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Italia delle frane

 

 

Siamo in Sicilia, una delle regioni più esposte ai disastri idrogeologici di un’Italia i cui comuni, per il 94,5% del totale, sono a rischio frane, alluvioni, valanghe ed erosione costiera. Le regioni più esposte a questi rischi sono Campania, Toscana, Liguria e Sicilia (tutti i dati che riportiamo sono rilevati dall’Ispra); ma anche altre regioni come il Piemonte, la Val d’Aosta, il Veneto, il Molise, la Basilicata, presentano livelli di rischio molto elevati.

L’Italia, per il 75% del suo territorio ha caratteristiche geologiche e morfologiche montano-collinari, la cui fragilità sta nella debolezza strutturale delle formazioni rocciose (le Dolomiti, magnifiche, ma fragilissime, ne sono un esempio). L’Ispra ha registrato nel 2024 un totale di 636.00 frane in tutto il territorio nazionale (corrispondenti ai 2/3 di tutte le frane d’Europa!). Le frane in Italia non sono certo un fenomeno recente; quel che è preoccupante è che in più di duecento anni gli eventi franosi sono aumentati considerevolmente: da 162 nella seconda metà dell’800 a 509 nella prima metà del ‘900; tra il 1950 e il 2008 sono stati 2.204 (1); questo stesso studio fa un esempio eclatante, quello di Sarno: 5 frane dal 1841 al 1939, 36 dopo la seconda guerra mondiale fino alla catastrofe del 1998 i cui fiumi di fango e detriti scesi dal monte Pizzo di Alvano piombarono sui paesi di Sarno, Siano, Quindici, Bracigliano e San Felice a Cancello provocando 161 morti, 350 feriti e 3000 sfollati. E in quel caso la pioggia, pure insistente, non poteva avere la forza di provocare quell’enorme frana come studi successivi dimostrarono. Aldilà, quindi, delle cause naturali dovute alla particolare fragilità della geomorfologia del territorio, va cercata la causa principale  delle catastrofi di questo genere la : la prevenzione inesistente, che consiste nella riduzione sistematica della vegetazione, nell’ intensa e sregolata urbanizzazione, nella cattiva manutenzione dei canali di sfogo delle acque piovane e dei corsi d’acqua. Questa prevenzione inesistente, alla quale si abbinano la sistematica incuria, la lentezza della marcescente burocrazia, i contrasti tra i gruppi “politici” che, di volta in volta, dai più alti ai più limitati e locali gradi di “autorità”, si contendono pezzi e pezzetti di potere, costituiscono un elemento di parassitismo sempre più soffocante e pernicioso. In una società in cui la legge del profitto, più rapido e maggiore possibile, è la guida assoluta di ogni decisione politica ed economica, i denari spesi nella prevenzione – anche quando nella maggioranza dei casi risulterebbero molto inferiori agli investimenti necessari per ricostruire e riparare i danni provocati da eventi del genere – non porterebbero mai gli stessi profitti che si ottengono ricostruendo o costruendo in altre zone, di bel nuovo, edifici, strade, linee ferroviarie ecc. E quando determinati finanziamenti per gli interventi di riparazione e prevenzione ultra-necessari vengono finalmente varati secondo ordinanze ben precise – e quello di Niscemi si dimostra il tipico caso valido per tutta l’Italia – sempre più spesso si assiste al nulla di fatto.

L’economia capitalistica si dimostra sempre più l’economia della sciagura, l’economia delle catastrofi; e quando non ci pensano le guerre, ci pensano gli eventi “naturali”, cioè quegli eventi la cui catastroficità, nella maggior parte dei casi, è determinata dall’assenza totale di prevenzione.

