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Siria
Rojava: il fallimento della "rivoluzione" confederalista curda
Il 30 gennaio 2026, dopo oltre venti giorni di combattimenti, è stato raggiunto un accordo tra il governo siriano, guidato dall'ex jihadista Ahmed al-Sharaa dalla caduta di Bashar al-Assad un anno prima, nel dicembre 2024, e Mazloum Abdi, leader delle Forze Democratiche Siriane (FDS), la milizia curda che controllava l'Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell'Est (AANES), meglio conosciuta come Rojava. Mentre ufficialmente i partiti borghesi curdi del Vicino Oriente vedono con favore questo accordo che evita una guerra civile, mantiene l'"autonomia" locale della regione e garantisce i "diritti nazionali" della minoranza curda (1), in realtà non vi è dubbio che la vittoria del presidente siriano segni la probabile fine del progetto nazionale curdo – sedicente rivoluzionario e basato sui principi del confederalismo democratico – nel suo bastione più avanzato, il Kurdistan siriano. Questa sconfitta delle FDS è solo l'ultima tappa di un lungo declino della lotta nazionale curda, di cui una tappa centrale è stato l'annuncio da parte del suo leader storico, Abdullah Öcalan, nella primavera del 2025, del disarmo e del successivo scioglimento del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), la principale organizzazione politica curda con sede in Turchia. Questi due eventi, lungi dall'essere isolati – dato che il fallimento delle FDS è in parte spiegato dalla mancanza di sostegno da parte del resto del movimento curdo, determinato a preservare il "processo di pace" tra il PKK e la Turchia – offrono importanti lezioni ai rivoluzionari marxisti, sia per quanto riguarda le rivalità imperialiste in Medio Oriente sia per quanto riguarda il fallimento di uno dei più grandi miti della cosiddetta "estrema sinistra" del primo terzo del XX secolo: quello di una "rivoluzione" confederalista curda.
UNA PANORAMICA STORICA DELLA SITUAZIONE CURDA
Il popolo curdo, la cui popolazione è stimata tra i 42 e i 48 milioni secondo i dati più recenti, di cui 15-18 milioni in Turchia e 2,5-3 milioni in Siria, è storicamente un popolo nomade, composto da pastori, allevatori e agricoltori, concentrato nella regione del Kurdistan. Questo territorio ha confini mutevoli a causa delle caratteristiche geografiche e morfologiche della regione, ed è attualmente ancora diviso tra quattro Stati: Iran, Turchia, Iraq e Siria. Minoritari in ciascuno di questi Stati, i curdi sono stati per oltre un secolo vittime di una vera e propria oppressione sociale e nazionale, facilitata dall'annessione di territori abitati dai curdi durante le due guerre mondiali e dall'evoluzione storica degli equilibri di potere tra le potenze imperialiste, che hanno tutte utilizzato i curdi come pedine nelle loro rivalità imperialiste, dal Regno Unito agli Stati Uniti e all'Unione Sovietica.
Dall'inizio del XX secolo, i curdi sono stati perseguitati da diversi Stati che hanno imposto una sedentarizzazione forzata a queste popolazioni per meglio controllarle. Sotto la presidenza di Mustafa Kemal Atatürk, nel 1937-1938, per porre fine a una rivolta scoppiata nel 1936 nella regione montuosa di Dersim, decine di migliaia di curdi furono massacrati, sottoposti a bombardamenti aerei e di artiglieria, sterminati con gas velenosi e incendi delle foreste e delle grotte nelle quali civili e combattenti si erano rifugiati. Di fronte a una repressione massiccia e pressoché costante, i curdi svilupparono gradualmente una coscienza nazionale, ma la sua crescita fu ostacolata da due fattori principali. In primo luogo, mentre grandi masse di curdi sottoposti a persecuzioni provenienti dalla Turchia, emigrarono nei paesi europei – in particolare in Germania, dove divennero veri e propri proletari, costituendo una parte significativa del proletariato turco della diaspora –, nelle regioni curde continuò a persistere l'organizzazione sociale tradizionale, basata sulla famiglia patriarcale e sulla tribù. L'arretratezza economica e sociale, così come l'isolamento delle tribù, impedirono lo sviluppo delle condizioni materiali necessarie per l'emergere di un moderno movimento rivoluzionario – che poteva essere solo borghese – che fosse pancurdo. Divisi geograficamente e linguisticamente, i curdi non sono dunque mai riusciti a realizzare una rivoluzione borghese, il cui obiettivo sarebbe stato quello di fondare uno Stato nazionale unificato. In Turchia, mancava loro la forza per opporsi agli eserciti di Kemal e fondare lo stato promesso, in questa parte del Kurdistan, dalle potenze imperiali vittoriose nel Trattato di Sèvres del 1920, che organizzò lo smembramento dell'Impero Ottomano. Dopo la vittoria dell’esercito di Kemal sulle truppe francesi, armene e greche, il Trattato di Losanna del 1923 ratificò la nuova architettura regionale in cui non c’era più spazio per uno Stato curdo. E fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale, nessun partito politico incarnava la lotta nazionale curda. Questa assenza di una visione rivoluzionaria permise, nonostante una coraggiosa resistenza, il massacro di popolazioni che si opponevano all'oppressione degli Stati turco e iraniano, che intendevano mantenere il dominio su regioni di grande importanza geostrategica per il loro ruolo di vie di transito tra Europa e Asia e per i loro importanti giacimenti di materie prime.
