Programme communiste
Presentazione della rivista
I fondamenti del comunismo rivoluzionario nella dottrina e nella storia della lotta proletaria internazionale
(«programme communiste»; N° 1; Octobre-Décembre 1957)
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Presentazione della rivista
Dando alla piccola rivista che stiamo pubblicando il titolo di "Programma Comunista", intendiamo enunciare in poche parole le tre tesi che bastano a distinguere, senza alcuna possibile ambiguità, un organo marxista radicale da tutte le pubblicazioni con interessi politici e pretese sociali che oggi proliferano sul letamaio della più terribile reazione ideologica e politica che il movimento proletario internazionale abbia mai conosciuto.
La prima è una tesi molto generale che si riferisce alla concezione marxista dei legami che uniscono teoria e interessi di classe (e quindi alla concezione di classe stessa) e che ha ispirato l’azione di Marx ed Engels sia come «uomini di scienza» che come militanti politici; la lotta di Lenin contro il revisionismo e per l'ortodossia; e, infine, la lotta dei comunisti della restaurata Internazionale dei primi anni per la totale sconfitta del riformismo socialdemocratico.
Questa tesi afferma che il processo di formazione del proletariato in classe rivoluzionaria si identifica storicamente con la conquista del movimento proletario da parte del socialismo scientifico – o marxismo radicale – e quindi con la regressione di tutte le altre correnti, siano esse pre-marxiste e insurrezionaliste, o riformiste e legalitarie.
Qui è sufficiente enunciare questa tesi, la cui dimostrazione e difesa spetta alla pubblicazione stessa, aggiungendo tuttavia che, sebbene questa conquista sia stata effettivamente progressivamente conseguita a partire dal lontano 1848 con il Manifesto del Partito Comunista, essa non è stata continua né lineare, e nanche allo stesso livello nei diversi paesi, bensì attraverso avanzate successive a catastrofiche sconfitte in alcuni, mentre in altri (ad esempio la Francia) è stata opposta una resistenza più o meno totale all'affermazione di una coerente tradizione marxista rivoluzionaria.
Quest'ultima osservazione sui rinculi storici subite dal marxismo ci conduce al secondo punto, che serve come valutazione storica del movimento ispirato da Mosca e come delimitazione politica dei suoi confini.
Questo movimento, in Francia come altrove, pretende precisamente di rappresentare quella vittoria finale a cui i marxisti hanno sempre aspirato, sia sulle ideologie obsolete dell'anarcosindacalismo (che per lungo tempo ha costituito qui la corrente dominante) sia sul riformismo socialista. Respingiamo categoricamente questa pretesa del comunismo ufficiale di Cachin, Thorez e soci.
Indubbiamente, rivendichiamo la fondazione della Terza Internazionale nel 1919 come un fenomeno autenticamente rivoluzionario e che, per noi, è una delle prove del ruolo traditore di questa gente e di aver contribuito alla sua liquidazione. Ma dobbiamo notare due cose: in primo luogo, questa fondazione ha preceduto, in molti paesi, ma specialmente in Francia, la selezione naturale di partiti autenticamente marxisti, che altrove ha coronato la lotta di frazioni rivoluzionarie teoricamente solide con l'esperienza pratica. In secondo luogo, ed è questo il punto essenziale, questa selezione, che avrebbe potuto in seguito avvenire attraverso l'eliminazione delle persistenti influenze negative del movimento pre-1914, non solo si è arrestata, ma addirittura si trasformò in una regressione rispetto alle posizioni raggiunte al momento della fondazione dei partiti comunisti. Il fenomeno sarebbe stato in ogni caso negativo: ciò che gli conferì un carattere direttamente catastrofico è il fatto che non partì dalla parte temuta (a ragione, del resto), cioè dalla parte della socialdemocrazia, ma dal centro stesso della gloriosa rivoluzione dell'Ottobre 1917 - che tuttavia rivendichiamo pienamente - da parte della direzione della nuova Internazionale, dalla parte di Mosca.
