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Ucraina: il Risiko della Coalizione dei Volenterosi

 

 

NELLA ILLUSORIA “CONQUISTA DEL MONDO”, LA “COALIZIONE DEI VOLENTEROSI”, MENTRE SI ARMA FINO AI DENTI, SPINGE LA POPOLAZIONE UCRAINA A IMMOLARSI CONTRO LA FEDERAZIONE RUSSA PER ASSICURARSI AFFARI E INFLUENZA POLITICA IN ATTESA DI UN IMMAGINARIO “DOPOGUERRA DI PACE”.

 

La prima volta che si sentì parlare di “Coalition of the Willing” (Coalizione dei Volenterosi) come di una cooperazione plurinazionale, al di sopra dei patti bilaterali e multilaterali dei singoli Stati e, naturalmente, di impronta assolutamente imperialistica, era il 1973, quando l’ONU ormai mostrava platealmente la sua fondamentale incapacità nel gestire i conflitti scoppiati nelle varie aree del mondo per riportarvi, se non la pace, almeno un equilibrio accettabile per gli imperialismi coinvolti, attraverso la costituzione di “forze militari di pace” dette di peacekeeping, più comunemente note come “caschi blu”. Come spesso succede, anche l’idea di una coalizione di nazioni disposte ad impegnarsi in operazioni di stabilizzazione in contesti di conflitto internazionale, a fronte di iniziative dell’ONU del tutto assenti, maturò all’interno di istituti universitari, in questo caso americani (Massachusetts Institute of Technology e Harland Cleveland dell’Università del Minnesota). Promotore fu un certo professor Bloomflield che divulgò la sua idea attraverso il New York Times; idea ripresa poi dal segretario di Stato americano Henry Kissinger che nel 1973, all’epoca della guerra arabo-israeliana dello Yom Kippur e della crisi petrolifera innescata dai paesi arabi dell’OPEC in sostegno dell’azione militare dell’Egitto e della Siria, la mise in pratica propria in Medio Oriente. Kissinger si rivolse a diversi Stati, al di fuori della Nato europea, per costituire, appunto, una coalizione di “volenterosi” al posto di truppe dell’ONU che avrebbero dovuto ottenere l’ok dal Consiglio di Sicurezza nel quale sedeva l’URSS il cui veto era certo visto che sosteneva l’Egitto di Sadat e la Siria di Hafez al-Assad contro Israele di Golda Meir. Dopo un mese di guerra, Kissinger concordò con Mosca in intervento diplomatico sui fronti di reciproca competenza per far finire la guerra, tanto più che il prezzo del petrolio era salito alle stelle e che i paesi europei della Nato non avevano accettato di affiancare gli Stati Uniti in appoggio a Israele, tra i quali emergeva in particolare la Francia per i suoi ottimi rapporti col mondo arabo e per la sua opposizione agli Stati Uniti. Già allora Kissinger ammonì l’Europa di “gravi conseguenze” per non aver affiancato gli USA in questa guerra… In effetti, la crisi petrolifera, dovuta certamente all’iniziativa dei paesi arabi dell’OPEC sul rialzo dei prezzi a barile, durò per tutti gli anni Settanta e chi ne fece le spese furono soprattutto i paesi europei visto che erano essenzialmente importatori, mentre Usa e Russia erano anche produttori. Ebbene, quella frattura tra paesi europei e Stati Uniti, in realtà, non si saldò mai, e la recente guerra russo-ucraina l’ha totalmente evidenziata.  

Le forze ONU di peacekeeping dovevano costituire delle forze di interposizione il cui compito era di assicurare che gli accordi di cessate il fuoco tra belligeranti venissero rispettati. Queste forze, in genere disarmate o dotate di armamento leggero, non avevano il compito di intervenire militarmente, ma solo di osservare e riferire al Consiglio di Sicurezza dell’ONU eventuali violazioni degli accordi. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU è formato fin dalla sua costituzione dai rappresentanti delle cinque potenze che hanno vinto la seconda guerra mondiale, come membri permanenti: Stati Uniti, URSS/Russia, Regno Unito, Francia, Cina, e da altri dieci, non permanenti, eletti dall’assemblea dell’ONU ogni due anni. Tutta questa impalcatura, dotata di leggi, ordinamenti, regole di tipo parlamentare, finanziata e tenuta in piedi soprattutto dai grandi paesi imperialisti (anche da Giappone e Germania che non fanno parte del Consiglio di Sicurezza permanente) serve, in pratica, per dichiarare urbi et orbi che il grande obiettivo di tutti i paesi capitalisti del mondo sarebbe la pace universale...mentre alimentano le guerre in tutto il mondo.

Ma la storia stessa dei contrasti interimperialistici, causa sia della prima che della seconda guerra mondiale, e di tutte le guerre che hanno caratterizzato il secondo dopoguerra e il “post-secondo dopoguerra”, e causa della preparazione di una terza guerra imperialistica mondiale, è una storia che mostra come l’obiettivo reale di ogni imperialismo è di difendere le proprie fette di mercato e di influenza già conquistate, cercando ogni via per aumentarle a detrimento ovviamente delle fette di mercato e di influenza dei concorrenti. Le guerre servono per rimettere continuamente in discussione gli equilibri appena raggiunti. E che dietro ogni guerra scatenata in qualsiasi parte del pianeta vi siano le mani e gli interessi di uno o più paesi imperialisti, è un dato indiscutibile che ormai anche le democrazie più pie e candide non sanno più nascondere.

La “Coalizione dei volenterosi” si è presentata sullo scenario mondiale nel 1973, in corrispondenza con la grande crisi petrolifera che fece subire una grave batosta alle più grandi economie mondiali e che anticipò la crisi generale dell’economia capitalistica del 1975. A differenza delle forze, praticamente disarmate, di peacekeeping dell’ONU, questa Coalizione prevedeva l’impiego di truppe armate di tutto punto, che rispondevano a una specie di direttorio costituito dai suoi fondatori, ed avevano un compito simile a quello dei caschi blu di interposizione tra due belligeranti, ma, in particolare, a difesa del belligerante che, secondo i canoni formali di un “diritto internazionale” pro-occidentale, era stato aggredito. Inutile ribadire qui quanto abbiamo sempre sostenuto a proposito dell’aggressore e dell’aggredito: per noi ogni paese capitalista, tanto più se imperialista, è congenitamente aggressivo, perciò il fatto che in una certa data sia uno o l’altro a sparare il primo colpo non cambia la sostanza della guerra, proprio perché essa è la continuazione della politica estera fatta con mezzi militari da parte di ogni borghesia al potere. Non esiste infatti uno Stato che non sia armato; la forza militare di un paese è rappresentata dal suo Stato e serve per entrambi gli scopi: aggredire o difendersi da un’aggressione; ma, in sostanza, ogni Stato borghese è per principio aggressore perché lo chiede l’economia e il potere politico di cui è espressione. In ogni caso, da quel 1973, la “coalizione dei volenterosi” è stata chiamata in causa un’altra volta nella guerra che gli Stati Uniti, insieme al Regno Unito, hanno preparato e messo in atto dal 2003 al 2011 contro l’Iraq di Saddam Hussein accusandolo di possedere armi chimiche di distruzione di massa e di proteggere il terrorismo internazionale, cosa che si dimostrò poi del tutto falsa. Questa guerra fu condotta da una Coalizione multinazionale che vedeva la partecipazione di ben 46 paesi oltre a Stati Uniti e Regno Unito. Era evidente che l’esteso numero di paesi che avevano aderito alla “chiamata” di Washington e Londra non contavano quasi nulla dal punto di vista militare, né per il numero di soldati inviati né per forza militare: i 140.000 soldati americani e gli 8.000 soldati britannici coprivano, gli uni il 75% e gli altri il 23% delle forze militari presenti in Iraq; tutti gli altri 46 paesi rappresentavano il restante 2%. Inutile dire che tra i paesi imperialisti europei non potevano mancare i più attrezzati militarmente e i più interessati a raccogliere qualche vantaggio per aver affiancato USA e Regno Unito nella loro guerra contro l’Iraq, come l’Italia, la Spagna, la Polonia ecc. Quel grande numero di paesi che Washington e Londra potevano elencare per la guerra all’Iraq serviva per raccogliere consenso sia internamente nei propri paesi, sia come giustificazione di una guerra che “doveva” interessare il mondo intero anche se non aveva avuto il beneplacito dell’ONU. Perciò la Coalizione dei volenterosi