Le prime organizzazioni politiche curde si formarono attorno a famiglie benestanti che si appoggiavano su una base sociale contadina. Cercando il sostegno delle potenze europee e dell'URSS, promossero la creazione di una Repubblica curda confederata piuttosto che di uno Stato centralizzato. Il primo partito a tentare di unire l'intera popolazione curda fu il Partito Democratico del Kurdistan (PDK), fondato nel 1946 da Mustafa Barzani, che cercò il sostegno prima del Regno Unito e poi dell'URSS. Decenni dopo, la rivoluzione del 1979 in Iran offrì l'opportunità ai partiti politici curdi, come i maoisti di Komala, il PDK e il Partito dei Fedayin del Popolo, di unirsi su una piattaforma comune che chiedeva l'autonomia del Kurdistan iraniano, il riconoscimento della lingua curda, un'amministrazione decentralizzata, anche per la polizia, e libertà di religione, stampa, associazione e organizzazione.
Le guerre in Medio Oriente hanno spesso offerto ai gruppi curdi, in particolare a quelli iracheni, l'opportunità di sostenere la parte che si opponeva allo Stato oppressivo, sperando che il vincitore concedesse loro un certo grado di autonomia. Ciò accadde innanzitutto durante la guerra Iran-Iraq del 1980-1988, quando il governo iracheno riuscì comunque a mantenere la sua presa sul Kurdistan, ma ancor di più durante la Guerra del Golfo del 1991, quando la sconfitta irachena permise alle organizzazioni curde di "liberare" le città di Sulaymaniyah, Kirkuk e Mosul. Tuttavia, nonostante le speranze riposte nelle potenze imperialiste occidentali, queste ultime permisero al governo iracheno di riprendere il controllo della regione attraverso terribili massacri, durante i quali l'esercito iracheno non esitò a usare napalm e armi chimiche, causando decine di migliaia di morti e lo sfollamento di milioni di abitanti nelle regioni limitrofe dell'Iran e della Turchia. A riprova del cinismo sconfinato delle potenze imperialiste che si proclamano amiche dei curdi, queste stesse potenze, su richiesta della Turchia, che cerca disperatamente di impedire a migliaia di rifugiati curdi di entrare nel suo territorio, hanno affidato a Saddam Hussein il compito di ristabilire l'ordine garantendo una pseudo autonomia ai curdi. Il nemico giurato di ieri diventa il carnefice del lavoro sporco dell’indomani...
