Sul filo del tempo
Dialogato con
stalin
( «Il programma
comunista», N° 1,2,3 e 4, 1952 )
Sommario :
·
Domani e ieri
·
Merce e socialismo
·
L’economia russa
·
Anarchia e dispotismo
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Stato e ritirata
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Chiari e scuri
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Società e patria
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Legge e teoria
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Natura e storia
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Marx e le leggi
·
Socialismo e comunismo
·
Prodotti e scambi
·
Profitto e plusvalore
· Engels e Marx
· Tasso e massa
· Ottocento e novecento
·
Concorrenza e monopolio
·
Mercati e imperi
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Parallelo o meridiano
·
Classi e Stati
·
Guerra o pace
·
Jus primae noctis
Giornata prima
Scrivendo dopo ben due
anni un articolo di cinquanta pagine (era del 1950 quello famoso sulla
linguistica di cui avemmo ad occuparci solo di straforo ma che di essere filato
meritava; e quod differtur...) Stalin risponde sui punti
posti in due anni, non solo nel Filo del tempo, ma anche in riunioni di
lavoro sulla teoria e sul programma marxista svolte dal nostro movimento e rese
pubbliche, in breve o in esteso.
Non intendiamo con questo
dire che Stalin (o la sua complessa segreteria le cui reti allacciano lo
sferoide) abbia preso visione di tutto quel materiale, e siasi rivolto a noi. Non
si tratta, se marxisti davvero siamo, di credere che le grandi discussioni
storiche abbiano bisogno, per la guida del mondo, di protagonisti personificati
che si annunzino all’umanità attonita, come quando l’angelo suona dall’alto
della nuvola la aurea tromba, e Barbariccia, dantesco demone, risponde (de
profundis in senso proprio), col suono che sapete. O come il Paladino
cristiano ed il sultano saraceno che, prima di estrarre le luccicanti
durlindane, si presentano a gran voce, sfidandosi con l’elenco degli antenati e
quello dei guadagnati torneamenti, ed annunziandosi la reciproca uccisione.
Ci mancherebbe altro! Da
una parte il Capo massimo del più grande Stato della terra e del proletariato
«comunista» mondiale, dall’altra chi mai - poffàre? - ‘O zì nisciuno!
Egli è che i fatti e le
forze fisiche, dal sottofondo delle situazioni, prendono deterministicamente a discutere
tra di loro; e quelli che dettano o battono sui tasti l’articolo, o
pronunziano l’esposto, sono semplici meccanismi, sono altoparlanti che
trasformano passivi l’onda in voce, e non è detto che la fesseria non sgorghi
da quello da duemila kilowatt.
Gli stessi quesiti
sorgono, quindi, circa il senso dei rapporti sociali russi di oggi e dei
rapporti internazionali economici, politici e militari, si impongono lassù e
quaggiù, si possono illuminare solo mediante il confronto colla teoria di
quanto è già accaduto e noto; e colla storia della teoria, un tempo
lontanissimo - visto che il dato è incancellabile - comune.
Sappiamo quindi assai bene
che dall’alto del Kremlino la risposta di Stalin non viene alla nostra voce, e
non reca il nostro indirizzo; né per la limpida continuità del dibattito
occorre che a lui consti come ieri il foglio ospitante era detto Battaglia
Comunista, oggi Programma Comunista, e per eventi improducenti
svoltisi, questi, alla quota dello strato dei sottofessi. Le cose e le forze,
immense o minime, passate, presenti o future, restano le stesse a dispetto dei
capricci della simbolica. Se l’antichissima filosofia scrisse sunt nomina
rerum (letteralmente: i nomi appartengono alle cose) intese dire che
le cose non appartengono ai nomi. Ossia, nel nostro linguaggio, la cosa determina
il nome, non il nome
Le cose che stanno
sotto l’articolo attuale di Stalin sono però troppo grandi, perché noi gli
rifiutiamo il dialogato. Per questo, e non perché à tout seigneur
tout honneur, noi rispondiamo, e attendiamo, anche due anni,
Domani e ieri
I temi trattati sono
tutti nodi cruciali del marxismo, e sono quasi tutti i vecchi chiodi, su
cui abbiamo insistito che si doveva profondamente ribattere, prima di
pretendersi a forgiatori del domani.