 

ALL’IMPERIALISTA GUERRA GUERREGGIATA SEGUE IL CONFRONTO A DISTANZA, CHIAMATO “GUERRA FREDDA”

 

Non si comprenderebbe che cosa sta succedendo in questi ultimissimi anni se non si dà uno sguardo a quel che è avvenuto nei periodi precedenti. Finita la seconda guerra imperialistica mondiale, iniziava il periodo storico chiamato Guerra fredda, un periodo che durò quasi 45 anni, dal 1946 al 1991. Ma la “Guerra fredda”, in realtà, non era l’alternativa alla “Guerra calda”; voleva essere una specie di equilibrio, un patto di tregua più o meno durevole, tra le superpotenze atomiche vincitrici della guerra, all’epoca gli Stati Uniti e l’URSS; ma, mentre queste due superpotenze atomiche “sistemavano” l’Europa dividendola in due aree di competenza (l’occidentale sotto tutela e controllo militare americano, l’orientale sotto tutela e controllo militare russo), il resto del mondo rimaneva ancora da “sistemare”. Con la fine della seconda guerra imperialistica mondiale perduravano, sebbene indeboliti, gli imperi coloniali inglese, francese, portoghese, belga, mentre quelli spagnolo e olandese erano ormai ridotti a qualche territorio limitato o a qualche isola, e quello italiano, di più recente costituzione, era praticamente scomparso (Libia ed Eritrea passarono sotto il controllo della Gran Bretagna, l’Etiopia si rese indipendente e la Somalia sarà amministrata per conto della Gran Bretagna dall’Italia democratica fino al 1960 per poi diventare anch’essa “indipendente”, mentre l’Albania, assoggettata all’Italia dal 1915, diventerà indipendente nel 1944).

Nel periodo dell’imperialista “Guerra fredda” sono comprese tutte le guerre svoltesi nelle diverse aree del mondo: dalla guerra in Indocina del 1946-1954 alla sua prosecuzione come guerra del Vietnam 1955-1975, dalla guerra arabo-israeliana del 1948-49 alla guerra di Corea del 1950-53, dalle guerre coloniali portoghesi 1961-1975 in Guinea, Angola e Mozambico alle guerre israeliano-arabe dei “6 giorni” (giugno 1973) e del Kippur (ottobre 1973), dalla guerra civile in Libano del 1975-1982 alla guerra Iraq-Iran del 1980-88, dalla guerra delle Falkland/Malvine del 1982 alla guerra del Golfo (contro l’Iraq che occupò il Kuwait) del 1990-91. In tutte queste guerre, gli Stati imperialisti si sono sempre coinvolti, sia direttamente che indirettamente, e non tanto attraverso le “coalizioni dei volenterosi”, quanto con le proprie forze armate o, per procura, attraverso le forze armate dei paesi a loro sottomessi.

Gran parte di questo periodo corrisponde a tutta una serie di guerre di liberazione da parte delle colonie, soprattutto in Africa e in Asia, con le quali le popolazioni coloniali approfittarono dell’indebolimento degli imperialisti europei sia a causa della crisi economica mondiale sia per la difficoltà a mantenere saldo il controllo politico-sociale ed economico delle proprie colonie, per lanciarsi nei moti anticoloniali. Di grande importanza, per l’influenza che ebbe in tutto il nord Africa e in Europa, è stata la guerra d’indipendenza in Algeria (indipendente dal 1962); stessa cosa per il Congo (sia il Congo francese/Brazzaville che il Congo Belga/Kinshasa), indipendenti entrambi dal 1960 ma sconvolti continuamente da guerre interne e fratricide sostenute dalle compagnie minerarie e dai vecchi paesi colonialisti. Col 1980, quando l’ultima colonia – la Rhodesia meridionale – si rese indipendente (prendendo il nome di Zimbabwe), terminarono i cent’anni di colonialismo europeo in Africa, anche se per le vicende storiche legate al regime di apartheid nel Sudafrica (che formalmente fu indipendente dal Regno Unito nel 1961) una effettiva indipendenza politica – con la fine dell’apartheid – la si ebbe solo nel 1994!

Nel frattempo, oltre Francia e Regno Unito, altri paesi si sono dotati di testate nucleari, cosa che le due superpotenze non sono state in grado, a suo tempo, di impedire; e così Cina, Pakistan, India, Corea del Nord, Israele (1), secondo le informazioni ufficiali dei governi, si sono aggiunti alla rosa dei paesi dotati di bombe atomiche. Come si sa anche l’Iran ha tentato di costruirsi testate nucleari, ma già al tempo dello Scià gli Usa lo avevano fermato, mentre la recentissima guerra di Usa e Israele contro Teheran è stata giustificata per impedire che anche l’Iran abbia la bomba atomica. E’ chiaro che il possesso di testate nucleari fa parte della deterrenza utilizzata da ogni Stato che ne possiede contro gli altri Stati che potrebbero attaccarlo. All’epoca si parlava di “equilibrio del terrore”, del terrore che scoppiasse una guerra atomica con conseguenze che potevano far sparire dalla faccia della terra la maggior parte degli esseri umani, desertificando la maggior parte della sua superficie. Ma a quell’equilibrio del terrore, la fine della “guerra fredda” sembra che abbia aperto il lungo periodo del “terrore dell’equilibrio”, spingendo le grandi potenze imperialistiche a minacciare più frequentemente l’uso delle armi nucleari da quando si sono dotate di armi atomiche tattiche, ossia, secondo gli scienziati, ad effetto distruttivo parziale.