Ma sarebbe sbagliato considerare le organizzazioni politiche curde come semplici vittime, costantemente tradite dalle potenze imperialiste. Queste potenze non esitano a ricorrere alle trattative più ciniche, anche a costo di indebolire la propria causa. Così, durante gli anni '90, i partiti curdi iracheni stipularono accordi con la Turchia in cui si impegnavano a impedire l'insediamento e l'organizzazione dei curdi turchi. Contemporaneamente, tra il 1994 e il 1996, una lotta interna tra fazioni curde portò alla vittoria del PDKI (Partito Democratico del Kurdistan Iraniano) della famiglia Barzani, sostenuto da Baghdad, contro l'Unione Patriottica del Kurdistan della famiglia Talabani, sostenuta dall'Iran. Per aggiungere la beffa al danno, i servizi segreti iracheni approfittarono della loro vittoria a fianco del PDKI per assassinare gli oppositori che avevano cercato rifugio nel Kurdistan iracheno, molti dei quali avevano lavorato per la CIA prima di essere abbandonati nel 1991, quando gli Stati Uniti ritennero preferibile lasciare che Saddam Hussein controllasse la regione piuttosto che vederla conquistata dall'Iran. La storia dei curdi nel corso del XX secolo sembra quindi essere riassunta dalla seguente equazione: intrinseca incapacità delle organizzazioni curde di condurre una lotta nazionale + fiducia costantemente mal riposta nelle dichiarazioni ipocrite dei loro protettori imperialisti = inevitabili disillusioni e massacri di massa. Un cambiamento dei protagonisti con l'entrata in scena del PKK e dei suoi affiliati siriani, e l'esperienza del Rojava tra il 2012 e il 2026, che dobbiamo ora esaminare dopo questa lunga ma necessaria panoramica, non avrebbero certo cambiato la situazione.
IL PKK, UN PARTITO RIVOLUZIONARIO?
Fondato nel novembre 1978, il PKK è un'organizzazione politica nazionalista curda e un movimento di guerriglia armata che opera dalla Turchia, con legami fra gli emigrati turchi in Europa. Inizialmente aderì a un'ideologia stalinista-maoista e condusse una guerriglia per la creazione di un Kurdistan turco. Il suo apparente radicalismo e il suo impegno nella lotta armata, in netto contrasto con la moderazione e la corruzione delle organizzazioni curde tradizionali, gli garantirono inizialmente un certo successo nel tentativo di rispondere alla rabbia dei curdi sottoposti a una vera e propria oppressione da parte dello Stato turco, che reprimeva ogni tentativo di parlare curdo o di organizzarsi in modo autonomo. Con la caduta del blocco orientale e la scomparsa del suo protettore sovietico, il PKK abbandonò ogni riferimento al "marxismo" nella sua variante stalinista e si rivolse invece all'islamismo. Allo stesso tempo, rinunciò all'indipendenza del Kurdistan turco in favore della semplice autonomia e moltiplicò le offerte di negoziati al governo turco, arrivando persino ad approvare il voto di fiducia dei deputati curdi nel governo di centro-destra di Tansu Çiller, che avrebbe dimostrato gratitudine distruggendo e bruciando città e villaggi curdi e moltiplicando le esecuzioni extragiudiziarie.
Dal 2005 in poi, il partito cambiò nuovamente orientamento politico, adottando il "confederalismo democratico", ispirato ai principi del teorico anarchico – denunciato persino all'interno del suo stesso movimento per la sua moderazione e il suo possibilismo (!) – Murray Bookchin. Ufficialmente, ciò implicava la promozione della democrazia diretta, del processo decisionale dal basso, della "socializzazione" dell'economia – in realtà, la classica autogestione borghese in cui i padroni sono eletti e revocabili dai lavoratori, mentre il lavoro salariato, la produzione di beni e gli scambi interaziendali vengono preservati – e una federazione di comuni. In breve, un progetto di "rivoluzione" cantonale di tipo svizzero, un democratismo borghese di prim’ordine, e una perpetua riproposizione dei vecchi miti libertari e autogestionari, che hanno ripetutamente dimostrato la loro nocività per il proletariato, ma che sono duri a morire.
La traiettoria politica del PKK a partire dagli anni '90 potrebbe essere definita come un modello di disfattismo. A lungo protetto dal regime baathista di Hafez al-Assad, che ha permesso al PKK di utilizzare le regioni curde della Siria come retrovia, e che il PKK ha ricompensato collaborando, secondo i suoi avversari, con i servizi segreti siriani nella repressione dell'opposizione del regime, Öcalan è stato abbandonato dal suo alleato durante il riavvicinamento tra Siria e Turchia. Il PKK è stato espulso dalla Siria e Öcalan è stato catturato dai turchi, con l'aiuto degli Stati Uniti. Già nel 1999, dopo la sua cattura e la successiva condanna a morte, poi commutata in ergastolo, il leader del PKK, Abdullah Öcalan, ha rinnegato la guerriglia condotta dal suo partito, ha chiesto perdono alla società turca per le azioni terroristiche del suo partito e ha offerto la resa del suo movimento. E così, il suo "piano di democratizzazione" include il riconoscimento della lingua e della cultura curde, il riconoscimento costituzionale della cittadinanza curda e l'aumento di potere dei rappresentanti eletti a livello locale, in cambio dei quali il movimento si impegna a porre fine alla lotta armata e a rispettare l'integrità dello Stato turco. Solo la cattiva volontà della Turchia, il cui rapporto di forza favorevole non rendeva necessario negoziare con un avversario molto più debole, e che invece ha scelto di lanciare una campagna di terrore contro le regioni curde di Turchia e Iraq, spiega come mai il PKK sia stato costretto, contro la sua volontà, a continuare la lotta (2).