 L’Italia, secondo gli esperti dell’Ispra, si trova nel cosiddetto "hot spot mediterraneo", un’area identificata come particolarmente vulnerabile ai cambiamenti climatici che stanno determinando un aumento della frequenza degli eventi pluviometrici intensi (piogge, nubifragi, tempeste, cicloni ecc.) e, come conseguenza, un aumento della frequenza delle frane superficiali, delle colate detritiche e delle alluvioni, incluse le flash flood (piene rapide e improvvise). E’ stato battezzato Harry, il recentissimo ciclone formatosi sulle coste algerino-tunisino-libiche, che ha insistito soprattutto sulle coste meridionali e ioniche della Sicilia, sulla Calabria e sulla parte meridionale della Sardegna. Le cause della sua formazione sono diverse, ma certamente la più importante e decisiva riguarda la temperatura del Mediterraneo che negli ultimi anni si è sempre più alzata e che nelle ultime settimane è salita di 2,5° sulla media climatica, costituendo un’enorme anomalia per il periodo invernale. Perciò, all’elevato rischio idrogeologico che l’Italia ha per la sua conformazione geomorfologica, si sono aggiunti elementi di contrasto che si sono scontrati nel Mediterraneo centrale, come l’area di bassa pressione in risalita dal Nord Africa che trasporta aria calda e molto umida e si scontra contro correnti polari in discesa dai Balcani che trasportano aria fredda e instabile, aumentando in questo modo l’energia del sistema ciclonico. Non trovando ostacoli, il ciclone si è abbattuto con tutta la sua violenza e per più giorni – dal 20 al 23/24 gennaio scorsi – sulle regioni del sud italiano, provocando in mare onde alte fino a 8-10 metri e distruggendo e danneggiando lungomari, banchine dei porticcioli, provocando ulteriori frane sia dove si sapeva già che si sarebbero verificate, come a Niscemi, sia dove sembravano sotto controllo grazie a reti di contenimento sistemate sui fianchi della montagna, come sulla SS Aurelia all’altezza di Arenzano, in provincia di Genova (2).

I danni economici a Niscemi sono stati calcolati in non meno di 1 miliardo di euro, mezzo miliardo in Sardegna e circa 600 milioni in Calabria. Ma sappiamo che queste cifre sono destinate a salire e non di poco perché i danni non riguardano soltanto i litorali e i paesi sul mare ma anche l’entroterra dove, le persistenti piogge hanno prodotto i loro effetti che, ad esempio, a Niscemi, hanno talmente gonfiato d’acqua la parte sabbiosa della collina da farla cedere progressivamente attraverso un sistema di rotazione irrefrenabile, tanto da innestare un’erosione continua di tutto il fronte della collina per non meno di 4 chilometri.

L’intera collina di Niscemi, sono le parole del capo della Protezione civile, Fabio Ciciliano, “crolla sulla piana di Gela”. Le foto e i filmati tv mostrano gli oltre quattro chilometri della frana con le case, costruite sul terreno franoso, in procinto di essere trascinate a valle e distrutte. La collina su cui è stata costruita Niscemi è costituita da un altipiano di roccia che sulla sommità è piatto, ma poggia sull’argilla. Mentre la roccia ha un comportamento rigido – come fosse una lastra di cemento – l’argilla sottostante è molto elastica. La pioggia dei giorni precedenti la frana è arrivata dopo un lungo periodo senza precipitazioni, così l’argilla è diventata una sorta di superficie viscida, mentre la roccia dell’altipiano faceva percolare l’acqua giù. Si innestava in questo modo un movimento a rotazione che ha provocato la separazione dei primi strati lungo la linea di distacco, scavando in un certo senso sotto la superficie rocciosa (sulla quale si vedono nelle foto le case ancora in piedi) tutta la parte di terra e sabbia facendola precipitare.

La collina, in pratica, va sbriciolandosi come fosse un biscotto. Quale poteva essere la prevenzione? Non costruire su quella parte della collina. Le caratteristiche di questa particolare zona sono note fin dal 1790!  Dopo 236 anni siamo punto e a capo: la frana di Niscemi di questi giorni sorprende gli amministratori, il governo regionale e il governo nazionale, ma il fatto che questo processo geologico sia inarrestabile lo si sa da oltre due secoli!  Solo che amministratori, politicanti di ogni risma della regione e del governo, non hanno tratto e non traggono alcuna lezione dagli eventi storici, guardano ai loro interessi immediati, ai profitti sia economici che politici che possono ricavare dal fatto di dimenticare sistematicamente le vere cause degli eventi catastrofici di questo tipo, perché ricordarle andrebbe contro i loro interessi immediati, gli interessi delle congreghe di cui fanno parte e che, in genere, sono collegati al fatto di dirigere milioni e miliardi di euro su business molto più redditizi (come le nuove costruzioni di strade ed edifici, nuove infrastrutture tipo il Ponte sullo Stretto, armamenti ecc.).