Con le guerre jugoslave del 1991-99 termina il periodo della cosiddetta “guerra fredda” e inizia il periodo in cui la politica estera delle maggiori potenze del mondo, fatta con mezzi militari – quindi con la guerra guerreggiata – entra prepotentemente in Europa. In verità, già con la violentissima repressione dei moti proletari nella Germania Est del giugno 1953 (Berlino, Halle, Magdeburgo, Gera, Jena, Lipsia, Dresda ecc.), la Russia di Stalin aveva contribuito a mantenere il controllo imperialistico nell’intera Europa, come da spartizione concordata con Roosevelt e Churchill alla Conferenza di Yalta (in Crimea) nel febbraio 1945. I moti proletari del 1953 nell’Est della Germania avrebbero potuto contaminare anche i proletari della Germania Ovest; perciò gli imperialisti occidentali si aspettavano che la Russia staliniana facesse il suo “dovere”: usasse tutta la forza del suo esercito per sedare la rivolta del proletariato che si era incaricata di controllare e dominare. Con lo stesso obiettivo di mantenere l’Europa “pacificata”, si attuarono gli interventi militari russi in Ungheria nel 1956 e in Cecoslovacchia nel 1968; ma le mire del giovane e aggressivo imperialismo russo non potevano non puntare all’Asia centrale, storico territorio di interesse russo vista la sua conformazione geografica euroasiatica, e perciò, quando nel 1979 il governo pro-russo di Kabul venne attaccato dai mujahidin afghani la Russia invase l’Afghanistan: scoppiò una guerra che durò più di dieci anni, ma alla fine la Russia perse la guerra e nel 1989 concordò con l’Afghanistan dei talebani, gli Stati Uniti e il Pakistan il suo ritiro. Il forte scossone che la Russia subirà dalla combinazione di diversi fattori oltremodo negativi per il suo dominio euroasiatico è stato uno scossone che fece crollare il vecchio potere politico legato ad un impianto ideologico-propagandistico e ad una nomenclatura ormai logori e del tutto inefficaci: le ragioni di mercato richiedevano un cambiamento, e un cambiamento ci fu ma non nel senso di un “svolta democratica” alla occidentale, ma di un cambio della guardia che si prendesse l’incarico di affrontare il crollo della vecchia URSS, e la fuga “indipendentista” delle varie repubbliche precedentemente federate, salvando le prerogative e le ambizioni più profonde di una potenza che era costretta a leccarsi le ferite, ma che non intendeva piegarsi ai diktat degli imperialisti occidentali. Le guerre in Cecenia (1994-96 e 1999-2009) e in Georgia (2008) sono state il segnale agli Stati Uniti e all’Unione Europea di star lontani dal Caucaso, e la stessa doveva avvenire con l’Ucraina nel 2014 per la quale a Mosca, per impedire che anche l’Ucraina finisse completamente nelle mani degli imperialismi occidentali, non restava altro che una guerra di invasione che maturò nel febbraio 2022.

 

LA SECONDA GUERRA MONDIALE È FINITA, MA NON HA MAI SMESSO DI CONTINUARE ORA IN UN PAESE ORA IN UN ALTRO, ORA IN UN CONTINENTE, ORA IN UN ALTRO, PER TORNARE IN EUROPA DA DOVE ERA INIZIATA

 

Abbiamo già detto delle guerre jugoslave. La guerra russo-ucraina ha presentato una situazione diversa da quella che solitamente si vedeva nelle guerre precedenti in cui le potenze imperialiste occidentali intervenivano direttamente con proprie forze militari, o all’inizio o ad un certo punto del loro sviluppo; ma una certa somiglianza con le guerre jugoslave ce l’ha, nel senso che si è trattato di una guerra per procura, condotta dalle forze militari locali ma per conto di forze straniere, fino a quando, dopo che Slovenia e Croazia furono spalleggiate dalla Germania e la Serbia spalleggiata dalla Russia, la Nato (quindi gli Stati Uniti con i suoi alleati, Italia compresa) non è intervenuta prima in Bosnia, nel 1995 e poi in Serbia nel 1999.  

In Ucraina, invece, c’era di mezzo direttamente la Russia, con un potente esercito; non era il caso di uno scontro diretto co n una superpotenza nucleare per “difendere” l’Ucraina (che all’epoca non faceva parte né della Nato né dell’Unione Europea), tanto più che la strategia politico-militare degli imperialismi occidentali prevedeva che fosse l’esercito ucraino a vedersela con i russi, supportandolo con finanziamenti, armamenti e campagne politico-propagandistiche che accusavano (e continuano ad accusare) la Russia di qualsiasi sabotaggio nei paesi europei (vero o presunto che sia) e di voler… invadere l’Europa. L’Ucraina rappresentava, e rappresenta, dopo la maggior parte  dei paesi dell’Europa dell’Est, un ulteriore boccone per gli imperialisti occidentali, dal punto di vista industriale e agricolo, dal punto di vista dello sfruttamento di un proletariato istruito e specializzato, dal punto di vista delle materie prime, e da quello della posizione geostrategica rispetto alla Russia, con la possibilità di bloccarla, almeno nella sua parte europea, a sud nei limiti delle acque del Mar Nero e del Mar d’Azov di sua competenza. E’ ovvio che la Russia aveva tutto l’interesse di ampliare il suo controllo sulla maggior parte della sponda Nord del Mar Nero. E’ del giugno scorso, tra l’altro, la notizia che Mosca ha vinto alla Corte permanente di Arbitrato dell’Aia, contro l’Ucraina, la decennale disputa contro Kiev sui diritti marittimi nel Mar Nero, nel Mar d’Azov e nello Stretto di Kerč' che, a est della Crimea, collega i due mari (2). Questa sentenza è importante per la Russia perché il Mar Nero rappresenta un nodo cruciale per il suo traffico marittimo (commerciale e militare); e per Kiev ha rappresentato finora la via principale del 90% delle sue esportazioni di prodotti agricoli (grano, orzo, semi di girasole, mais ecc.) di cui è anche uno dei principali produttori mondiali; la via marittima, è risaputo, è molto meno cara del trasporto su rotaia o su gomma, perciò è strategica sia per Kiev sia per Mosca.  

Far fare all’Ucraina il ruolo di ariete militare contro le mire espansionistiche di Mosca era nient’altro che la continuazione del disegno politico programmato dagli imperialisti euro-americani fin dalla sua “indipendenza” del 1991 dopo il crollo dell’URSS. L’Ucraina doveva fare la stessa fine di tutti gli altri paesi dell’Est un tempo satelliti di Mosca, e finire nella rete di interessi degli imperialisti occidentali. La Russia tentò di piegare il potere politico di Kiev a suo favore attraverso le elezioni democratiche; ci stava per riuscire, ma la cosa non era gradita né a Washington né a Londra, né a una parte dell’oligarchia ucraina, perciò furono organizzate manifestazioni anche violente (come l’Euromaidan) contro il presidente Janukovyč contrario, in sostanza, a che l’Ucraina aderisse all’Unione Europea e alla Nato. Alla fine Janukovyč se ne dovette scappare in Russia e l’Ucraina rimase nelle mani dell’oligarchia pro-occidentale che elesse Zelensky, gradito anche a Washington e Londra, come proprio rappresentante e che diventerà il loro alfiere contro la Russia.

Abbiamo seguito l’andamento della guerra russo-ucraina fin dai suoi primi momenti e continueremo fino al suo esito. Perciò qui non riprendiamo gli argomenti che abbiamo trattato in tanti articoli dal 2022 in avanti (vedi la pagina speciale dedicata all’Ucraina nel sito https://www.pcint.org).