All'inizio del 2013, il partito chiese nuovamente ai suoi sostenitori di deporre le armi nel quadro di un nuovo processo di pace, che si rivelò anch’esso un buco nell’acqua quanto il precedente e dal luglio 2015 i combattimenti tra il PKK e l'esercito turco ripresero. Infine, come ultima fase di questa lunga serie di offerte di resa, nel febbraio 2025 Öcalan, dalla sua cella, chiese la fine della lotta armata e lo scioglimento del PKK, appello accolto con favore dalla dirigenza del partito, che annunciò dal mese successivo un cessate il fuoco con l'esercito turco, prima di sciogliersi ufficialmente nel maggio 2025. Oggi, i negoziati di "pace" sono ancora in corso e la riluttanza dei militanti del PKK a ostacolarli spiega molto probabilmente il tiepido sostegno dato al suo partito gemello siriano, il Partito dell'Unione Democratica (PYD), durante l'offensiva del regime di al-Sharaa.
IL ROJAVA, ESEMPIO LAMPANTE DI CONFEDERALISMO DEMOCRATICO E ESEMPIO RIVELATORE DELL'IMPASSE DELLA PSEUDO "RIVOLUZIONE" CURDA
Fondato nel 2003, il PYD è il ramo siriano del PKK. Durante la rivolta del 2011 contro il regime di al-Assad figlio, che segnò l'inizio di quasi 14 anni di guerra civile, il PYD si distinse dalle altre organizzazioni curde in Siria per il suo rifiuto di unirsi all'opposizione al regime e per la sua volontà di mantenere i contatti con Assad. Controllando di fatto il Kurdistan siriano dalla partenza delle truppe di Bassora nel 2012, ridistribuite da Assad nelle regioni dove la rivolta era al suo apice, il PYD ha gradualmente stabilito una vera e propria cappa di piombo sulla regione, impegnandosi in sanguinosi scontri con gli islamisti del Fronte Al-Nusra e i ribelli filo-occidentali dell'esercito siriano libero per preservare il controllo della regione e reprimendo nel sangue le manifestazioni pacifiche organizzate dagli oppositori politici, come nel giugno 2013 ad Amouda dove numerosi dimostranti furono uccisi e gli oppositori tolti di mezzo (3). Tradotto nel linguaggio dei libertari – che sono tra i principali sostenitori del Rojava in Occidente, insieme a quasi tutti i gruppi di "estrema sinistra" – questo militarismo sanguinario diventa un appello alle popolazioni locali ad "auto-difendersi socialmente, a coordinare le loro milizie popolari, a fare affidamento solo sulle proprie forze […] per proteggere il loro territorio e le loro vite e respingere i jihadisti" (4).
La grande risonanza che il Rojava ha presso la sinistra borghese e l'estrema sinistra occidentale – non smentita durante l'offensiva dello scorso gennaio con la formazione di "carovane" che avrebbero dovuto sostenere il Rojava e dimostrare solidarietà internazionale, una farsesca rievocazione della tragedia della partecipazione delle Brigate Internazionali staliniste alla Guerra Civile Spagnola, con il programma che includeva delle trecce alla maniera delle combattenti curde e danze di fronte alle guardie di frontiera – si spiega con la presunta rivoluzione confederalista democratica che sarebbe emersa nel Rojava a partire dal 2013. Sulla carta, questa "rivoluzione" pacifica in stile svizzero, con la sua organizzazione in cantoni e "consigli popolari", i suoi progetti ecologici e la sua leadership mista uomo-donna, ha tutto per sedurre stalinisti spretati, trotskisti desiderosi di riempire la loro lista di regimi "progressisti", "antimperialisti" o "operai", e possibilisti libertari.
