No 15, 24 Luglio 1982 - pdf
Nota di rettifica dell'articolo « Dal Libano al Golfo Persico si annuncia una storica svolta: dalle lotte per obiettivi borghesi e democratici alla lotta di classe proletaria »
Questo articolo inizia citando un brano del 1929 dell’esiliato Trotsky, in cui egli dichiara la propria diffidenza nei confronti della democrazia per il fatto che tutti i paesi democratici avevano rifiutato di concedergli il diritto d’asilo, concludendo con una domanda: “Perché dovrei credere che un problema infinitamente più importante, come la lotta tra chi possiede e chi non possiede, possa essere risolto secondo le forme e i riti della democrazia?” (1). Questa citazione, secondo il nuovo “programma comunista” (n. 3 del 2011) che riprese questo articolo rivendicandolo interamente (2), serviva per sottolineare quel che per Trotsky era una conferma (la democrazia borghese che afferma il “diritto d’asilo” è cinicamente menzognera perché nove volte su dieci nega questo diritto ai richiedenti asilo) e che invece per i profughi palestinesi, cacciati da Beirut e dal Libano, doveva essere un “duro insegnamento” poiché i paesi cosiddetti fratelli della “famiglia araba”, in realtà, “dopo tanto vociare sulla necessaria distruzione di Israele” si rifiutavano di “muovere anche soltanto un dito in loro aiuto”. I palestinesi che si battevano armi in pugno credevano nella democrazia sotto forma dei diritti sovrani dei popoli e del mito della nazione araba, ma in quanto “sbandati in armi” e portatori di “destabilizzazione politica e sociale”, dopo l’invasione israeliana del Libano e il bombardamento di Beirut, sconfitti ma non domati, non li voleva accogliere nessuno. Secondo quell’articolo del 1982, “questa realtà tragica segna nello stesso tempo una storica svolta nel lungo dramma dell’area medio-orientale. Assai più dell’isolamento in cui le masse palestinesi sono state lasciate durante l’invasione israeliana del Libano, il rifiuto di accogliere i combattenti in uno qualsiasi dei paesi arabi, parallelo al rifiuto non solo del governo libanese e dei falangisti, ma della sinistra socialisteggiante di Jumblatt, di continuare più a lungo ad ‘ospitarli’, sposta tutti i termini di una questione che all’origine era soltanto o prevalentemente nazionale: il problema non è più quello dei rapporti di una ‘etnia’ con lo Stato di Israele; è quello dei rapporti di una massa sradicata e diseredata con tutti gli Stati della regione e con le borghesie alle quali essi appartengono, anche se il nodo di tali rapporti non potrebbe mai essere sciolto definitivamente se rimanesse in piedi lo Stato più potente, agguerrito, aggressivo e direttamente puntellato dall’imperialismo yankee – appunto quello israeliano”. Qui si comincia ad accennare ad una prospettiva storica diversa dal precedente periodo, in cui tacitamente veniva ammessa la validità della questione “nazionale” palestinese – e perciò la rivendicazione dell’autodeterminazione del popolo palestinese – sebbene venisse giustamente avanzata secondo la classica posizione di Lenin e dell’Internazionale Comunista che pretendeva l’assoluta indipendenza politica e organizzativa del proletariato rispetto alle altre classi sociali. Subito dopo, infatti, nello stesso articolo del 1982 ripreso dal nuovo “programma comunista”, si afferma: “E’ l’era delle grandi guerre di classe per la distruzione di ogni Stato borghese, quella cui annunciano l’alba nel Medio Oriente – per una delle tante ironie della dialettica storica – coloro che erano stati i portavoce di interessi, diritti e ideologie nazionali. Salutiamone l’avvento!”.
Dunque, secondo quanto ora affermato, la sconfitta dei combattenti palestinesi in Libano e la loro dispersione in paesi che non li volevano, aprivano oggettivamente una svolta storica, l’era delle grandi guerre di classe per la distruzione di ogni Stato borghese! Non era la prima volta che i palestinesi venivano sconfitti, massacrati, maciullati, cacciati dalla loro terra e da ogni paese in cui tentavano di stabilirsi; basta ricordare il “Settembre nero” giordano del 1970, il massacro di Tall-el Zaâtar siriano-libanese del 1976, oltre agli innumerevoli episodi in Palestina per mano delle forze militari e dei coloni di Israele. Che cosa differiva quella volta rispetto alle situazioni precedenti? Esistevano forse organizzazioni indipendenti di classe del proletariato palestinese, o del proletariato di altri paesi in cui i palestinesi potevano organizzarsi? Esisteva forse un partito comunista rivoluzionario, agente nel Medio Oriente, con una certa influenza sulle organizzazioni proletarie palestinesi o di altri paesi? Esistevano organizzazioni di classe del proletariato israeliano e un partito di classe che avesse la possibilità di influenzarle? Nulla di tutto ciò. Le uniche organizzazioni esistenti, sia di tipo sindacale che di tipo politico, erano in mano alla borghesia, vuoi “socialisteggiante” vuoi reazionaria, o alle forze opportuniste legate a Mosca che certo non rappresentava più, dal 1926, il centro internazionale della rivoluzione comunista! Dunque? Come avrebbero fatto i “portavoce di interessi, diritti e ideologie nazionali” ad annunciare “l’alba nel Medio Oriente”, l’apertura dell’“era delle grandi guerre di classe per la distruzione di ogni Stato borghese”? Le uniche organizzazioni palestinesi combattenti esistenti erano quelle affiliate all’Olp o a qualche altra organizzazione borghese: ci si attendeva quindi da queste, o dalle loro “ali sinistre”, lo scatenamento della guerra di classe? O si credeva che la guerra di classe per la distruzione di ogni Stato borghese potesse essere scatenata dalla cruda spontaneità delle masse, senza organizzazioni classiste, senza partito di classe che le orientasse e ne prendesse la testa?