Una cosa però è importante mettere in evidenza ora: si tratta del comportamento degli Stati Uniti in tutto lo svolgimento delle vicende che riguardano l’Ucraina e la Russia (in realtà, l’intera Europa): un comportamento che a prima vista può sembrare schizofrenico – Biden pro Ucraina al 100%, contro Trump che toglie i finanziamenti e le armi all’Ucraina proprio quando questa ha più bisogno di sostegno finanziario e militare – comportamento che, di fatto, risponde alle contraddizioni caratteristiche di ogni operazione imperialistica sul piano politico come su quello militare. Qual era l’obiettivo euro-americano? portare l’Ucraina nel campo occidentale (Nato e UE), strappandola alla Russia, che rimane sempre un concorrente imperialistico di notevole peso. Perciò si doveva procedere con azioni di carattere economico, finanziario, politico e militare (anche se tra di loro temporaneamente contraddittorie, dovute anche alle rivalità intra-europee), programmando forze e tempi in cui agire per raggiungere comunque, alla fine, l’obiettivo di fare dell’Ucraina un avamposto euro-americano. La guerra, verso cui si stava andando inevitabilmente, visto che Mosca non avrebbe mai accettato di avere i missili della Nato anche in Ucraina, doveva produrre vantaggi di ordine politico ed economico non solo per gli europei, ma soprattutto per gli Stati Uniti; si doveva impedire che diventasse territorio economico dell’imperialismo russo. Nella gestione dei rapporti con le forze politiche e militari ucraine Washington non poteva non tener conto che c’erano di mezzo gli imperialisti europei, con i loro interessi, i loro rapporti sia con la Russia che con l’Ucraina e, naturalmente, le loro ambizioni imperialistiche che non coincidevano con quelle americane. I rapporti commerciali con la Russia, soprattutto di Germania e Italia ma anche dei Paesi Bassi e del Regno Unito, da molti anni erano molto positivi: Russia significa soprattutto materie prime di vitale importanza per l’economia industriale europea (petrolio greggio, suoi derivati, gas naturale, palladio, platino, oro, argento, rame, alluminio ecc. ecc.), e a prezzi convenienti. Ebbene, fare la guerra alla Russia – senza mettere in campo un solo soldato e utilizzare la carne da macello soltanto ucraina – per Washington significava rompere i rapporti commerciali privilegiati degli europei con la Russia e obbligarli a rifornirsi di materie prime – innanzitutto petrolio greggio e derivati, e gas naturale – dagli Stati Uniti, visto che l’Europa è da sempre deficitaria su questo fronte; per l’Europa significava soprattutto perdere gli ottimi rapporti commerciali con la Russia sulle materie prime di vitale importanza e un mercato importante per i propri prodotti industriali. Perciò la guerra alla Russia attraverso l’Ucraina comportava per i paesi europei una dipendenza dagli Stati Uniti ancora più stretta e un prezzo economico molto alto.

 L’amministrazione Biden – insieme a Londra e alla UE – intendeva mettere in crisi la Russia sia diminuendo drasticamente le sue esportazioni di petrolio e gas, sia avviando una serie interminabile di sanzioni economiche volte a isolare la Russia a livello globale e indebolire la sua economia (a parte i rapporti Russia-Cina su cui né Washington né Londra, né tantomeno la UE, avevano e hanno alcuna possibilità di interferire). Ma i venti pacchetti di sanzioni finora deliberati contro la Russia, in realtà, hanno fatto più male all’economia dei paesi europei che non alla Russia.

Biden, Londra e gli alleati europei contavano sulla vittoria dell’Ucraina sulla Russia, dopo averla indebolita economicamente e politicamente; ma contavano soprattutto su una guerra che doveva durare anni e non mesi, perciò hanno spinto Kiev a non accettare un accordo con Mosca soto un mese e mezzo dopo l’invasione. La guerra serve per distruggere masse di forze produttive che intasano i mercati, serve per ricostruire domani sulle macerie del paese distrutto, ma serve anche, nel frattempo, a far girare enormi profitti derivanti dagli armamenti e dai rifornimenti di qualsiasi prodotto e infrastruttura utile a sostenere lo sforzo di guerra. La popolazione ucraina, e in prima linea il suo proletariato, sono stati e vengono tuttora immolati al dio dollaro, al dio euro, al dio capitale imperialistico che si nutrono di sangue e sudore proletario per soddisfare esclusivamente interessi capitalistici; la stessa sorte colpisce anche il proletariato russo, oggetto di una propaganda imperial-nazionalistica riproposta in chiave antinazista e di difesa rispetto ad una aggressiva Nato, e obbligato a versare il suo sangue non per i suoi interessi di classe, ma per quelli del suo sfruttatore principale, l’imperialismo russo. L’Ucraina non aveva particolari alternative: o diventava un paese nuovamente legato a Mosca, e il suo proletariato sarebbe stato sfruttato per soddisfare gli interessi dell’imperialismo russo oltre a quelli del capitalismo nazionale ucraino, oppure diventava un paese legato agli imperialisti euro-americani che avrebbero sfruttato il suo proletariato come, se non di più, la Russia. Ma Kiev costituiva un boccone troppo importante per gli imperialisti d’Europa e d’America e la guerra scatenata fin dal 2014 contro i filorussi del Donbass e, successivamente, dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022, direttamente contro la Russia, conferma che il capitalismo – qualsiasi sia la capitale a cui fa riferimento – non può sopravvivere alle sue crisi periodiche se non scatenando guerre di rapina, all’inizio locali, come abbiamo descritto nei capitoli precedenti, ma in preparazione di una guerra effettivamente mondiale.

La politica di Washington, fin dal 1945, contemplava che l’Europa diventasse un suo territorio di predazione. Il fatto che i paesi europei siano industrialmente molto sviluppati e, quindi, costituiscano un territorio economico e finanziario di prima qualità è stato un vantaggio per il capitalismo americano, perché dopo averli resi dipendenti dal dollaro e dalle forze armate americane, li ha costretti e li costringe a sostenere la sua economia nonostante il suo debito pubblico aumenti a dismisura. Da questo punto di vista l’imperialismo americano non può fare a meno degli imperialisti europei, e gli imperialisti europei non possono fare a meno dell’imperialismo americano; i rispettivi mercati sono particolarmente integrati e sono parte fondamentale del mercato mondiale, ed è così anche per la finanza internazionale, mentre, dal punto di vista della “protezione militare” gli Stati Uniti, attraverso le sue decine di basi militari in Europa, hanno svolto contemporaneamente il ruolo di “difensori” superpotenti nei confronti della Russia e il ruolo di potenza dominante sul piano tecnologico, digitale e spaziale. Ciò non toglie che in ottant’anni di sudditanza da Sua Maestà il Dollaro, gli inevitabili contrasti interimperialistici abbiano lavorato per disgregare un’alleanza che appariva incrollabile sotto un’unica bandiera chiamata Occidente.