Naturalmente il grosso degli
«spettatori» politici distribuiti nei vari campi non è stato colpito da ciò su
cui Stalin suggestivamente ritorna - deve ritornare - ma da ciò che
anticipa sull’incerto domani. Gettatisi su questo, perché questo é che fa pubblico,
gli spettatori amici e nemici non hanno capito un accidente ed hanno dato
versioni cervellotiche e trasmodanti. La prospettiva, ecco quello che
ossessiona, e mentre gli osservatori sono una manica di asini, l’operatore,
che gira la manovella da quelle altissime prigioni che sono gli uffici supremi
del potere di governo, è proprio nella posizione che meno lascia vedere
intorno, e antivedere. Mentre noi raccogliamo quanto gli ha dettato il volgersi
indietro, ove nessuno gli chiude tra inchini e suffumigi la visuale, tutti si commuovono
alle suggestive previsioni. Esistenzialisticamente tutti obbediscono
all’imperativo imbecille: ci dobbiamo divertire; e la stampa politica
diverte quando, come suggestivamente oggi, apre uno squarcio sul futuro, e vede
un Supernome degnarsi di profetare. E l’inatteso vaticinio è questo: la
rivoluzione mondiale non più, la pace non più, ma non la guerra «santa» tra la
Russia ed il resto del mondo, bensì la inevitabile guerra tra Stati
capitalistici, in cui, per il primo momento, non si comprende
Tutti quindi si sono
gettati sul punto di arrivo, anziché sul punto di partenza. è questo invece il
fondamentale: vi è tutta una schiera di semisciocchi che vuol precipitarsi a ponzare
il poi, e che bisogna poderosamente arginare e ributtare indietro a capire
il prima, compito certo più agevole, e cui tuttavia non ce la fanno manco
pe sogno. Ognuno che non ha capito la pagina che ha davanti non resiste
alla tentazione di voltarla per trovare lumi nella seguente, ed è così che la
bestia diventa più bestia di prima.
In Russia, checché ne sia
di polizie silenziatrici che scandalizzano l’Occidente (in cui le risorse
imbecilizzanti e standardizzanti di cranii sono dieci volte maggiori, e più
schifose) il problema di definire lo stadio sociale che si attraversa, e
l’ingranaggio economico che è in moto, si impone da sé, e perviene al
dilemma: dobbiamo seguitare a dire che la nostra è un’economia socialista,
comunista dello stadio inferiore, ovvero dobbiamo riconoscere che è un’economia
retta dalla legge del valore propria del capitalismo, malgrado l’industrialismo
di stato? Stalin sembra fronteggiare tale riconoscimento, e frenare
i troppo spinti economisti e capi d’azienda che vanno nel secondo avviso; in
realtà prepara la non lontana (e utile anche in senso rivoluzionario) confessione.
L’imbecillità organizzata del mondo libero legge che ha annunziato il
passaggio allo stadio pieno, superiore del comunismo!
Per mettere a fuoco una
tale questione Stalin abborda il metodo classico. Sarebbe facile giocare la
carta di abbandonare ogni obbligo con la tradizione di scuola, con Marx e con
Lenin teorici, ma in questa fase del gioco il banco stesso potrebbe saltare. Ed allora invece
ricominciamo ab ovo. Bene, è quel che vogliamo, noi che non abbiamo
puntate da far fruttare alla roulette della storia, e imparammo al primo
balbettio che la nostra era la causa proletaria, e nulla aveva da perdere.
