma con una illustrazione che pone in rapporto tutte le formule con le
storiche condizioni dell'ambiente e i rapporti delle forze, nella seriazione
storica.
Una di quelle che chiamiamo
"rivoluzioni duplici" porta sul teatro delle operazioni tre dei modi
storici di produzione, come era per la Germania prima del 1848. Nella classica
veduta di Marx si trattava dell'impero medioevale e aristocratico-militare,
della borghesia capitalistica, e del proletariato, ossia del servaggio, del
salariato, e del socialismo. Lo sviluppo industriale in Germania, in quantità
se non in qualità, era allora limitato, ma se Marx introdusse il terzo
personaggio fu perché le condizioni tecnico-economiche ne esistevano in pieno in
Inghilterra, mentre quelle politiche sembravano presenti in Francia.
Nel campo europeo la prospettiva socialista era ben presente; e l'idea di una
rapida caduta del potere assolutista tedesco a beneficio della borghesia, e poi
dell'attacco a questa del giovane proletariato, era legato alla possibilità di
una vittoria operaia in Francia, dove, caduta la monarchia borghese del '31, il
proletariato di Parigi e della Provincia desse battaglia, che generosamente
diede ma perdette.
Le grandi visioni
rivoluzionarie sono feconde anche quando la storia ne rinvia l'attuazione. La
Francia avrebbe dato la politica, fondando a Parigi un potere
dittatoriale operaio come tentò nel '31 e nel '48 e realizzò nel '71,
gloriosamente sempre soccombendo armi alla mano. L'Inghilterra avrebbe dato l'economia.
La Germania avrebbe dato la dottrina, che piacque a Leone Trotzky
richiamare per la Russia nel nome classico di rivoluzione in permanenza.
Ma la rivoluzione permane, in Marx e in Trotzky, nel quadro internazionale, non
in un misero quadro nazionale. Gli stalinisti hanno condannato la rivoluzione
permanente nel loro terrorismo ideologico: ma sono essi che l'hanno
scimmiottata in una vuota parodia, e imbrattata di patriottismo.
Lo sguardo di Lenin, e
dietro lui di noi tutti, nel 1917 vedeva la Russia rivoluzionaria –
industrialmente indietro come la Germania del 1848 – offrire la fiamma della
vittoria politica, e riaccendere in modo supremo quella grande dottrina
cresciuta nell'Europa e nel Mondo. Alla sconfitta Germania sarebbero state
attinte le forze produttive, il potenziale dell'economia. Sarebbe
seguito il resto del tormentato centro-Europa. Una seconda ondata avrebbe
travolto le "vincitrici" Francia, Italia (che sperammo invano di
anticipare fin dal 1919), Inghilterra, America, Giappone.
Nel nucleo Russia-Europa
centrale lo sviluppo delle forze produttive nella direzione del modo socialista
non avrebbe avuto ostacoli, e bisogno soltanto della dittature dei partiti
comunisti.
13. Interessa a questo
scorcio grezzo delle nostre ricerche l'altra alternativa, quella della
Russia rimasta sola, con in mano la folgorante vittoria politica. Situazione di
enorme vantaggio rispetto al 1848, in cui tutte le nazioni combattenti rimasero
nelle mani del capitalismo, e la Germania più indietro ancora.
Riassumiamo duramente la
prospettiva interna di Lenin, quella in attesa della rivoluzione ad ovest.
Nell'industria, controllo della produzione e più tardi gestione dello
Stato, che significava sì distruzione della borghesia privata e quindi vittoria
politica, ma amministrazione economica nel modo mercantile e
capitalista, sviluppando le sole "basi" per il socialismo.
Nell'agricoltura distruzione di ogni forma di servitù feudale, e gestione
cooperativa delle grandi tenute, tollerando il meno possibile la piccola produzione
mercantile, forma nel 1917 dominante ed inevitabilmente incoraggiata dalla
distruzione – questa sì economica quanto politica – del modo feudale.
Gli stessi braccianti senza terra, i soli "contadini poveri"
veramente cari a Lenin, erano statisticamente diminuiti e trasformati in proprietari
per la espropriazione della terra dei contadini ricchi.
Nella grande discussione del
1926 sorse la questione dei tempi, che abbiamo fondamentalmente chiarita,
Stalin diceva: se qui il pieno socialismo è impossibile, allora dobbiamo
lasciare il potere. Trotzky gridò di credere nella rivoluzione internazionale,
ma di doverla attendere al potere anche per 50 anni. Gli fu risposto che Lenin
aveva parlato di venti anni «di buoni rapporti con i contadini», dopo dei quali,
anche in una Russia economicamente non socialista, si sarebbe scatenata la
lotta di classe tra operai e contadini per stroncare la microproduzione rurale
e il microcapitale privato agrario, tabe della rivoluzione.
Ma nell'ipotesi della
rivoluzione operaia europea il micropossesso della terra – che oggi vive non
sradicabile nel "Colcos" – sarebbe stato trattato con drastica
rapidità, senza rinvii.
14. La scienza economica
marxista vale a documentare che lo stalinismo è rimasto più indietro ancora di
quanto prevedeva Lenin come lontano risultato. Non sono passati 20, ma 40 anni,
e i rapporti con i contadini colcosiani sono tanto "buoni", quanto
"cattivi" quelli con gli operai dell'industria, gestita dallo Stato
in regime salariale con condizioni mercantili finora peggiori di quelle dei
capitalismi non mascherati. Il contadino colcosiano è trattato bene come
cooperatore nell'azienda Colcos, forma capitalista privata e non
statale, e più che bene come piccolo gestore di terra e capitale scorte.