Ci risiamo: l’America – come abitualmente vengono chiamati gli Stati Uniti data la loro potenza mondiale – non ha perso l’attitudine, acquista con la vittoria nella seconda guerra imperialistica mondiale, di considerare l’Europa come un continente che deve la sua sopravvivenza, il suo sviluppo, la sua vitalità economica e finanziaria, soltanto all’intervento americano nella seconda guerra mondiale e, soprattutto, nel secondo dopoguerra, a suon di milioni di dollari per rimettere in moto la sua economia disastrata dalla guerra. A quei disastri non ha provveduto soltanto la Germania, ma se ne è occupata anche l’America bombardando stazioni ferroviarie, porti, ponti, città intere. Perciò, per noi della Sinistra comunista d’Italia, sempre convinti che «sono i soldi, i capitali, gli impianti produttivi che contano per fare la guerra; l’abilità militare e il coraggio sono merci in vendita sul mercato mondiale, ricchissimo di superfurbi e di superfessi» (3), ci premeva chiarire – di fronte alla propaganda di una pace dovuta ai “liberatori” anglo-americani dal fascismo e dal nazismo – che, in realtà, si stava già preparando un’altra guerra mondiale ed era proprio l’America, l’unica potenza mondiale a non aver subito alcun disastro nel proprio territorio e ad aver mantenuto intatta la sua potente macchina produttiva, a votare crediti di guerra immensi dichiarando che il suo spazio vitale era il mondo e non solo continente americano. La terza guerra mondiale, scrivevamo, sarebbe stata la «più clamorosa impresa di aggressione, di invasione, di oppressione e di schiavizzamento di tutta la storia. Non si tratta solo di una guerra eventuale ed ipotetica poiché essa è già in atto, essendo tale impresa legata da stretta continuazione con gli interventi nelle guerre europee del 1917 e del 1942, ed essendo in fondo il coronamento del concentrarsi di una immensa forza militare e distruttrice in un supremo centro di dominio e di difesa dell’attuale regime di classe, quello capitalistico, la costruzione dell’optimum delle condizioni atte a soffocare la rivoluzione dei lavoratori in qualunque paese» (4). Queste parole sono state scritte nel 1949, mentre si stava preparando la guerra americana in Corea e non per nulla l’articolo che la riguardava portava il titolo Corea è il mondo (5).

Ripetiamo, per noi marxisti era evidente una cosa: «Lo spazio vitale dei conquistatori statunitensi è una fascia che fa il giro della terra; è il punto di arrivo di un metodo cominciato con Esopo quando il lupo disse all’agnello che gli intorbidiva l’acqua pur bevendo a valle. Bianco nero e giallo, nessuno di noi può ingollare un sorso d’acqua senza intorbidire i cocktails serviti ai re della camorra plutocratica nei nightclubs degli Stati» (6). Allora il mondo era suddiviso tra due superpotenze: Stati Uniti e Russia, e se lo spazio vitale dell’America era una fascia che faceva il giro della terra, per conseguenza lo era anche per la Russia, perciò la prevista guerra mondiale avrebbe visto lo scontro tra queste due superpotenze. Ma si fece anche un’altra ipotesi, data la superiorità indiscussa dell’America in termini di avanzata industrializzazione di tutti settori economici, compresi quelli agricoli, e in termini di capitali finanziari, cioè questa: il dominio americano sul mondo avrebbe potuto essere raggiunto «anche senza una guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia», ma a quale condizione? «se il vassallaggio della seconda [la Russia] potesse essere assicurato anziché con mezzi militari e una vera e propria campagna di distruzione e di occupazione, con la pressione delle forze economiche preponderanti della massima organazione capitalistica nel mondo -  forse domani lo Stato unico Anglo-Americano di cui già si parla – con un compromesso attraverso il quale  la organizzazione dirigente russa si farebbe comprare ad alte condizioni; e Stalin avrebbe già precisata la cifra in due miliardi di dollari» (7).

Il fatto che in tanti decenni non si sia giunti alla guerra nel senso pieno tra Stati Uniti e Russia, mostra che quest’ultima ipotesi è stata perseguita da entrambe le potenze con decisione, e da parte americana con la convinzione che il tempo avrebbe giocato a favore di Washington; nel frattempo scattavano in Africa e in Asia una serie di moti anticoloniali provocati dalle conseguenze disastrose nelle colonie dal punto di vista economico e sociale e che, a loro volta producevano un reale indebolimento delle vecchie potenze coloniali non più in grado di mantenere il controllo colonialista di un tempo. Così, le contraddizioni del capitalismo a livello mondiale hanno aggrovigliato ancor più i rapporti interimperialistici offrendo, però, agli Stati Uniti e, in parte anche alla Russia, un ulteriore indebolimento politico delle vecchie potenze europee, cosa che rese più facile il dominio del dollaro sulla ricostruzione postbellica dei paesi europei e la loro riduzione – senza colpo ferire – al vassallaggio nei confronti di Washington. Sappiamo che la pratica del vassallaggio riguardò anche i paesi dell’Europa dell’Est verso Mosca e che tale situazione fu concordata tra Mosca e Washington. Ma quanto poteva durare il dominio politico di una potenza come quella russa su una parte non indifferente di paesi europei che, dal punto di vista industriale potevano dare dei punti alla Russia, come la Germania dell’Est, la Cecoslovacchia e, in parte, la Polonia? La forbice economica, soprattutto dal punto di vista industriale, tra l’America e la Russia, nel corso dei trent’anni che passarono tra il 1945 e il 1975, rimaneva comunque sempre molto larga, e ciò non permetteva alla Russia di industrializzare e reindustrializzare i paesi dell’Est Europa su cui esercitava il suo dominio politico-militare – a differenza di quel che riuscì all’America nell’Europa occidentale, anche perché si trattava di paesi già capitalisticamente avanzati. Se aggiungiamo poi che, nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino la riunificazione della Germania si è portata nella Nato anche l’altra metà della Germania e che nel giro di un decennio dal 1999 nella Nato sono entrati altri 10 paesi tra ex satelliti di Mosca ed ex paesi della Jugoslavia; nel 2017 si aggiungerà il Montenegro e nel 2020 la Macedonia del Nord, così Anche i Balcani, meno la Serbia sono stati ingurgitati dalla Nato. Dopo che la Bielorussia, “indipendente” dal 1991, era saldamente entrata (almeno finora) nell’orbita della Russia sia dal punto di vista economico che politico-militare, l’Ucraina era l’unico grande paese europeo dell’Est ad essere rimasto in bilico tra “occidente” anglo-americano e “oriente” russo. L’invasione russa del febbraio 2022 ha voluto bloccare che l’Ucraina finisse nella rete occidentale e, ancora una volta, Washington, insieme a Londra e agli alleati europei, considerarono non opportuno per i propri interessi lanciarsi in una guerra frontale con la Russia, mentre l’esercito ucraino veniva eletto come la “prima linea” dell’Occidente euro-americano della guerra alla Russia. Già dopo tre anni di guerra dal febbraio 2022 la situazione sul campo si dimostrava sfavorevole all’Ucraina di Zelensky, agli imperialisti europei che l’hanno finanziata e armata affinché facesse la guerra alla Russia al posto loro, e agli Stati Uniti che, secondo la serie di sconfitte accumulate negli ultimi decenni – l’ultima, quella in Afghanistan, la più cocente – erano interessati molto di più a i quadranti dell’Indo-Pacifico e del Medio Oriente che non continuare a spendersi in una guerra in cui troppi interessi contrastanti tra gli stessi alleati occidentali impedivano un comando unico (ovviamente americano) dell’intera operazione.