Occorre dunque alla data 1952
«un testo di studio dell’economia politica marxista» e non solo per la gioventù
sovietica ma per i compagni degli altri paesi. Impuberi ed immemori, attenti,
dunque!
Inserire in tale libro
capitoli su Lenin e su Stalin come creatori dell’economia politica socialista,
a dichiarazione di Stalin stesso, non comporterebbe nulla di nuovo.
Assai bene, se ciò vuol dire che è notissimo che essi non l’hanno inventata ma
imparata, e il primo l’ha sempre rivendicata.
Come qui entriamo nel
campo di rigorosa terminologia e formulario «di scuola», va premesso che siamo
in presenza di un riassunto che gli stessi giornali stalinisti traggono da
un’agenzia non russa di stampa, e converrà appena possibile compulsare il testo
completo.
Merce e socialismo
Il richiamo dei primi
elementi della dottrina economica sono per discutere del «sistema di produzione
di merci in regime socialista». Abbiamo in vari testi (che beninteso a loro
volta si guardavano bene dal dire alcunché di nuovo) sostenuto che ogni sistema
di produzione di merci è sistema non socialista, e andremo a ribadirlo: ma
Stalin (Stalin, Stalin; noi ci occupiamo di un articolo che potrebbe anche
essere dovuto ad una commissione che - «tra cent’anni» - surroghi uno Stalin defunto
o inabilitato: comunque il simbolismo colle sue notazioni, nei limiti
convenzionali di una pratica di comodo, serve anche a noi) potrebbe avere
scritto: sistema di produzione di merci dopo la conquista proletaria del
potere, ed allora non saremmo alla bestemmia ancora.
Evidentemente alcuni
«compagni» in Russia hanno enunciato - riferendosi ad Engels - che il
conservare, dopo la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, il sistema di
produzione di merci, ossia il carattere di merci ai prodotti, significa avere
conservato il sistema economico capitalistico. In linea teorica non c’è Stalin
che possa provare che abbiano torto. Quando e se dicono che, potendo abolire la
produzione a tipo mercantile, si è trascurato o scordato di farlo, allora
possono sbagliare.
Ma Stalin vuole provare
che in un «paese socialista» - termine di dubbia scuola - può esistere la
produzione di merci, e se ne rifà alle definizioni di Marx e alla loro limpida sintesi
- forse non assolutamente impeccabile - in un opuscoletto di propaganda di
Vladimiro.
Su tale tema, ossia sul
tipo mercantile di produzione, sul suo sorgere e il suo dominare, e sul suo
carattere strettamente capitalistico e caratterizzante modernamente il
capitalismo, ci siamo fermati il 1° settembre
Merce, come ricorda
Lenin, è un oggetto che ha due caratteri: essere utile ai bisogni dell’uomo -
potersi scambiare con altro oggetto. Ma le righe che precedono il passo, citato
tanto dall’alto, sono semplicemente queste: «Nella società capitalistica domina
la produzione delle merci; e perciò l’analisi fatta da Marx comincia con
la analisi della merce».
E dunque la merce ha
quelle due prerogative, e merce diventa solo quando la seconda si giustappone
alla prima. Questa, il valore d’uso, è del tutto comprensibile anche ad
un piatto materialista come noi, anche ad un bimbo, è organolettica;
lecchiamo lo zucchero la prima volta, e stenderemo la mano per
Come i fantasmi dei
cavalieri medievali si vendicano della rivoluzione di Cromwell infestando i
castelli inglesi, borghesemente ceduti ai landlords, così dunque il
folletto-feticcio della merce corre irrefrenabile per le sale del Kremlino e
ghigna dai diffusori dei milioni di parole del XIX Congresso.