Stretta nella morsa dell'isolamento e troppo fiduciosa nella propria invulnerabilità alle influenze corrosive dell'opportunismo, fu proprio Mosca, nonostante la resistenza di alcuni marxisti occidentali (tra i quali si cercherebbe invano un solo francese!), a dare avvio alla ritirata dai metodi rigorosi applicati dal bolscevismo durante tutta la sua preparazione storica dell'Ottobre Rosso. Ciò fu ottenuto proponendo una tattica di conquista delle masse e obiettivi parziali volti esclusivamente a modificare i principi del movimento, per poi ricorrere a manovre sempre più disorientanti per le masse dei militanti, finché le reazioni provocate non poterono essere contenute che dal terrore ideologico, distruttivo della loro preparazione rivoluzionaria – in attesa del terrore fisico, distruttivo delle loro vite.
Questo orientamento, denunciato molto presto da piccole minoranze fuori dalla Francia, coincideva fin troppo bene con la persistenza dell'opportunismo prebellico all'interno del movimento comunista stesso. Bisogna addirittura riconoscere che senza questo fenomeno, che segnò il ritardo della cosiddetta avanguardia rispetto all'«era delle guerre e delle rivoluzioni» inaugurata dal conflitto imperialista del 1914, essa non avrebbe potuto conseguire la vittoria internazionale, una vittoria che consegnò la generosa ma confusa Opposizione russa ai colpi dei suoi carnefici. In ogni caso, questo orientamento diede origine alla minaccia di una combinazione estremamente pericolosa per il futuro rivoluzionario del proletariato: il vecchio opportunismo e il nuovo, nato dalla pressione di reali interessi sociali generali che, in Russia, spingevano verso un'industrializzazione necessariamente di natura capitalista, anche se l'agente storico non doveva più esere una classe borghese.
Il culmine di questa minaccia fu raggiunto proprio quando, su scala internazionale, i partiti comunisti furono costretti a dissociarsi da Lev Trotsky, fondatore dell'Armata Rossa, ma anche eminente teorico e militante marxista, che combatté con tutta la sua energia bolscevica contro la tesi secondo cui, con la Guerra Civile vittoriosa, la Russia avrebbe potuto procedere alla costruzione del socialismo indipendentemente dalla rivoluzione internazionale o anche solo europea.
Persa la lotta decisiva che ebbe luogo all'interno del movimento comunista internazionale negli anni 1926-28 dall'ala proletaria, il ciclo opportunista era destinato a concludersi ancora una volta come si è sempre concluso nel corso della storia: con la completa distruzione del programma comunista, non più solo – come nella fase iniziale – nella scelta dei mezzi di lotta, ma anche nella formulazione politica dei suoi scopi, persino nella definizione scientifica delle fasi della trasformazione rivoluzionaria dell'economia e della società.
Giunto quasi alla fine di questo vergognoso ciclo di regressione con il XX Congresso del Partito Comunista Russo del 1956 (il Congresso delle «vie nazionali e parlamentari al socialismo», che, peraltro, non rinunciò in alcun modo alla definizione stalinista del socialismo... come economia di mercato!), il comunismo ufficiale è apparso come un movimento senza dottrina né programma, perché ha progressivamente sostituito la dottrina e il programma originali con un miscuglio di superstizioni sociali, eresie economiche e tradimenti politici ancora meno propensi a resistere al confronto con il marxismo che spudoratamente ha preteso di rappresentare rispetto al vecchio revisionismo annientato da Lenin, fondatore dell'Internazionale Comunista. Non solo questa corrente non ha nulla a che fare con il socialismo scientifico e la lotta rivoluzionaria, ma ha anche soddisfatto, per i nostri tempi, la principale esigenza della conservazione capitalista: impedire la formazione del proletariato in partito, e ciò nell'unica forma oggi possibile: svuotando il partito esistente di ogni contenuto proletario.
Se, liberandosi delle preoccupazioni puramente «immediate» elettorali o di altro tipo che li dominano, come sempre accade nelle fasi reazionarie, i militanti di questo gigantesco movimento, che da trent'anni pesa sulle sorti del proletariato, pretendessero che esso definisse chiaramente, al di là delle dichiarazioni contraddittorie e incoerenti di congressi, assemblee e stampa, gli obiettivi di classe che persegue – cioè il tipo storico di società per cui lotta – allora l'abisso promesso dal corso rivoluzionario ai partiti rinnegati si aprirebbe sotto i piedi dell'ignorante e sfacciata burocrazia «comunista». Pertanto, una delle infami necessità a cui risponde è proprio quella di impedire che questa salutare richiesta di chiarimento sorga tra i proletari che controlla – o che stanno iniziando a sfuggirgli di mano. I metodi con cui ottiene questo risultato sono quelli tristemente classici di tutti i revisionismi: screditando il «dogmatismo», opponendo alla teoria astratta «l'azione viva e costruttiva», che in ultima analisi si riduce ai disgustosi rituali della vita democratica in Occidente e, in Oriente, allo sviluppo accelerato del capitalismo sotto il pugno di ferro dello Stato.