 

Niscemi, oggi come nel 1997… e nel 1790

 

Nel 1997, ventinove anni fa, epoca in cui gran parte dei politicanti di oggi era già in attività, si verificò un altro fenomeno simile a quello che gli abitanti di Niscemi stanno vivendo in questi giorni. Domenica 12 ottobre 1997, dopo diversi giorni in cui in tutta la provincia di Caltanissetta pioveva intensamente, Niscemi visse un momento drammatico della sua storia: gli stessi quartieri Sante Croci e Santa Maria che sono stati colpiti in questi giorni del 2026 sono stati al centro di un evento che i geologi hanno dichiarato irreversibile. Niscemi si trova in un’area ad altissima sismicità, la Val di Noto. Storicamente i grandi terremoti che hanno colpito la Sicilia orientale (come quelli del 1693 e del 1898) hanno aperto fratture nel terreno sabbioso-argilloso della collina su cui è stata costruita la città di Niscemi, facilitando l’infiltrazione dell’acqua piovana e predisponendo tutto quel territorio a frane periodiche. Sono cose che si sanno da 236 anni, ma è come se tutte queste ricerche, questa documentazione, questo “sapere” non servisse a nulla, interessasse solo gli appassionati di geologia… salvo rimetterle in primo piano allo scopo di far sapere al grande pubblico che i politicanti di oggi interverranno come i politicanti di ieri non hanno fatto… in attesa che i politicanti di oggi diventino i politicanti di ieri rispetto ai prossimi politicanti futuri.

L’archeologo e naturalista Saverio Landolina Nava documentò l’antico precedente storico che risale al 19 marzo 1790. Quel fenomeno particolarmente violento e singolare fu, all’epoca, oggetto di ricerca scientifica e Landolina Nava scoprì che non si trattava di un semplice scivolamento di terra. Si legge in meteoweb.eu (3): il fenomeno «durò per 8 giorni consecutivi, seminando il panico tra la popolazione dell’epoca e modificando sensibilmente il profilo della collina»; «la terra si squarciò con profonde fenditure dalle quali fuoriuscivano vapori caldi e odori nauseabondi (probabilmente gas sulfurei intrappolati nel sottosuolo). Addirittura, si formò quello che Landolina descrisse come un piccolo “cono vulcanico” di fango e detriti, un fenomeno che oggi i geologi associano alle “macalube” o a violente espulsioni di fango causate dall’altissima pressione dei gas e dell’acqua nelle argille sottostanti».

Un intero versante della collina iniziò a scivolare; non si trattò di un crollo improvviso, ma un movimento inesorabile di fango e detriti che trascinò con sé strade, piazze e interi blocchi di cemento armato. La lentezza del movimento permise agli abitanti di quei quartieri di fuggire in tempo, perdendo però ogni cosa, casa e tutto quel che vi era contenuto.

2026, 21-23 gennaio: cosa c’è stato di diverso? Anche questa volta il movimento franoso è stato lento, ma ha riguardato un fronte molto più ampio rispetto al 1997; non vi sono stati morti o feriti, come non vi sono stati nel 1997, ma gli sfollati sono aumentati fino a 1500 e non è ancora finita, perché la frana è ancora attiva e continua a mangiare terreno e case.

Dal 1997 è stata forse messa in atto, finalmente, un’ampia operazione di prevenzione, iniziando a smantellare le case costruite sul ciglio della collina e a non farne più costruire di nuove? Sono state realizzate forse la nuova rete fognaria e la nuova serie di canali di gronda per lo smaltimento delle acque piovane? Niente di tutto questo. Anzi, il capo della Protezione civile di allora (l’ingegnere Tuccio d’Urso), nominato commissario per l’emergenza in Sicilia e soggetto attuatore per il presidente della Regione di allora, intervenuto immediatamente per la frana di Niscemi, si diede da fare immediatamente per avviare la realizzazione di quella rete fognaria e di quei canali di gronda che erano stati previsti dalle autorità competenti. Ma, passato il momento di paura e fermatosi autonomamente il movimento franoso, ed emesse le ordinanze che indicavano la necessità e l’urgenza degli interventi ricordati sopra, l’ing. d’Urso è stato allontanato dalla Protezione civile: evidentemente la sua insistenza perché quei lavori iniziassero tempestivamente dava fastidio a molte “autorità” amministrative e politiche della regione e del governo; e così non se ne fece nulla… in attesa che la geomorfologia di quel territorio ripresentasse il conto, come sta avvenendo in questi giorni.

 

Adottare il solito sistema di gestione delle “emergenze” non risolve alcun problema

 