Ma in realtà, il Rojava presenta un quadro molto diverso. Dietro la facciata di una "democrazia diretta", in cui le decisioni sarebbero prese dalle comunità, il vero potere politico è nelle mani dei leader del quasi-Stato dell'AANES (Amministrazione Autonoma della Siria del Nord e dell'Est). Mentre le comunità si limitano a gestire questioni strettamente locali come la distribuzione di benzina o di cibo, la raccolta dei rifiuti e la gestione delle controversie di vicinato o familiari, il PYD pone i suoi militanti a capo dei tre poteri del governo: esecutivo, legislativo e giudiziario, ciascuno rappresentato da un consiglio i cui membri sono nominati. Inoltre, il PYD ha il monopolio della polizia e dell'esercito e non esita a utilizzarli a fini repressivi contro le popolazioni locali. Così, oltre alla repressione della manifestazione di Amuda nel 2013, le FDS hanno fatto regolarmente ricorso al sequestro degli oppositori. Nel febbraio 2021, una manifestazione pacifica ha protestato contro la rimozione di insegnanti (!) da parte delle FDS con il pretesto che si erano rifiutati di attuare il nuovo programma scolastico. Il Rojava ha imposto anche la leva obbligatoria già dall'estate del 2014, senza esitare a reclutare con la forza dei minorenni e ad arrestare coloro che si opponevano. A Manbij, l'introduzione della coscrizione obbligatoria nel maggio 2018 ha portato a uno sciopero generale, e l'ordine successivamente è stato ripristinato dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), una milizia del PYD, con il supporto dei soldati americani. Un altro sciopero generale è scoppiato nel 2021 per le stesse ragioni, aggravate dalle difficoltà economiche e dalla discriminazione nei confronti delle popolazioni arabe, sciopero che ha portato all'uccisione di otto persone da parte delle autorità. Nello stesso anno, alcuni giornalisti sono stati arrestati per aver seguito una manifestazione contro il reclutamento di minori nelle milizie armate curde (5).
Dal punto di vista economico, il Rojava è un regime capitalista come qualunque altro. La proprietà privata è riconosciuta dalla costituzione dell'AANES e la maggior parte dell'economia opera secondo un modello misto, con elettricità, gas e petrolio, distribuiti dalle commissioni dell'AANES o da aziende private gestite da personaggi vicini al PYD. Le principali fonti di reddito del Rojava provengono dalla distribuzione di energia, dalle tasse e dai dazi doganali. Mentre la maggior parte degli operai è assunta direttamente dall'AANES, il settore capitalista privato, rappresentato da investitori di capitale di rischio, imprenditori e proprietari terrieri, ha registrato una crescita significativa grazie al boom immobiliare e alle opportunità commerciali offerte al capitale privato dall'amministrazione regionale. Diversi membri di questa classe imprenditoriale hanno persino ottenuto posizioni di responsabilità all'interno dell'amministrazione. Come ogni regime capitalista, l'AANES è stata "costretta", dal momento in cui ha dovuto fronteggiare l'inflazione e il calo delle entrate monetarie, ad aumentare i prezzi di derrate alimentari ed energia, provocando importanti lotte sociali violentemente represse nella sua veste di rappresentante dell'ordine borghese. Così, nel maggio 2021, l'AANES ha deciso di aumentare i prezzi del carburante, scatenando manifestazioni di protesta in diverse città, tra cui Amoud e Deir ez-Zor, che sono state brutalmente represse nel sangue, provocando almeno cinque morti. L'anno successivo, le forze di polizia curde hanno imposto un coprifuoco e arrestato a Raqqa dei manifestanti che protestavano contro il peggioramento delle loro condizioni di vita (6).