Il nostro terzo punto nello spiegare perché abbiamo collocato la nostra modesta rivista sotto la bandiera del programma comunista deriva necessariamente dai due precedenti.
Se l'odierno «comunismo» ufficiale non è altro che la miserabile rovina lasciata dal secondo attacco della malattia opportunista, un secondo revisionismo che non ha lasciato nulla in piedi del movimento originale: né principi tattici, né obiettivi politici rivoluzionari, né – a fortiori – la scienza marxista; se il marxismo stesso non è una teoria, un programma tra gli altri, ma la teoria, il programma di classe del proletariato, allora la via per la rinascita del pensiero e dell'organizzazione politica rivoluzionari non può che essere quella di ricostruire questa teoria e questo programma.
Ciò che proponiamo, quindi, è un ritorno a principi vecchi di più di cent’anni, ai principi del Manifesto Comunista e dell'Internazionale di Lenin – in breve, a ciò che gli incoscienti pretenziosi, senza temere l'impresa di «rinnovare o correggere il marxismo», chiameranno, con ridicolo disprezzo, dogma.
Questo ritorno al dogma che non esitiamo a rivendicare può essere definito in poche parole: un ritorno all'internazionalismo contro la degenerazione patriottica; un ritorno alla lotta di classe contro la degenerazione parlamentare; un ritorno alla dittatura del proletariato contro la degenerazione democratico-popolare; e infine, contro la degenerazione «emulatoria», un ritorno al grande obiettivo della trasformazione comunista dell'economia e della società, così come definita nelle sue varie fasi dal socialismo scientifico, che in ultima analisi conduce a una società senza classi e senza Stato.
Fuori delle grandi prigioni che sono i partiti di massa, non mancano indubbiamente gruppi e fazioni che rivendicano, più o meno esplicitamente, di aderire a queste grandi posizioni. Ciò che manca sono le garanzie della loro capacità di lottare concretamente per gli obiettivi che proclamano a parole (ma raramente formulano correttamente) e, quando il proletariato emergerà finalmente dalla prostrazione in cui trent'anni di tradimenti lo hanno gettato, di organizzare le sue frazioni più determinate attorno a un autentico programma comunista.
La prima di queste garanzie riguarda ovviamente le posizioni fondamentali che devono essere ripristinate. Le enunciamo in modo succinto: rifiuto di qualsiasi esitazione sul postulato chiave del marxismo: la ripresa della lotta per la distruzione dello Stato borghese e, dopo la presa del potere per l'instaurazione del comunismo, sarà una lotta di partito, la lotta del partito internazionale del proletariato; in altre parole, nessun'altra organizzazione della classe operaia (sindacato, consiglio di fabbrica o persino soviet) può raggiungere questi obiettivi con le sole proprie forze. Rigetto di qualsiasi tentativo di rivedere o presumibilmente completare la definizione marxista della trasformazione socialista come trasformazione della produzione mercantile in produzione svolta dalla e per la società, poiché tali tentativi riconducono sempre a definizioni pre-marxiste e mercantili del socialismo e quindi confinano il movimento in un quadro essenzialmente borghese (la critica di Marx a Proudhon).