Per cambiare completamente il sistema che gestisce le emergenze di questo e di ogni tipo non basta cambiare gli addetti o, addirittura, i “responsabili”, i ministri se non il governo nel suo insieme; non basta che le elezioni mandino al potere altri partiti, più o meno dell’opposizione, o nuovi raggruppamenti che si definiscono della “società civile”, nuove facce, nuovi personaggi che non hanno avuto l’occasione di praticare il politicantismo e che, perciò, possono sembrare candidi e trasparenti. Anche i più candidi e trasparenti, i più disposti a “servire” la comunità e il “bene comune”, quando entrano nel gioco del “potere” senza che sia rivoluzionata la base, il sottosuolo del potere politico, cioè la base borghese e capitalistica, per quanta democrazia, rettitudine, dedizione ci mettano vengono incastrati dal sistema, aggrovigliati dai mezzi politici e amministrativi esistenti pensati per riparare finalmente i danni che altri mezzi amministrativi e politici hanno provocato. È lo stesso sistema che li rende impotenti, inefficaci, superflui se non fastidiosi e pericolosi per il sovrasistema di corruttela che, in realtà, domina normalmente in silenzio e nelle segrete stanze, spesso con diffamazioni e calunnie diffuse ad arte e, talvolta, con l’eliminazione fisica di coloro che non smettono… di dare fastidio ai capibastone, ai cacicchi, alle piovre, ai gran maestri, insomma a tutta quell’estesa genìa collegata direttamente o indirettamente all’interesse capitalistico e alla criminalità in giacca e cravatta.

Per cambiare radicalmente la situazione è necessario far saltare il sistema generale, il potere politico esistente, come fecero i proletari di Parigi nel marzo 1871, e i proletari russi a Pietroburgo nell’ottobre 1917, sollevandosi come un sol uomo contro il sistema politico vigente, abbattendo, insieme al suo potere centrale anche tutte le sue diramazioni, e sostituendolo con un nuovo potere politico – quello del proletariato rivoluzionario guidato dal suo partito di classe – erigendo un nuovo Stato che, fin dalle prime decisioni, definisce la propria funzione come un mezzo per farla finita con il sistema politico borghese e con la società divisa in classi. Finché esisteranno produzione capitalistica, dunque produzione di merci ed economia mercantile con la loro divisione del lavoro e la legge del profitto, la borghesia – anche se cambia di volta in volta i suoi uomini, i suoi rappresentanti – resta sempre la classe dominante, la classe che sfrutta il lavoro salariato al fine di valorizzare il capitale e arricchirsi sulle spalle delle vaste masse di proletari in ogni paese del mondo. Per quante riforme possa inventare la borghesia, per quanti freni alla spasmodica fame di profitto possano essere messi, per quanti limiti e toppe possano essere posti affinché l’intero sistema nazionale non vada in completa rovina, le catastrofi e i cosiddetti disastri “naturali” continueranno a distruggere – allo stesso modo delle crisi economiche e delle guerre – l’insieme delle forze produttive allo scopo di mantenere in vita le forme borghesi e capitalistiche di produzione e sociali.

Molte volte, come partito, abbiamo dedicato lavori per dimostrare che questa società, superata la fase storica dell’avanzata economica e sociale rispetto al feudalesimo, al dispotismo asiatico e all’antico schiavismo, sarebbe inevitabilmente andata incontro a uno sviluppo nefasto e distruttore; avrebbe legato sempre più il proprio sviluppo capitalistico alla disumanizzazione della società, trasformando ogni essere vivente, ogni relazione, ogni rapporto tra esseri viventi e tra loro e la natura in rapporti esclusivamente mercantili, del tutto estranei e contrari non solo alla morale e all’armonia tra uomo e ambiente, ma distruttori sistematici di ogni relazione, di ogni rapporto che in qualche modo rivitalizzi, anche se in termini estremamente limitati, un rapporto sociale degno di questo nome.

Come affermavamo in un vecchio articolo del 1953 (La coltivazione delle catastrofi), «L’ingranaggio e la prassi della pubblica amministrazione, con la pletora di personale e il crescente attrito degli intricati ruotismi, sempre più aumentano la loro inerzia passiva, e sempre più diventano adatti a cedere ad esigenze non di natura collettiva e “morale”, ma solo derivate da appetiti di speculazione e da manovre dell’iniziativa capitalistica» (4). Oggi non solo le cose non sono cambiate, sono in realtà aumentate come sono aumentati i devastanti terremoti, alluvioni, piogge torrenziali, cicloni.