Volendo stabilire che non
è assoluta la identificazione tra mercantilismo e capitalismo, Stalin impiega
una volta ancora il metodo nostro. Risale nei secoli, e con Marx ricorda che
«sotto certi regimi (schiavista, feudale, ecc.) la produzione di merci è
esistita senza aver portato al capitalismo». Questo infatti è detto nella
potente scorsa storica di Marx in quel passo, ma a ben altro fine e con ben
altro sviluppo. L’economista borghese proclama che per collegare la produzione
al consumo non potrà mai esistere altro meccanismo che quello mercantilistico,
in quanto sa molto bene che fin che quel meccanismo è in piedi il capitale
resta signore del mondo. Marx ribatte: andremo adesso a vedere quale è la
tendenza storica del domani; per ora vi costringo a constatare i dati del
passato: non sempre il mercantilismo ha provveduto a portare il
risultato del lavoro fino a chi aveva bisogno di consumarlo; e cita le economie
primitive di raccolte dei cibi per immediato consumo, i tipi antichi di
famiglia e di clan, le isole chiuse del sistema feudale a consumo diretto
interno senza che i prodotti dovessero assumere la forma di merci. Con lo
svolgersi e il complicarsi della tecnica e del bisogno si aprono settori cui
provvede il baratto prima e poi il commercio vero e proprio, ma (per la stessa
via che ci è servita a proposito della proprietà privata) resta provato che il
sistema mercantile non è «naturale», ossia come il borghese pretende permanente
ed eterno. Ora questo tardivo apparire del mercantilismo (o sistema di
produzione delle merci come Stalin dice) questo suo coesistere a margini di
altri sistemi, serve appunto a mostrare come, divenuto sistema universale
appena dilaga il sistema capitalistico di produzione, dovrà insieme ad esso
morire.
Lungo sarebbe riportare
come tante volte facemmo i passi di Marx contro Proudhon, Lassalle, Rodbertus e
cento altri, che si riducono all’accusa di voler conciliare il mercantilismo
con l’emancipazione socialista del proletariato.
Difficile appare
accordare con tutto questo, che Lenin chiama la pietra angolare del marxismo,
la tesi attuale così riferita: «non c’è alcuna ragione perché, nel corso di un
determinato periodo, la produzione di merci non possa servire anche ad una
società socialista» ovvero: «la produzione di merci riveste un carattere
capitalistico solo quando i mezzi di produzione sono nelle mani di interessi
privati, e l’operaio, che non ne dispone, è costretto a vendere la sua forza di
lavoro». L’ipotesi è evidentemente assurda poiché nell’analisi marxista ogni
volta che una massa di merci appare egli è perché i proletari privi di ogni
riserva hanno dovuto vendere la forza di lavoro, e quando in passato vi
furono quei (limitati) settori di produzione di merci, fu in quanto la forza di
lavoro non era venduta «spontaneamente» come oggi, ma estorta colle armi a
schiavi prigionieri o a servi legati da rapporti di dipendenze personali.
Dobbiamo ancora una volta
ristampare le prime due righe del Capitale? «La ricchezza delle società
nelle quali domina il modo capitalista di produzione si manifesta come
un’immensa raccolta di merci».
L’economia russa
Il testo che ci occupa,
dopo avere con maggiore o minore abilità ostentato di voler risalire alle fonti
dottrinarie, si porta sul terreno della presente economia russa, per far tacere
quelli che avrebbero affermato che il sistema di produzione delle merci deve
portare inevitabilmente alla restaurazione del capitalismo, o noi che più
chiaramente diciamo: il sistema della produzione per merci sopravvive in quanto
siamo in pieno capitalismo.
Sull’economia russa vi
sono nel notevole testo le seguenti ammissioni. Se le grandi fabbriche
industriali sono statizzate, non sono tuttavia espropriate le piccole e medie
industrie, anzi il farlo «sarebbe stato un delitto». L’orientamento sarebbe di
svilupparle in cooperative di produzione.