Se gli «oppositori» ai principali partiti ufficiali sono estremamente confusi su queste questioni della lotta di classe, della dittatura del proletariato e della trasformazione socialista (per non parlare dell'internazionalismo, che, sia tra gli anarchici che tra i trotskisti, è purtroppo soggetto a eclissi), sono anche inclini a metodi opportunistici quando si tratta di selezionare le forze del futuro partito rivoluzionario. Qui, le nostre garanzie risiedono nella regola applicata da Marx, Engels e Lenin in tutta la loro azione politica: niente commercio di principi! L'unione di gruppi con ispirazioni disparate nella stessa «organizzazione» (sarebbe meglio dire «disorganizzazione») con il pretesto di aumentare il numero degli effettivi è un processo fallace che si traduce in alterazione della dottrina e confusione, come hanno dimostrato innumerevoli esperienze su grande o piccola scala. Pertanto, respingiamo completamente questo metodo. Allo stesso modo, traendo forza non solo dall'esperienza negativa della Seconda Internazionale, ma anche dalla più recente esperienza dell’I.C., rifiutiamo il metodo degli accordi, dei blocchi, dei fronti e delle alleanze con i cosiddetti partiti di sinistra, che, invece di guidare i proletari che li sostengono su un terreno rivoluzionario, sono riusciti solo a spingere l'organizzazione proletaria in territorio nemico.
Per la rinascita dell'organizzazione nazionale e internazionale della classe operaia, non contiamo su nessuno di questi miserabili trucchi con la storia, così comuni nell'opportunismo, che finiscono sempre per ritorcersi contro il proletariato e la sua preparazione rivoluzionaria. Facciamo affidamento esclusivamente sul lavoro e sulla lotta instancabili per la restaurazione del marxismo originario, sulla diffusione di posizioni di classe tra i lavoratori avanzati e, soprattutto, sulla ripresa della lotta rivoluzionaria delle masse, che, siamo dottrinalmente certi, non può non verificarsi – prima o poi nella storia – perché il capitalismo sta precipitando verso l'unico vero risultato – e rivoluzionario – della sua orgia iperproduttiva del dopoguerra: la «catastrofe».
* * *
Non ci facciamo certo illusioni sugli ostacoli che si frappongono a questa ripresa ancora lontana, che alcuni hanno erroneamente identificato nei rivolgimenti antitotalitari dell'Est.
Il bilancio più evidente del «comunismo»" ufficiale è, in realtà, l'ignobile pace di classe di cui il capitalismo gode ancora dodici anni dopo la fine del secondo conflitto imperialista, e nonostante le guerre coloniali.
È una salita ripida, e bisogna riconoscere che in Francia un gruppo marxista ortodosso non ha alcuna tradizione diretta da rivendicare nel paese. Per questo, si sarebbe dovuto tornare al guesdismo degli ultimi decenni del XIX secolo; ma sappiamo che questo movimento fallì completamente di fronte alla prima guerra mondiale, dopo un lungo periodo di degenerazione riformista.
Questo spiega anche perché il partito comunista francese fu, fin dall'inizio, uno dei peggiori dell'Internazionale: la scissione, molto a destra poiché includeva socialpatrioti come Cachin e Frossard, fu molto più un riflesso degli eventi russi che l'espressione della maturazione di una corrente rivoluzionaria intransigente all'interno del proletariato. Da questo partito, che combinava la vecchia tradizione riformista prebellica con quella dell'anarcosindacalismo, nessuna frazione marxista ebbe il tempo di staccarsi per affrontare la crisi opportunista che, in pochi anni, avrebbe travolto il movimento internazionale dell’I.C. Senza dubbio, le reazioni al corso stalinista furono numerose: ma, che fossero segnate dal sigillo del vecchio anarcosindacalismo francese appena sfiorato dal marxismo, o che si sottomettessero all'autorità di Trotsky (due cose che si verificarono in Rosmer, uno dei fondatori del Partito in Francia), non riuscirono mai a dar vita a una posizione critica e programmatica generale, né a un'organizzazione capace di attraversare - con costanza - gli anni bui della reazione staliniana e post-staliniana. Senza dubbio, in nessun paese si è assistito a un tale fiorire di gruppi e sottogruppi di opposizione come in Francia dopo la terribile crisi del 1927, né a così tanti dibattiti disordinati nell'atmosfera fetida di una democrazia che la borghesia francese non si è preoccupata di scartare per annientare il proletariato, perché quest'ultimo non la minacciava così pericolosamente come in Italia o in Germania. Ma senza dubbio non ci fu mai prova più crudele del fatto che la maturazione rivoluzionaria e la rivoluzione non hanno nulla a che fare con il suffragio universale e la libertà di stampa: nonostante tutta l'abilità tattica dei trotskisti (che godevano di una certa fama tra le due guerre e subito dopo) non si poté impedire che la gioventù intellettuale si volgesse piuttosto verso lo stalinismo o l'esistenzialismo che verso il marxismo radicale all'indomani del conflitto imperialista, e che il proletariato soffrisse fino in fondo – e in particolare nelle spedizioni asiatiche e africane della sua borghesia – le conseguenze della rinuncia alla propria indipendenza di classe di fronte alla guerra imperialista. Dodici anni dopo una ingannevole «liberazione», è abbastanza chiaro che tutti gli sforzi dei militanti dei gruppi di opposizione prebellici sono stati vani, e che nulla rimane dei gruppi che hanno trascorso trent'anni a costruire e distruggere, dividere e riunire con un'ostinazione degna di un destino migliore.