 

L’AMERICA DI TRUMP SI DISIMPEGNA NEI CONFRONTI DELL’UCRAINA E GLI IMPERIALISTI EUROPEI SI REINVENTANO LA COALIZIONE DEI VOLENTEROSI

 

Il voltafaccia americano rispetto all’impegno che aveva preso con gli alleati europei e con l’Ucraina, è avvenuto quando le sorti della guerra russo-ucraina erano ormai segnate: l’Ucraina non avrebbe mai vinto, e avrebbe dovuto giungere a concordare con la Russia la fine dei combattimenti al prezzo di perdere una parte importante del Donbass (se non tutto), come lo stesso Trump aveva anticipato a Zelensky in uno dei suoi primi incontri; inoltre, per far valere l’interesse americano sui diversi e contrastanti interessi europei, l’amministrazione Trump si era decisa ad escludere gli europei dalla trattativa con Mosca, e per due motivi: uno, perché la guerra che gli stessi europei hanno sollecitato e sostenuto non aveva portato il risultato voluto (vittoria dell’Ucraina e sua adesione alla Nato, rientrando così sotto comando americano), due, perché dalla guerra Washington non aveva guadagnato praticamente nulla dopo ave speso comunque miliardi di dollari in prestiti e armamenti e aver speso la propria protezione politica a favore dell’Ucraina (8) col rischio di compromettere del tutto le relazioni con Mosca verso cui, comunque, conserva un interesse in funzione anti-cinese. In uno dei primi incontri con Zelensky, Trump lo obbligò a firmare – come risarcimento per l’appoggio e le spese sostenute pro Ucraina – un contratto di concessione per le risorse minerarie che l’Ucraina possiede, guarda caso, soprattutto nel Donbass. Trump era quello che, fin dall’inizio del suo mandato presidenziale nel gennaio 2025, aveva dichiarato al mondo che, grazie ai suoi rapporti personali con Putin avrebbe chiuso la guerra in quattro e quattr’otto. S’è visto com’è andata e non certo per colpa soltanto degli alleati europei...

Il fatto che la guerra non sia stata fermata non è dipeso soltanto dalla pressione continua degli imperialisti europei perché l’Ucraina continuasse la guerra … “fino alla vittoria” …, ma rispondeva anche agli interessi delle multinazionali americane, e non solo del settore militare, che volevano cogliere il massimo di profitti da questa guerra, d’altra parte come da qualsiasi altra guerra. E’ stata anche l’occasione per far emergere in tutta la sua evidenza la continua sudditanza dell’Europa dagli Stati Uniti. L’ukase americano principale riguarda la Nato, per la quale gli Stati Uniti hanno obbligato i paesi membri, soprattutto europei, ad alzare in pochi anni il loro contributo finanziario fino al 5% dei rispettivi Pil, e ciò avrebbe permesso agli USA di diminuire il loro contributo finanziario pur mantenendo una posizione decisiva all’interno dell’Alleanza Atlantica; nello stesso tempo, hanno escluso gli europei dalle trattative con Putin per discutere un eventuale “piano di pace”, salvo poi – visto la ritrosia di Mosca a scendere a patti con Trump se non su richieste russe dichiarate “non negoziabili” – di fronte alla pervicace volontà degli europei nel continuare a sostenere la guerra ucraina contro la Russia e a non sottomettersi alla volontà di Washington, sospendere, almeno formalmente, l’iniziativa politica volta a trattare con Putin, lasciando la patata bollente nelle mani di Regno Unito e UE e decidendo, come detto in precedenza, di ritirare il loro sostegno finanziario e di armamenti a Kiev.

Quali sono le richieste che Mosca definisce “non negoziabili”? Il riconoscimento internazionale di Crimea e Donbass come parti della Federazione Russa, la diminuzione drastica dell’esercito ucraino, nessuna adesione dell’Ucraina alla Nato, no a truppe dei paesi Nato come forze di peacekeeping sulla linea di demarcazione tra territorio ucraino e territorio russo, cancellazione delle sanzioni antirusse e del congelamento degli asset russi collocati perlopiù in Belgio. Sono esattamente le richieste che l’Ucraina e, soprattutto, gli imperialisti europei non hanno mai voluto accettare o discutere. Col ritornello ormai inacidito di puntare su una “pace giusta e duratura” – che corrisponderebbe al ritiro delle truppe russe dall’Ucraina, al ripristino della “sovranità” nazionale da parte di Kiev sull’intero territorio dell’Ucraina del 1991, al pagamento da parte russa dei danni di guerra per la ricostruzione dell’Ucraina – gli imperialisti europei, mentre si stanno riarmando nazionalmente fino ai denti saccheggiando le risorse destinate alle proprie politiche sociali, spingono Zelensky e quel che rimane del suo governo, rimpastato decine di volte e cento volte corrotto, e dei suoi vertici militari, a mandare al massacro altre decine di migliaia di soldati in una guerra che tutti i generali americani, ed anche ucraini, non venduti alle rispettive oligarchie militari, hanno considerato persa fin dal 2023, cioè dalla pomposamente annunciata, e fallita, “controffensiva” ucraina per… riconquistare il Donbass e la Crimea.

Il ritiro quasi totale da parte americana ha lasciato un vuoto che la UE e il Regno Unito hanno cercato di riempire. Come? Comprando armamenti dagli USA per darli, in parte anche gratuitamente, all’Ucraina, disponendo altre decine di miliardi di euro in sostegno sia della guerra sia dell’amministrazione militare e civile, e organizzando una Coalizione di Volenterosi con lo scopo di entrare in Ucraina appena lo scontro bellico cesserà, per poter “garantire” che gli accordi del cessate il fuoco e della fine della guerra non vengano “violati”. Su iniziativa del Regno Unito e della Francia si sono affiancati volontariamente, sembra, altri 35 paesi (membri Nato e non) tra Europa, Asia e Commonwealth; vi partecipano, ad esempio, oltre a Regno Unito, Francia, Germania, Italia e Polonia, anche Giappone, Australia, Nuova Zelanda. Naturalmente lo scopo è: sostegno all’Ucraina e sicurezza comune dell’Europa! Aldilà, quindi, delle eventuali trattative tra Usa, Russia e Kiev, gli imperialisti europei vogliono giocare una loro partita… ma quando la guerra finirà… E chi deciderà che la guerra sarà finita? Non gli europei, non la Coalizione dei volenterosi, e nemmeno la UE o la Nato. Tutto porta a pensare che sarà la Russia a deciderlo, dopo aver stabilizzato la conquista dell’intero Donbass (non le manca molto, ma il tempo e il campo di battaglia è dalla sua parte), e obbligando Zelensky o chi per lui, a lanciare un messaggio di disponibilità a trattare il fine guerra, e coinvolgendo ovviamente gli Stati Uniti dai quali la Russia cerca di ottenere un riconoscimento internazionale per riposizionarsi fra le grandi potenze del G8 (oggi ancora G7 per aver escluso la Russia dopo l’annessione della Crimea nel 2014).      