Dunque, la svolta nel Medio Oriente in che cosa consisteva? In nulla che si potesse ritenere come un passo avanti fatto nella ripresa della lotta di classe, meno che mai nella ripresa della lotta rivoluzionaria. In realtà, in quell’articolo del 1982, la prospettiva della distruzione degli Stati borghesi è accompagnata da un forte desiderio che si apra finalmente l’era delle grandi guerre di classe, che sono poi le rivoluzioni proletarie; è tale l’illusione che movimenti sociali e proletari, ma non di classe, siano sufficienti per aprire effettivamente il periodo rivoluzionario tanto atteso, che si crede di poter attendersi la maturazione dei fattori favorevoli alla rivoluzione proletaria semplicemente dall’aumento quantitativo delle spontanee reazioni delle masse ai continui peggioramenti che subiscono e contro i violenti e ciclici massacri cui vengono sottoposte. La storia di questi cent’anni di controrivoluzione che ci separano dall’ultimo periodo storico favorevole alla rivoluzione proletaria mondiale ci dimostra che le classi dominanti borghesi hanno imparato esse stesse, dalle loro sconfitte, ad utilizzare contemporaneamente, in particolare contro il proletariato – che è l’unica classe sociale da cui si possono aspettare il vero pericolo mortale per il loro potere e la loro sopravvivenza – tutti i mezzi e i metodi di corruzione e di divisione possibili, tra i quali certamente primeggiano i mezzi e i metodi democratici, ma sempre più mescolati con le credenze religiose di varia provenienza e con la violenza repressiva di eserciti e polizie.
L’articolo del 1982 continua con dei brani, riportati dal nuovo “programma comunista” citato, con i quali ha cercato di dimostrare che la “svolta” non riguarda solo la questione ideologica nazionale ma riguarda anche aspetti molto più ampi; infatti scrive: “Ma la svolta nel Medio Oriente non finisce qui. Dissolto come neve al sole il mito del panarabismo, sta per dissolversi come neve al sole il mito del panislamismo. La guerra fra Iran e Irak sta causando infinitamente più morti e distruzioni, è più implacabile e feroce della fulminea invasione israeliana del Libano (…) ed è una guerra che attinge il lubrificante ideologico indispensabile ad ogni carneficina, oltre che nel nazionalismo, in una fede religiosa tuttavia comune ai due belligeranti e soprattutto in una delle parti spinta agli estremi del fanatismo”. Da questa constatazione, l’articolo rinnova, sotto forma di conclusione retorica, la considerazione che le masse “impoverite, bombardate, disperse, maciullate sui fronti di questo ennesimo conflitto interstatale” non potranno non trarre la lezione che “ideologie nazionali e ideologie religiose sono parte integrante del sistema che poggia sul loro sfruttamento e lo perpetua”. Ma una lezione del genere la può trarre soltanto il partito di classe che è dotato della dottrina marxista, lezione che il partito ha il compito di importare nelle masse proletarie attraverso la propaganda, l’azione tattica, l’intervento pratico negli organismi proletari esistenti e nel contributo affinché sorgano organismi proletari indipendenti di classe. Sostenere quanto sostiene l’articolo del 1982 citato – che il nuovo “programma comunista” riprende senza un filo di critica – significa negare la qualità fondamentale del partito di classe (possesso della teoria marxista e suo utilizzo in tutti i campi della vita sociale) e negare uno dei suoi compiti fondamentali (importare la teoria marxista nelle masse proletarie attraverso l’esperienza storica accumulata nel tempo e la costante azione di orientamento classista).
(1) Cfr. L. Trotsky, La mia vita, Oscar Mondatori, settembre 1976, ultimo capitoletto, p. 528.
(2) Vedi l’articolo “Medioriente e Maghreb. Le forze proletarie hanno solo seminato la guerra di classe”, in “il programma comunista” n. 3 del 2011.
Partito Comunista Internazionale
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