Vi sono due settori della
produzione di merci: da una parte la produzione di Stato che è nazionale. Nelle
imprese statali sono di proprietà nazionale i mezzi di produzione e la produzione
stessa, ossia i prodotti. Semplice: in Italia verbigrazia sono dello Stato i
tabacchifici, e così le sigarette, che esso smercia. Ma basta questo a dare il
diritto di dire che siamo in fase di «liquidazione del salariato» e che
l’operaio «non è costretto a vendere la sua forza di lavoro»? No, di sicuro.
Passiamo all’altro
settore, quello agricolo: nei colcos, dice lo scritto sebbene la terra e le
macchine siano proprietà dello Stato, il prodotto
Tralasciamo ora
l’argomentare sulla molto lontana possibilità di superare una tale situazione.
Resta stabilito che non si tratta qui di dire, come Lenin nel 1922: abbiamo il potere
politico nelle mani e sosteniamo la situazione militare, ma nell’economia
dobbiamo ripiegare sulla forma mercantile, pienamente capitalistica. Il
corollario di una tale constatazione era: lasciamo per ora di costruire
economia socialista, ci torneremo dopo la rivoluzione europea. Altri ed opposti
sono i corollari di oggi.
Non si tratta nemmeno di
cercare di stabilire la tesi: nel trapasso dal capitalismo al socialismo,
tuttavia, per un certo tempo, una certa sezione della produzione avviene in,
forma di merci.
Qui si dice: tutto è
merce; e non vi è altro quadro economico che lo scambio mercantile, e per
stretta conseguenza anche la compera della forza lavoro salariata nelle stesse
grandissime aziende di Stato. Ed infatti: i generi di sussistenza dove li trova
l’operaio di fabbrica? Li vende il colcos per un tramite di mercanti privati, o
magari li vende allo Stato da cui compra attrezzi, concimi ed altro, e
l’operaio va a prendere i generi, pagandoli in moneta, nei magazzini di Stato.
Può lo Stato distribuire ai suoi operai direttamente prodotti di cui è
proprietario? No certamente, dato che il lavoratore (russo soprattutto) non
consuma trattori, automobili, locomotive, e tanto meno... cannoni e
mitragliatrici. Gli stessi oggetti di vestiario ed arredamento sono evidente
campo di produzione di quelle intatte medie e piccole private aziende.
Lo Stato non può dunque
dare altro che il salario in denaro ai suoi dipendenti, che con tale denaro
acquistano quello che vogliono (formula borghese, che vuol dire quel poco che
possono). Che il padrone erogatore di salario sia lo Stato che «idealmente» o
«legalmente» rappresenta gli operai stessi, nulla significa fino a quando un
tale Stato non ha nemmeno potuto incominciare a distribuire alcunché
fuori del mercantile meccanismo, alcunché di statisticamente apprezzabile.
Anarchia e dispotismo
Stalin ha voluto
ricordare alcuni traguardi marxisti da noi tante volte rispolverati:
diminuire la distanza e la antitesi tra città e campagne, superare la divisione
sociale del lavoro, ridurre drasticamente (a cinque-sei ore, in via immediata)
la giornata di lavoro, solo mezzo per eliminare la partizione tra opera manuale
e intellettuale, ed estirpare le vestigia della ideologia borghese.
Nella riunione a Roma il
7 luglio 1952 il nostro movimento si fermò sul tema del capitolo di Marx:
«divisione del lavoro nella società e nella manifattura», e per manifattura
il lettore espresse azienda. Fu dimostrato che per uscire dal
capitalismo occorre, col sistema di produzione mercantile, distruggere anche la
divisione sociale del lavoro - e Stalin la ricorda - e quella aziendale o
tecnica altresì, su cui verte l’abbrutimento dell’operaio e il dispotismo di
fabbrica. Questi i due perni del sistema borghese: anarchia sociale e
dispotismo aziendale. Vediamo ancora in Stalin un conato di lotta contro la
prima; sul secondo egli tace.
Nulla nella Russia di
oggi muove nella direzione di queste conquiste, sia di quelle rievocate oggi,
sia di quelle lasciate nell’ombra.