Che senso ha, quindi, la costituzione di una “Coalizione dei Volenterosi” armata se questa Coalizione non ha alcun potere di intervento né per far la guerra, né per orientarne gli esisti, né per dettare le condizioni della sua cessazione, ottenendo quindi dei vantaggi non solo politici ma anche economici dalla guerra e dal suo dopoguerra? Un senso può averlo solo per testare le alleanze che possono emergere rispetto ad un ipotetico campo di battaglia sul quale si intende esercitare un intervento, una pressione, uno scontro finalizzati a conquistare territori e a sottomettere forze e paesi contro cui ci si è scontrati. Ma l’Ucraina di oggi, per gli imperialisti europei e per gli stessi Stati Uniti non è un campo di battaglia nel quale intervengono con i propri eserciti, cercando di determinarne l’esito a proprio favore; è un campo di battaglia sul cui terreno sono presenti e combattono soltanto gli eserciti comandati da Kiev e da Mosca. Se è vero che la guerra si vince solo sul terreno dello scontro militare, con i soldati in carne ed ossa, o vince l’Ucraina o vince la Russia. Certo, l’una e l’altra sono appoggiate da altri paesi, altre forze economiche e finanziarie, ma i soldati sul campo rispondono o ai generali ucraini o ai generali russi. Ci può essere l’affiancamento, da una parte o dall’altra, o da entrambe, di milizie mercenarie o partigiane, come succede in molte guerre, ma il fatto che né soldati americani, né soldati inglesi, né soldati dei paesi Ue o della Nato, siano stati mandati a far la guerra alla Russia, significa che nessuno di questi imperialismi intende scatenare oggi, alle condizioni in cui si trovano i diversi paesi sia economicamente, che politicamente e socialmente, una guerra che non sarebbe supportata né da un armamento adeguato ad una guerra mondiale, né ad un consenso interno sufficientemente ampio e certo. Ci vuole tempo perché ciò avvenga, e la dimostrazione l’hanno data soprattutto gli imperialisti europei che, da un lato, spingono perché gli ucraini continuino a farsi massacrare al loro posto e, dall’altro, cercano di guadagnare tempo per attrezzarsi al meglio in vista della terza guerra mondiale; ecco che la corsa al riarmo ha un senso per gli imperialisti europei spinti come sono ad adeguare le proprie armate e i propri armamenti ad una guerra mondiale che si presenterà in modo piuttosto diverso da come si sono presentate la prima e la seconda. Sarà una guerra sia di trincea che aerea, sia marittima che terrestre, in cui nuovi strumenti di guerra, oltre ai missili balistici e intercontinentali e ai classici bombardamenti dai cieli e dai mari, come i droni e i robot, che entreranno a far parte contemporaneamente delle armi usate non solo contro gli eserciti fisicamente intesi ma anche, e probabilmente soprattutto, contro la popolazione civile. Già nella seconda guerra imperialista è stata messa in atto la tattica di bombardare le città per indebolire e terrorizzare i soldati al fronte; Italia e Germania ne sanno qualcosa, e soprattutto il Giappone contro il quale, per piegarlo definitivamente – pur avendo praticamente già vinto la guerra – gli Stati Uniti non si sono fatti problemi a sganciare nell’agosto 1945 la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki. All’epoca erano gli unici ad avere la tecnologia e i mezzi per costruire la bomba atomica e per trasportarla sui cieli delle città giapponesi scelte non come “monito” alle forze armate giapponesi perché la smettessero di resistere all’avanzata americana, ma come obiettivi precisi per uno sterminio che per scopo aveva quello di annichilire l’intera popolazione giapponese per generazioni. Oggi gli Stati Uniti non sono più i soli a poter usare l’armamento nucleare; come detto sopra, oltre a Russia e Cina che storicamente non sono certo amici dell’America, ci sono altri paesi come la Corea del Nord e il Pakistan che non possono certo essere segnati come amici affidabili di Washington… Perciò, visto che il capitalismo e il potere politico che su di esso si basa non sono votati al suicidio generale, nessuna potenza nucleare ha interesse a scatenare una guerra atomica perché sa che alla prima bomba atomica lanciata da una parte vi sarebbe una risposta “automatica” e più devastante dalla parte avversa. Una cosa è il terrorismo basato sulla minaccia di lanciare l’atomica su Londra, Washington o Mosca, altra cosa è lanciarla veramente. E’ ben vero che il capitalismo imperialista ha bisogno di distruggere, anche un intero paese – come ha fatto con l’Italia, la Germania e il Giappone – per poterlo ricostruire e guadagnarci sia nella distruzione che nella ricostruzione; ben diverso sarebbe l’autodistruzione dell’intero mondo industrializzato negando quindi la possibilità agli ipotetici vincitori della guerra di rimettere in moto la macchina produttiva al fine di aumentare la valorizzazione del capitale che la ripresa economica garantirebbe. Sarebbe come dire: facciamo fuori tutta la forza lavoro salariata, non di un paese, ma del mondo, sostituendola con i robot che possono “lavorare” 24 ore su 24 senza mai fermarsi, senza scioperare e senza organizzarsi contro i padroni. Il tempo di lavoro non pagato agli operai salariati, che costituisce il plusvalore – dunque l’anima del capitale, del suo aumento e della sua valorizzazione – che fine farebbe? Non esisterebbe più, perché il robot non prende salario e, soprattutto, il suo “tempo di lavoro” giornaliero non è divisibile tra tempo di lavoro pagato e non pagato, ma sarebbe interamente “pagato”, alla maniera delle materie prime da trasformare, quindi inefficace dal punto di vista della valorizzazione del capitale. Una cosa è automatizzare una serie di operazioni lavorative, una cosa è escludere completamente lo sfruttamento del lavoro umano che consiste nel non pagare una parte sempre più considerevole della sua giornata di lavoro.

 

LA MAPPA DEL RISIKO !

 

I Volenterosi hanno steso una mappa del mondo con un focus su Europa, Russia, Nord Africa e Medio Oriente. E non mancherà molto che dovranno aprire un focus nuovamente sull’Atlantico – in funzione degli interessi ancora forti nei paesi dell’Africa –, e sull’Oceano Indiano – in funzione degli interessi che viaggiano verso le materie prime essenziali per ogni economia capitalistica avanzata e che comprendono il Canale di Suez, il Mar Rosso, il Golfo Persico e i relativi Stretti su cui – non a caso – si è concentrata l’attenzione degli Stati Uniti a partire dallo Stretto di Hormuz.