Infine, ad aggravare un quadro già desolante per il proletariato della regione, il Rojava ha adottato una politica di sistematica discriminazione nei confronti della popolazione araba locale. Il PYD si è così reso responsabile della distruzione di interi villaggi arabi e della pulizia etnica, sotto il pretesto che questi villaggi avrebbero dato rifugio a membri dello Stato Islamico (7). C'è da stupirsi, quindi, che decine di manifestanti arabi si siano riuniti per celebrare il ritiro delle FDS dalla città di Raqqa in seguito all'avanzata delle truppe di al-Sharaa? (8)
IL CAMBIAMENTO DI ORIENTAMENTO STRATEGICO DEGLI STATI UNITI IN SIRIA
"La missione iniziale delle FDS come principale forza anti-Stato islamico sul terreno è in gran parte terminata, poiché Damasco è ora pronta ad assumersi le responsabilità della sicurezza, incluso il controllo dei centri di detenzione dell'EI" (9). È difficile trovare un'affermazione più cinica, ma allo stesso tempo più onesta, di questa dell'inviato speciale degli Stati Uniti per la Siria, il repubblicano Tom Barrack. Queste dichiarazioni sono sufficienti a comprendere la clamorosa sconfitta delle FDS e del PYD per mano del regime siriano: ciò si spiega con il fatto che il padrino americano ha, ancora una volta, abbandonato i suoi alleati curdi, ora che la loro utilità sta giungendo al termine.
Per quasi un decennio, le FDS sono state il principale fiancheggiatore degli americani nella regione nella loro lotta contro lo Stato Islamico. Dopo aver deciso nel 2013 che rovesciare il regime baathista rischiava di destabilizzare la regione e di replicare la situazione libica, a causa dell'incapacità delle forze di opposizione di rappresentare un'alternativa solida e affidabile, gli Stati Uniti, pur sostenendo le forze di opposizione islamiste ritenute moderate rispetto al regime, si sono concentrati principalmente sullo sradicamento dello Stato Islamico nella regione, un compito affidato al loro supplente curdo. Le FDS hanno quindi beneficiato dell'aiuto americano nell'addestramento dei propri combattenti e in equipaggiamento militare, tra cui armi e veicoli blindati Humvee (10). Inoltre, la coalizione occidentale, dominata dagli Stati Uniti, ha fornito supporto aereo alle truppe curde sul terreno, mentre i "consiglieri militari" delle Forze Speciali francesi e britanniche erano discretamente presenti sul terreno a fianco degli americani (11). Questo supporto, avviato da Obama, ha resistito ai cambi di amministrazione ed è proseguito sotto il primo mandato di Trump e poi sotto quello di Joe Biden.
Gli Stati Uniti possono vantarsi di aver puntato sul cavallo giusto perché nell'ottobre 2017 le FDS sono riuscite a riconquistare la città di Raqqa al califfato dello Stato Islamico, segnando la fine della fase "statale" dell'organizzazione che è stata ormai costretta a limitarsi a operazioni terroristiche su piccola scala, ma non è scomparsa, né ha cessato di essere un fastidio per gli Stati occidentali e le loro basi militari nella regione. Fino al 2025, la coalizione occidentale ha delegato ai curdi la responsabilità di detenere in giganteschi campi di prigionia i 10.000 combattenti dello Stato Islamico e le 70.000 donne e bambini dei jihadisti, cosicché gli Stati occidentali potessero risparmiarsi la fatica di rimpatriare i propri concittadini recatisi in Siria per unirsi alle fila del gruppo terroristico.
Con la caduta del regime baathista nel dicembre 2024, a cui è succeduto il jihadista Ahmed al-Sharaa, ormai laico, gli Stati Uniti hanno riorientato la propria strategia nella regione per sostenere il nuovo regime, visto come una garanzia di stabilità. Già nel maggio 2025, un incontro al vertice ha riunito al-Sharaa e Donald Trump, e quest'ultimo ha deciso di revocare le sanzioni contro la Siria. Il passo finale di questa normalizzazione è stata la rimozione del presidente siriano, nel novembre 2025, dalla lista delle sanzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e, pochi giorni dopo, dalla lista degli individui considerati terroristi.
Gli Stati Uniti (seguiti da Francia e Gran Bretagna) hanno quindi dato carta bianca al nuovo regime per reintegrare le regioni autonome di fatto, tra cui il Rojava, nello Stato centrale e nelle sue forze armate. Il 10 marzo 2025, al-Sharaa e Mazloum Abdi, capo delle FDS, hanno firmato un accordo iniziale che prevede l'integrazione nello Stato siriano dell’AANES. La riluttanza delle FDS a rinunciare alla propria autonomia è stata la causa immediata dell'ultima vittoriosa offensiva dell'esercito siriano nel gennaio 2026, culminata in un accordo in 14 punti. Questo accordo rivela il duplice obiettivo del regime siriano: politicamente, mira a soffocare ogni tentativo di autonomia regionale imponendo una forte centralizzazione, a malapena mascherata dietro vaghe promesse di riconoscimento dei diritti nazionali curdi e di concessione di uno status ufficiale alla lingua curda. Di conseguenza, le forze militari e di polizia curde saranno costrette a integrarsi nell'esercito siriano e nel rispettivo Ministero dell'Interno. D'altra parte, economicamente, l'accordo consente ad al-Sharaa di mettere le mani sui vasti giacimenti di petrolio e gas precedentemente detenuti dai curdi. Infine, come sottolinea Tom Barrack nella citazione precedente, lo Stato siriano sarà ora responsabile della gestione dei prigionieri dello Stato Islamico.