Se una barriera,
insormontabile oggi e domani, rotta solo al fine di fare l’uno contro l’altro
il reciproco mercantile affare, si pone tra la fabbrica di Stato e il
colcos, che cosa avvicinerà città e campagna, che cosa diminuirà la divisione
sociale tra operaio e contadino, che cosa potrà liberare il primo dalla
necessità di vendere troppe ore per poco denaro e poco cibo, e gli consentirà
quindi di contendere alla tradizione capitalistica il monopolio della scienza e
della cultura?
Non solo non siamo nella
fase del primo socialismo, ma nemmeno in un completo capitalismo di Stato,
ossia in un’economia in cui, pure tutti i prodotti essendo merci e circolando
contro denaro, ogni prodotto sia a disposizione dello Stato, al punto che dal
centro questo possa fissare tutti i rapporti di equivalenza ivi compreso quello
della forza di lavoro. Anche un simile Stato non è economicamente e
politicamente controllabile e conquistabile dalla classe operaia, e funziona al
servizio del Capitale reso anonimo e sotterraneo. Comunque da questo sistema è
lontana la Russia, e vi abbiamo solo un Industrialismo di Stato. Tale
sistema, sorto dopo la rivoluzione antifeudale, è valido a sviluppare e
diffondere industria e capitalismo con ritmo ardente, con investimenti di Stato
in opere pubbliche anche colossali, e ad accelerare una trasformazione in senso
borghese dell’economia e del diritto agrario. Nulla hanno le aziende agrarie
«collettive» di statale, e nulla di socialista, è ben chiaro; siamo al livello
delle cooperative che sorsero nella valle padana al tempo dei Baldini e dei
Prampolini, che gestivano la produzione agraria fittando se non comprando
fondi, ed anche fondi demaniali come quelli golenali ed altri, che risalgono ai
vecchi ducati. Quello che nel Kremlino non può a Stalin arrivare è che nei
colcos si ruba indubbiamente cento volte di più che in quelle scialbe ma oneste
cooperative.
Dunque lo Stato
industriale, che deve patteggiare per comprare in campagna viveri sul terreno
del «libero mercato», mantiene la remunerazione della forza e del tempo di
lavoro allo stesso livello dell’industria capitalistica privata. Si può anzi
dire che come evoluzione economica è, ad esempio, più vicina l’America che la
Russia all’integrale capitalismo di Stato, dato che forse l’operaio russo per
tre quinti del suo lavoro riceve alla fine del giro prodotti agrari, e invece
quello americano per tre quinti prodotti industriali, e anche quelli alimentari
li ha in gran parte (poveraccio) industrialmente scatolizzati.
Stato e ritirata
E a questo punto viene
un’altra grande questione: il rapporto agricoltura-industria ci lascia in
Russia pienamente a quota borghese, per notevole che sia la incessante avanzata
della seconda, e su tal rapporto Stalin ammette di non aver nemmeno in
prospettiva innovazioni che si avvicinino non diciamo al socialismo, ma ad un
maggiore statalismo.
Anche questa ritirata è
coperta con abilità da uno schermo dottrinale. Cosa possiamo fare?
Espropriare brutalmente i colcos? Occorre a ciò la forza dello Stato; ma qui
Stalin fa ricomparire la futura abolizione dello Stato che altra
Evidentemente non regge
la tesi che lo Stato degli operai disarmi quando ancora tutto il settore della
campagna è organizzato in forma privata e mercantile, poiché se per un momento
passasse la tesi prima discussa: in tempo socialista può sussistere la
produzione per merci, essa sarebbe tuttavia inseparabile dall’altra: fino a che
il mercantilismo non sarà eliminato in tutto il campo, non si potrà parlare di
soppressione dello Stato.