Se, quindi, esiste una tradizione nel periodo storico più recente – cioè il periodo della degenerazione dell’I.C., che ne fu il fenomeno rivoluzionario dominante – a cui possiamo richiamarci, non è in Francia che la si troverà. Ciò non farà che scandalizzare e alienare le vittime dell'infatuazione nazionale a cui il signor Krusciov diede un incoraggiamento così imprevisto al XX Congresso, ma certamente non renderà il nostro compito più facile. L'ironia della storia è che è stata proprio una corrente marxista italiana, organizzata in un piccolo Partito Comunista Internazionalista e che pubblicava un bimensile intitolato prima Battaglia Comunista e poi Programma Comunista, a fornirci, nel dopoguerra, la prova che non tutto era stato distrutto del movimento che aveva portato alla formazione della Terza Internazionale. E se parliamo di «ironia», è perché abbiamo già osservato che, in una presunta «avanguardia», l'osservazione di Marx durante la Prima Internazionale – secondo cui, introducendo il loro sciovinismo come «nazione modello» nell'organizzazione proletaria, «...i Francesi detestano cordialmente gli Italiani» – rimane fin troppo valida.
Non è questa la sede per raccontare la storia della Sinistra Comunista Italiana, alla quale intendiamo dedicare un corposo opuscolo, perché esso farà luce sulla storia stessa della Terza Internazionale, sulla quale i Partiti Comunisti ufficiali hanno tutto l'interesse a creare una completa oscurità da quando l'hanno distrutta, e che i sedicenti critici di ogni tipo ignorano superbamente, poiché pretendono di costruire «rampe di lancio» completamente nuove. Ci limiteremo a far notare al lettore che questo Partito Comunista Internazionalista d'Italia, che consideriamo un'organizzazione sorella, fu formato verso la fine della guerra dalla stessa corrente che aveva fondato la sezione italiana dell'Internazionale Comunista nel gennaio 1921, nota come «Frazione Astensionista». Questo fatto è degno di nota: poiché mentre l'Europa orientale, che tuttavia possiede eminenti marxisti e rivoluzionari, rimane in silenzio – per ragioni facilmente comprensibili –; mentre la Germania, il «paese marxista», ha finora prodotto solo le misere pubblicazioni di piccoli gruppi che non sono stati in grado di trarre dalla terribile esperienza di Stalin e Hitler alcuna «lezione» se non il ripudio del Partito di classe, della Dittatura e dello Stato di classe, e l’imbecille professione di fede in un socialismo «democratico», l'Italia è l'unico paese in cui è evidente una continuità fisica, politica e organizzativa dell'autentica tradizione comunista.
Ma mentre le vicissitudini della lotta di classe possono benissimo spostare i centri del pensiero e dell'organizzazione rivoluzionaria da un paese all'altro nel corso della storia, così come il caso può legare temporaneamente un intero movimento politico al nome di determinati individui, il corso rivoluzionario stesso è internazionale e il marxismo è patrimonio comune della classe operaia di tutti i paesi. Pertanto, non si dovrebbe attribuire eccessiva importanza a luoghi o individui. Domani, dopodomani, le posizioni che difendiamo riappariranno in tutto il mondo, riscoperte da compagni sconosciuti provenienti da oltre i nostri confini, e forse da altre generazioni. Nel frattempo, dobbiamo lottare per loro con tutte le forze che abbiamo. È ciò che intendiamo fare con questa modesta rivista.
Parti communiste international
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