Sarebbe inutile ricordare le
caratteristiche borghesi dell'economia sovietica, che vanno dal commercio, alla
eredità, al risparmio. Come essa non è affatto avviata all'abolizione dello
scambio per equivalente monetario e alla remunerazione non pecuniaria del lavoro,
così i suoi rapporti tra operaio e contadino vanno in senso opposto alla
comunista abolizione della differenza tra lavoro agricolo e industriale, lavoro
mentale e manuale.
Non è venuta, per quaranta
anni dal 1917, e circa 30 da quando Trotzky ne valutò come tollerabili al
potere 50, andando la 1975 circa, la rivoluzione proletaria di occidente. Gli
assassini di Leone, e del bolscevismo, hanno largamente costruito capitalismo
industriale, ossia basi del socialismo, ma limitatamente nelle campagne,
e sono di altri venti anni in ritardo su quelli di Lenin nel farla finita colla
forma gallinesca del colcosianismo, degenerazione dello stesso capitalismo
libero classico, che oggi coloro, in un sotterraneo accordo coi capitalisti di
oltre frontiera, vorrebbero infettare nell'industria e nella vita. Verranno
anche prima del 1975 crisi di produzione, che travolgeranno ambo i campi di
emulazione, a far volare via pagliai, pollai, microautorimesse e tutte le
istallazioni pitocche del sozzo, moderno ideale domestico colcosiano per una
illusoria arcadia di capitalismo populista.
15. Un recente studio di
economisti borghesi americani sulla dinamica mondiale degli scambi calcola un
punto critico dell'attuale corsa alla conquista dei mercati, incardinata sul
bieco puritanismo della soccorritrice America dopo la fine del secondo
conflitto mondiale, al 1977. Venti anni ancora ci separerebbero dal lanciarsi
della nuova fiammata di rivoluzione permanente concepita nel quadro
internazionale, e ciò collima colle conclusioni del lontano dibattito del 1926,
come con quelle delle nostre ricerche degli ultimi anni (vedi il riassunto nei
nn. 15 e 16 del 1955, alla fine).
La condizione perché possa
evitarsi un nuovo rovescio proletario è quella che la restaurazione teorica non
debba farsi, come nello sforzo gigante di Lenin dal 1914, dopo che già il terzo
conflitto mondiale abbia schierato i lavoratori sotto le sue tutte maledette
bandiere, ma possa svolgersi ben prima, con l'organizzazione di un partito
mondiale che non esiti a proporre la propria dittatura. Una tale esitazione
liquidatrice è nella debolezza di quanti rimpiangono l'assaggio imbecille di un
pezzetto di quella personale, e possono accodarsi a quanti spiegano la Russia
con colpi di palazzo ad omoni e omacci, demagoghi o traineurs de sabre
che siano.
Nel corso dei venti anni
delibati, una grande crisi della produzione industriale mondiale e del ciclo
commerciale del calibro di quella americana 1932, ma che non risparmierà il
capitalismo russo, potrà essere di base al ritorno di decise ma visibili
minoranze proletarie su posizioni marxiste, che saranno ben lontane
dall'apologia di pseudo rivoluzioni antirusse di tipo ungherese dove, alla
stalinista maniera, combattano abbracciati contadini, studenti ed operai.
Può azzardarsi uno schema
della rivoluzione internazionale futura? La sua area centrale sarà quella che
risponde, con una potente ripresa di forze produttive, alla rovina della
seconda guerra mondiale, e soprattutto la Germania, compresa quella dell'est,
la Polonia, la Cecoslovacchia. La insurrezione proletaria, che seguirà
l'espropriazione ferocissima di tutti i possessori di capitale popolarizzato,
dovrebbe avere il suo epicentro tra Berlino ed il Reno e presto attrarre il
nord d'Italia e il nord-est della Francia.
Una simile prospettiva non è
accessibile ai minorati che non vogliono concedere un'ora di relativa
sopravvivenza a nessuno dei capitalismi, per loro tutti eguali e da giustiziare
in fila, anche se invece di missili atomici si impugnano siringhe a retrocarica.
A dimostrazione che Stalin e
successori hanno rivoluzionariamente industrializzato la Russia, mentre
controrivoluzionariamente castravano il proletariato del mondo, la Russia sarà
per la nuova rivoluzione la riserva di forze produttive, e solo in seguito di
eserciti rivoluzionari.
Alla terza ondata l'Europa
continentale comunista politicamente e socialmente esisterà – o l'ultimo
marxista sarà scomparso.
Il capitalismo inglese ha
già bruciate le sue riserve di imborghesimento laburista dell'operaio che Marx
ed Engels gli rinfacciarono. In quel tempo anche quello dieci volte più vampiro
ed oppressore del mondo che si annida negli Stati Uniti le perderà nello
scontro supremo. Alla lurida emulazione di oggi si sostituirà il mors
tua vita mea sociale.
16. È per questo che noi non abbiamo commemorato i quarant'anni che sono passati, ma i venti che attendono di passare, e il loro scioglimento.
Partito comunista internazionale
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