Ed allora non resta che
concludere che la soluzione del fondamentale rapporto città-campagna, se
drammaticamente evolve dalle millenarie caratteristiche asiatiche e feudali, è
presentata nettamente come la presenta il capitalismo e nei termini classici in
cui l’hanno sempre posta i paesi borghesi: vedere di far bene nello scambio
tra i prodotti dell’industria e quelli della terra. «Questo sistema richiederà
dunque un aumento notevole della produzione industriale». Siamo proprio lì.
Addirittura, con lo Stato immaginato per un momento assente, una soluzione
«liberale».
Dicevamo che, dopo quella
del rapporto agricoltura-industria, risolto in termini di piena confessione di
impotenza ad altro che ad industrializzare e crescere la produzione (a danno
dunque degli operai), vi è altra grande questione: rapporto tra Stato ed
azienda, e rapporto tra aziende.
La questione è sorta
davanti a Stalin nella forma di validità in Russia, anche per l’economia della
grande industria statale, della legge del valore propria della
produzione capitalista. Si tratta della legge secondo cui lo scambio di merci
avviene sempre tra equivalenti: falsa facciata di «libertà, uguaglianza, e Bentham»,
che Marx abbattè, mostrando che il capitalismo non produce per il prodotto ma
per il profitto. Tra le mandibole di questa morsa, tra la necessità e il
dominio delle leggi economiche, il Manifesto di Stalin si muove in modo tale,
che conferma la nostra tesi: nella sua forma più possente, il Capitale
assoggetta a sé lo Stato, quando questo appare padrone giuridico titolare di
tutte le Imprese.
Nella seconda giornata, o
Shaharazad, vi racconteremo di questo, e nella terza dei mercati internazionali
e della Guerra.
Giornata seconda
Tema principale della
prima giornata di discussione dei temi su cui Stalin ha dato risposta alle
nostre trattazioni e chiarificazioni marxiste, per la precisa definizione della
attuale economia in Russia, fu il contestare che possa esservi compatibilità
tra produzione di merci ed economia socialista. Per noi ogni
sistema di produzione di merci nel mondo moderno, nel mondo del lavoro associato,
ossia del raggruppamento dei lavoratori in aziende di produzione, definisce economia
capitalista.
Nel seguito verremo sulla
questione degli stadi dell’economia o meglio dell’organizzazione socialista, e sulla
distinzione tra forma inferiore e superiore del comunismo. Premettiamo ora che
al centro della nostra dottrina (per venir sul terreno storico, uscendo dalle
definizioni di sistemi «immobili» e quindi astratti) sta la dichiarazione che
il passaggio da economia capitalista a socialismo non avviene in un colpo solo,
ma in un lungo processo. Va quindi ammesso che possa esservi coesistenza di settori
ad economia privata con settori ad economia collettiva, di campi
capitalistici (e precapitalistici) con campi socialistici, e per assai lungo
periodo. E fin d’ora precisiamo: ogni campo o settore in cui circolano merci,
che riceve o vende merci (e tra queste la forza umana di lavoro) è ad economia
capitalista.
Ora Stalin dichiara nel
suo testo (noto oggi in esteso ed in originale) che il settore agrario russo è
mercantile - e conferma che è ad economia privata anche come possesso di dati
mezzi di produzione - e tenta di sostenere che il settore industriale (grande
industria) non produce merci se non quando fabbrica beni di consumo e non
«strumentali «; tuttavia vuole affermare che non solo il settore grande
industria, ma il complesso dell’economia russa, può definirsi socialistico,
sebbene sopravviva largamente la produzione mercantile.
Abbiamo ampiamente
risposto su tutto ciò ricordando il nostro copioso materiale di ricerca sui
testi di base del marxismo e sui dati della storia economica generale, e di
questo ultimo secolo, ed oggi dobbiamo passare alla questione delle «leggi
economiche» e della «legge del valore».