L’impressione generale che gli europei esprimono non a parole, ma coi i fatti, è che sono loro a sentirsi circondati, e non da una sola potenza extra-europea come poteva avvenire nei secoli passati, ma da tutte le maggiori potenze imperialistiche oggi esistenti: in primis Stati Uniti, Russia, Cina, con un seguito non indifferente che risponde a paesi come India, Brasile, Turchia ecc. L’Atlantico, invece di continuare ad essere un oceano amico sta diventando un oceano “nemico”, ed è per questa ragione che tra i Volenterosi del 2025 si è mosso un gruppo esclusivamente europeo, nel luglio di quest’anno, volto a sviluppare un programma comune per costruire quello che hanno chiamato lo scudo antimissile. La riunione della Coalizione dei Volenterosi tenuta a Parigi del 13 luglio scorso, a cui ha partecipato anche Zelensky, è stata l’occasione perché su questa iniziativa, promossa dalla Francia, concordassero altri 9 paesi (Germania, Italia, Regno Unito, Spagna, Olanda, Danimarca, Norvegia, Spagna, Svezia e naturalmente Ucraina). Dopo decine di tentativi, soprattutto tra Francia e Germania, di avviare un progetto di “esercito europeo”, ma andati falliti, l’esperienza di guerra fatta in particolare dall’Ucraina nel campo dei droni e la necessità di non dipendere più dallo scudo anti-missilistico americano, ha mosso questi 10 paesi a collaborare per attrezzare il grosso dei paesi europei nella difesa contro i missili balistici, cioè quelli che usa la Russia in Ucraina e che non sono intercettabili, pare, se non dai soli Patriot che l’America non intende fornire all’Ucraina nemmeno nella forma di licenze per la loro costruzione da parte di Kiev. In pratica, gli imperialisti europei stanno muovendosi, utilizzando l’esperienza di guerra, e dei relativi massacri, di una guerra che hanno voluto e sostenuto fin dalle sue primissime mosse e dalla quale intendono ricavare i maggiori vantaggi possibili, se non altro nel campo della tecnologia militare che l’Ucraina ha messo a punto. Non è un caso, infatti, che in quella riunione di Parigi si siano sottoscritti accordi militari di rilievo, ad esempio tra Francia e Ucraina riguardo i missili da crociera SCALP, le bombe guidate AASM e gli intercettori Aster; inoltre la Francia venderà all’Ucraina nei prossimi anni sedici caccia Rafale che potrebbero operare già tra il 2028 e il 2029. Non poteva mancare anche l’interesse del Regno Unito a partecipare ad un organismo militare costruito non su progetti da verificare e testare ma su esperienze dirette fatte sul campo, tanto che Londra ha annunciato la propria partecipazione al prestito della UE da 90 miliardi di euro per l’Ucraina contro la partecipazione delle aziende britanniche allo sviluppo dei nuovi armamenti (9). Infatti si tratterebbe di licenze concesse a Zelensky per produrre addirittura missili da crociera aviolanciabili Storm Shadow, sebbene le industrie britanniche non sono per nulla favorevoli, sia per i costi altissimi per la loro produzione (soldi che Kiev non ha che bisognerebbe ulteriormente prestare), sia per il vasto contrabbando di armi che per teatro ha tutto il mondo e che per base ha proprio l’Ucraina; il Regno Unito punta in realtà ad avere accesso ai dati raccolti sul campo di battaglia ucraino per l’addestramento dell’intelligenza artificiale; questi dati, «raccolti da migliaia di telecamere e sensori lungo il fronte, includono oggetti come carri armati, artiglieria, fanteria, droni d’attacco e droni di ricognizione» (10). Nel frattempo, e non poteva essere diversamente, Zelensky ha battuto cassa per l’ennesima volta: per il prossimo inverno, per continuare a combattere, l’Ucraina ha bisogno di una decina di miliardi subito, e di altri 20 miliardi per pagare stipendi ai militari e i risarcimenti alle famiglie dei caduti. Già, come avevamo scritto nel 1949, «sono i soldi, i capitali, gli impianti produttivi che contano per fare la guerra» …

Ecco dunque che sulla pella dell’intera popolazione ucraina, e in particolare sui suoi proletari, chiamati a sostenere, sia al fronte che nelle retrovie e nelle città, il peso di una guerra che interessa esclusivamente i capitalisti, gli imperialisti di casa nostra, mentre succhiano sangue e profitti dalla guerra, si preparano a succhiare tonnellate di sangue e profitti da una prossima guerra mondiale per la quale fanno di tutto perché scoppi. Il proletariato – salvo alcune alzate di testa negli anni Cinquanta-Ottanta, da Berlino a Praga, da Budapest a Danzica a Torino, passando per le magnifiche ed eroiche lotte dei minatori inglesi e russi, prontamente deviate e represse con il contributo delle forze dell’opportunismo che si è presentato nei diversi periodi come stalinismo, post-stalinismo, maoismo, guerriglierismo o lottarmatismo, senza mai abbandonare il classico socialdemocratismo – è ancora prigioniero di una depressione storica lunghissima nel campo della lotta di classe che è l’unica lotta nella quale i proletari di ogni paese esprimono la loro forza sociale di emancipazione dallo sfruttamento capitalistico e dalle guerre imperialiste. La storia del capitalismo condurrà inevitabilmente ad uno scontro epocale e internazionale tra la classe dei proletari e la classe dei borghesi, ne  siamo certi; maturati i fattori oggettivi della lotta di classe generati dalle stesse contraddizioni della società borghese che non riesce a dominare se non riproducendo contraddizioni ancor più gravi e profonde, l’importante perché le guerre si volgano in rivoluzioni, è indispensabile questa condizione: «che sopravviva in ogni paese il nucleo del movimento rivoluzionario di classe internazionale, sganciato integralmente dalla politica dei governi e dai movimenti degli Stati maggiori militari, che non ponga riserve teoriche e tattiche di nessun genere tra sé e la possibilità di disfattismo e di sabotaggio della classe dominante in guerra, ossia delle sue organizzazioni politiche statali e militari» (11). Noi, partito comunista internazionale, stiamo lavorando perché questo nucleo del movimento rivoluzionario di classe sopravviva!

 


 

 (1) Cfr. Sung Chul Jung, Nuclear aggressors, nuclearizing targets: nuclear weapon development and preventive conflict, in International Relations of the Asia-Pacific, vol. 17, n. 1, 2017, pp. 137-162, DOI:10.1093/irap/lcw006. Anche  Quali paesi detengono più armi nucleari ?, seuronews, 3 luglio 2017. Secondo le stime più recenti (2025) la dotazione di testate nucleari sarebbe la seguente: Stati Uniti 5.5550, Russia 5.459, Cina 600, Francia 290, UK 225, India 180, Pakistan 170, Corea del Nord 50, Israele (non dichiarate) 90.

(2) Cfr. https://www.ilmessaggero.it/mondo/russia_vince_ucraina_tribunale_cosa_cambia-9595811.html - anche: https://it.wikipedia.org/wiki/Stretto_di_ Kerč%27

(3) Cfr. Aggressione all’Europa, testo di A. Bordiga (Alfa) pubblicato nell’allora rivista di partito “Prometeo” n. 13, agosto 1949.

(4) Ibidem. Nel riferimento alla prima e alla seconda guerra mondiale, le date 1917 e 1942 non sono le date di inizio delle guerre europee, ma le date in cui gli Stati Uniti sono intervenuti nelle rispettive guerre.

(5) Cfr. Corea è il mondo, testo pubblicato nell’allora rivista di partito “Prometeo”, seconda serie, n. 1, novembre 1950.

(6) Cfr. Aggressione all’Europa, cit.

(7) Ibidem. Il termine “organazione” è una forma arcaica di organizzazione.

(8) A differenza dei paesi europei, gli Stati Uniti non hanno mai trasferito fondi direttamente al governo ucraino. E’ quanto sostiene “affaritaliani.it”. Sembra che le cifre dichiarate da Washington circa l’aiuto militare all’Ucraina siano sempre state gonfiate; ad esempio, nel febbraio 2025 Washington dichiarava di aver fornito a Kiev, in tre anni di guerra (2022-2025) “un totale di 50,9 miliardi di dollari, suddivisi in 18,3 come aiuti militari e 32,6 in sostegno del bilancio statale erogati come rimborsi attraverso la Banca Mondiale o come garanzie per prestiti”. Inoltre, considerando l’età degli armamenti forniti all’Ucraina, il loro valore, data la loro svalutazione totale e i tassi di guasto che li rendono inutilizzabili, risulterebbe inferiore del 60% se non di più. https://www.affaritaliani.it/economia/guerra-ucraina-aiuti-usa-soldi-militari-958600.html

(9) Cfr. https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2026/07/13/cremlino-i-volenterosi-sono-istigatori-della-guerra_b1dc532d-1203-471e-b699-66414436d946.html; anche https://www.linkiesta.it/2026/07/coalizione-volenterosi-parigi-macron-ucraina-scudo-antimissile/

(10) Cfr. https://www.analisidifesa.it/2026/08/i-volenterosi-puntano-sullescalation-con-mosca-per-scongiurare-le-trattative/

(11) Cfr. Aggressione all’Europa, cit.

 

2 settembre 2026

 

 

Partito Comunista Internazionale

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