Ancora una volta, l'illusione di un'autonomia nazionale curda all'interno del quadro imperialista è naufragata sugli scogli della realpolitik e delle mutevoli alleanze delle grandi potenze, per le quali le forze locali sono solo pedine, che vengono spostate e sacrificate in base alle esigenze del momento.
C'È UNA SOLA VIA D'USCITA PER IL PROLETARIATO E LE MASSE CURDE: LA PROSPETTIVA DI CLASSE PROLETARIA
In Siria, così come in Turchia e nel resto del Medio Oriente, l'unica prospettiva realistica per l'emancipazione delle masse diseredate è oggi quella della rivoluzione proletaria. Non vi è alcun dubbio che in tutti questi territori il capitalismo è il modo di produzione dominante da decenni. Quanto alla pseudo-rivoluzione in Rojava essa non ha avuto nulla a che fare, direttamente o indirettamente, con la rivoluzione socialista. Anche supponendo che i suoi sostenitori desiderassero sinceramente – cosa che non fecero – stabilire nuovi rapporti di produzione, una tale prospettiva sarebbe stata una pura illusione in una singola piccola regione agricola: il socialismo non è possibile in un singolo Stato, figuriamoci in una singola provincia! Invece di ritirarsi nel "loro" pezzetto di terra, i rivoluzionari comunisti avrebbero cercato di mobilitare l'intero proletariato urbano del paese come anello di congiunzione per una rivoluzione internazionale. Invece di formare milizie popolari, i rivoluzionari comunisti avrebbero formato guardie e poi un'armata rossa, sotto la stretta guida proletaria. Invece di creare un potere democratico e laico, i rivoluzionari avrebbero cercato di costruire la dittatura del proletariato, unica soluzione per la distruzione del capitalismo. Invece di cercare il sostegno delle potenze imperialiste, i rivoluzionari comunisti avrebbero chiesto ai proletari di tutti i paesi di sollevarsi contro le proprie borghesie, unica concreta manifestazione di solidarietà internazionale.
Infine, invece di fondare un partito nazionale – o al massimo pan-curdo – e nazionalista, i rivoluzionari comunisti si sarebbero organizzati nel partito unico del proletariato, il partito di classe internazionalista e internazionale.
In assenza di una simile visione in Siria durante gli anni 2010-2020, era inevitabile che la rivolta siriana avrebbe portato a una serie di vicoli ciechi, le cui conseguenze sono ora evidenti: uno Stato siriano riformato e nelle mani di ex jihadisti e una pseudo-rivoluzione curda ingloriosamente perita. La lezione che il marxismo ha tratto dalla storia delle lotte di classe è chiara: non può esserci situazione rivoluzionaria senza una lotta di classe proletaria guidata da un partito comunista rivoluzionario. La Siria è solo un esempio tra decine.
Ciò significa che il proletariato debba essere indifferente al destino del popolo curdo? Assolutamente no. Il proletariato curdo costituisce una parte significativa del proletariato turco, in particolare all'interno della diaspora; è uno dei tanti distaccamenti di questo potente esercito proletario chiamato a combattere contro il capitalismo. Affinché l'indispensabile unità del proletariato si realizzi, è fondamentale che i proletari dei paesi in cui esiste una lunga tradizione di oppressione dei curdi – a partire dalla Turchia – lottino risolutamente contro ogni oppressione nei loro confronti e per la completa uguaglianza dei diritti. Questa è la condizione indispensabile per superare la divisione deliberatamente alimentata dalla classe dominante e da tutti i partiti nazionalisti, di sinistra, di destra o di estrema destra.