Quel che il piccolo borghese, l’opportunista di oggi come il nazionalcomunista di ieri – come scrivevamo nel 1978 (5) – invocano di fronte a ogni devastazione è che lo Stato intervenga, impedisca al capitale e agli uomini che lo gestiscono di distruggere la natura, imponga loro di non sperperare e non rubare, li costringa ad essere razionali e al “servizio di tutti”… Ma lo Stato borghese non è al servizio della collettività, è al servizio del capitale e delle sue esigenze; rappresenta la politica del capitale, e il capitale non ha altra politica che la propria valorizzazione, cosa che può avvenire esclusivamente attraverso lo sfruttamento del lavoro salariato da cui estorce il plusvalore, suddiviso poi in profitto e rendita. Del bene collettivo lo Stato borghese se ne strafotte, ma quando se ne occupa è soltanto per evitare che la voracità e la libertà anarchica e irrazionale del capitale rischino di far fare al capitale stesso un capitombolo dal quale sarebbe molto difficile rialzarsi. «Il capitale inquina? Lo Stato organizza l’inquinamento. Il capitale specula? Lo Stato organizza la speculazione. Il capitale ruba, spreca, opprime? Lo Stato organizza il furto, lo spreco, l’oppressione». Il capitale costruisce dove non dovrebbe mai costruire per ragioni più che evidenti di sismicità e di estrema fragilità delle zone geomorfologicamente predisposte all’instabilità? Lo Stato alimenta, con le sue leggi e i suoi condoni, la costruzione in quelle zone… «Far credere che lo Stato sia al di sopra delle classi e dei loro antagonismi, che sia un arbitro rappresentante l’interesse “generale”», non solo è vano e illusorio, ma significa invitare i proletari a sottomettersi a un interesse che viene spacciato per “generale”, ma che in realtà è esclusivamente della classe dominante borghese. Propagandare queste illusioni, queste false aspettative da parte di uno Stato che non è mai al di sopra delle classi, significa deviare sistematicamente il proletario – l’unica classe sociale storicamente in grado non solo di opporsi antagonisticamente alla classe dominante borghese e al suo Stato, ma anche di organizzarsi sul terreno della lotta di classe e farsi guidare dal suo partito di classe rivoluzionario – dai suoi compiti storici che non sono quelli di riformare lo Stato borghese, non sono quelli di attenuare le contraddizioni sempre più acute del capitalismo, ma quelli di porsi sul terreno della lotta rivoluzionaria aderendo a finalità del tutto opposte a quelle del mercantilismo, dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo, della distruzione sistematica delle forze produttive, della valorizzazione del capitale che altro non è che l’espressione del più alto disprezzo della vita umana e della collettività umana.

Per quanto lontano possa sembrare l’appuntamento storico con la rivoluzione proletaria e comunista, è di questo appuntamento storico che la classe dominante borghese, in ogni parte del mondo, ha davvero paura; ed è per questo che continua a combinare parole di “democrazia”, di “valori nazionali”, di “coesione sociale” con la più ferma trasformazione dell’autoritarismo come politica di ogni suo governo. Contro questa inevitabile deriva della democrazia borghese, da parte del proletariato non c’è che accettare l’affossamento della democrazia da parte della stessa borghesia dominante, ricostituire le proprie organizzazioni economiche di difesa sul terreno esclusivamente di classe e affidarsi, rafforzandolo, al suo partito di classe che non potrà essere che il partito marxista, rappresentante non solo del futuro della lotta di classe del proletariato, ma anche del suo glorioso passato da cui ha tratto, e deve continuare a trarre, tutte le lezioni storiche necessarie per rinsaldare teoricamente, politicamente, organizzativamente questo partito che, come dimostrò Lenin nel 1917, è la vera arma vincente del proletariato e non solo in un dato paese, ma internazionalmente.

 


 

(1) Secondo lo studio Societal landslide and flood risk in Italy, di Bianchi, Guzzetti, Rossi e Salvati, citato dal “Corriere della sera” del 28/1/2026.

(2) Vedi https://www.fanpage.it/attualita/frana-ad-arenzano-aurelia-chiusa-per-i-detriti-squadre-anas-allopera-per-liberare-la-strada/, 26.1.2026.

(3) Vedi http://www.meteoweb.eu/2026/01/frana.niscemi-i-precedenti-di-1997-e-1790-smontano-i-deliri-dei-catastrofisti-climatici-e-un-processo-geologico-inarrestabile-e-gli-esperti-lo-sanno-da-sempre/100188579/

(4) Vedi La coltivazione delle catastrofi, ne “il programma comunista” n. 20 del 1953, scritto dopo la devastante alluvione che colpì la Calabria centro-meridionale tra il 21 e il 28 ottobre 1953, devastando in particolare le province di Reggio Calabria e di Catanzaro. I morti furono 100 e altrettanti i dispersi; molte migliaia gli sfollati. In alcune località l’acqua raggiunse i tetti delle abitazioni, causò frane, crolli, esondazioni, allagamenti, interruzioni stradali, ferroviarie e telefoniche. Migliaia le case distrutte. Per avere un quadro più generale delle catastrofi avvenute e delle posizioni del partito, vedi anche il volume Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, Ed. Iskra, Milano 1978.

(5) Vedi la prefazione a Drammi gialli e sinistri della moderna decadenza sociale, cit.   

 

29 gennaio 2026

 

 

Partito Comunista Internazionale

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