Nelle metropoli imperialiste, ciò implica la denuncia dell’uso della "questione curda" per fini imperialisti e della presunta solidarietà della borghesia con il popolo curdo: la solidarietà borghese è sempre interessata e si rivolta sempre contro i proletari. La vera solidarietà con i proletari e le masse povere della regione, curdi e altri, sarà quella dei proletari quando entreranno in lotta contro il "loro" Stato e il "loro" imperialismo.
La ripresa da parte del proletariato della sua lotta di classe, in una prospettiva internazionale e sotto la guida del suo partito di classe, indicherà la strada verso l'obiettivo finale: l'instaurazione del comunismo per l'emancipazione non solo dei curdi, ma dell’intera l'umanità.
(1) Come esempio di tali affermazioni, si veda l'intervista al deputato turco Tülay Hatimogullari del partito filo-curdo DEM, pubblicata su Le Monde il 1° febbraio 2025: https://www.lemonde.fr/international/article/2026/02/01/ tulay-hatimogullari-la- politique-menee-par-ankara-en-faveur-de-damas-a-porte-atteinte-aux-negociations-avec-les-kurdes-en-turquie _ 6664988_3210.html
(2) Per maggiori dettagli sulla capitolazione di Öcalan nel 1999, vedi il nostro articolo " Question Kurde. Les offres de capitulation d'Ocalan et du PKK à l'Etat turc (La questione curda. Le offerte di capitolazione Öcalan e del PKK allo Stato turco)" in Le Prolétaire, n. 451, nov.-dic. 1999.
(3) Vedi la dichiarazione del TCK (Movimento Giovanile Curdo) che faceva appello a una "rivoluzione" contro il PYD: https://syriafreedomforever.wordpress.com/2013/06/23/statement-by-the-kurdish-youth-movement-tck-about-the-latest-events-in-the-city-of-amouda-and-videos-and-pictures-from-the-protests-and-sit-ins/
(4) Volantino del 3 ottobre 2014 dell'Organizzazione Comunista Libertaria (OCL), citato nel nostro articolo "Non à la mobilisation pro-impérialiste autour du Kurdistan (Le Prolétaire n. 513, ottobre-novembre 2014); vedi anche “No alla mobilitazione filo-imperialista attorno al Kurdistan! ", il comunista n. 137, nov. 2014 - genn. 2015.
(5) I dettagli sulle manifestazioni e la loro repressione sono tratti dalla pagina di Wikipedia in inglese di AANES: https://en.wikipedia.org/wiki/ Democratic_Autonomous_ Administration_ of_North_ and_East_ Syria
(6) Le informazioni sull'economia del Rojava sono tratte da Sinan Hatahe, "The Political Economy of the Autonomous Administration of North and East Syria", 29 novembre 2019, disponibile online: https://cadmus.eui.eu/ server/api/ core/bitstreams/ 78f2b451-3c5a-5e6b-b58a-399cea8ee3b3/content
(7) Si veda il seguente rapporto di Amnesty International: https://www.amnesty.org/en/documents/ mde24/2503/2015/en/
(8) Si veda Le Monde, 19 gennaio 2026: https://www.lemonde.fr/international/article/2026/01/19/en-syrie-la-fin-du-reve-d-autonomie-kurde-au-rojava_6663198_3210.html
(9) Per la fonte della citazione, vedi Le Monde, 21 gennaio 2026: https://www.lemonde.fr/ international/ article/2026/01/21/en-syrie-le-gouvernement-accorde-un-delai-aux-kurdes-pour-parvenir-a-un-accord_6663449_3210.html
(10) Il 12 ottobre 2015, gli Stati Uniti hanno paracadutato cinquanta tonnellate di munizioni per le milizie della regione, in primo luogo l’FDS. Pochi giorni dopo, il presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha annunciato l’invio di una cinquantina di soldati delle forze speciali per addestrare e coordinare l’FDS. http://www.liberation.fr/planete/2015/10/30/des-forces-speciales-americaines-envoyees-en-syrie_1410157 e http://www.liberation.fr/planete/2015/11/12/l-etat-islamique-sur-la-defensive_1412972
(11) https://www.lemonde.fr/ proche-orient/ article/ 2018/05/08/ en-syrie-la-guerre-tres-speciale-de-la-france_ 5295972_3218.html
28 febbraio 2026
Partito Comunista Internazionale
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