Chiari e scuri
Ma prima occorre rilevare
dal testo in esame il fatto che, davanti ad obiezioni che ricorrevano ad Engels
per stabilire che allora si esce dal capitalismo quando si esce dal
mercantilismo, ivi si supera il primo ove si supera il secondo, Stalin
si limita a cercare di leggere diversamente un solo passo, laddove la tesi è da
Engels sviluppata (servendosi magnificamente, magistralmente, allo scopo
dello... stalinista Dühring) in tutta la parte «Socialismo», e nei capitoli,
dove abbiamo tante volte attinto citazioni: Teoria, Produzione,
Distribuzione.
Il passo di Engels dice:
«Con la presa di possesso da parte della società dei mezzi di produzione è
eliminata la produzione di merci e con ciò il dominio del prodotto sui
produttori».
Il distinguo forse
(forse) può passare per abile, ma dottrinalmente, è sbagliato. Engels, osserva
Stalin, non dice se si tratta del possesso di tutti i mezzi di
produzione o, di una parte. Ora solo la presa di possesso sociale di tutti
i mezzi di produzione (industria grande e piccola, agricoltura) permette di
abbandonare il sistema di produzione di merci. Caramba!
Abbiamo con Lenin (e
Stalin) sudato, intorno al 1919, settemila camicie a far entrare nella dura
testa di socialdemocratici e libertari che i mezzi di produzione non si
potevano conquistare in un giorno per colpo di bacchetta magica, e che proprio
per questo, e solo per questo, ci voleva Suo Terrore la Dittatura; ora
stamperemmo manuali di Economia Politica per ammettere l’enormità che tutti i
prodotti perderanno il carattere di merci in un colpo solo, nel giorno in cui
un funzionario salito al Kremlino sottoporrà alla firma dello Stalin di quel
tempo lontano il decreto che espropria l’ultima gallina dell’ultimo componente
dell’ultimo colcos.
In un altro luogo
Engels parla del possesso di tutti i mezzi di produzione, e quindi ci
sentiamo narrare che la sopraddetta formula di Engels «non si può considerare
del tutto chiara e precisa».
Per le corna del profeta
Abramo, questa è forte! Proprio Federico Engels, il riflessivo, il sereno, il
definitivo, il cristallino Federico, il primatista mondiale di paziente
raddrizzamento di gambe ai cani e di storture dottrinarie, l’inarrivabile, per
modestia e per valore, secondo del burrascoso Marx, che talvolta per il
corruscar dello sguardo e del linguaggio viene trovato tenebroso, e nella
stessa strapotenza è forse - forse - più falsificabile; il Federico, la cui
prosa scorre limpida senza urti come l’acqua della fonte, e che per naturale
dono, oltre che per esercitato rigore di scienza, non omette nessuna parola
necessaria, né alcuna ne aggiunge superflua, vien tacciato di difetto di
precisione e di chiarezza!
Carte in regola: qui non
siamo nell’orgbureau e nel comitato di agitazione, ove forse, o ex
compagno Giuseppe, avreste potuto guardare Federico da pari a pari. Qui siamo a
scuola di principii. Dov’è che si dice della presa di possesso di tutti
i mezzi? Dove si parla di merci, forse? Mai più. Questa, Engels ricorda, questa
presa di possesso di tutti i mezzi di produzione, fin «dalla comparsa storica
del modo di produzione capitalistico si è più o meno, oscuramente presentata
come ideale futuro dinanzi agli occhi di individui o di sette». Non
giochiamo tra chiarezza e oscurità. Appunto per noi non è più questione di ideale
ma di scienza.
E se più oltre Engels
riparla della società padrona di tutti i mezzi di produzione, è proprio nel
passo che tratteggia l’insieme di rivendicazioni, che a fondo trattammo nella
ricordata riunione a Roma, in quanto solo con tale risultato si arriverà alla emancipazione
di tutti gli individui. Engels qui mostra come le richieste: annullamento
della divisione tra città e campagna, tra lavoro intellettuale e manuale, della
divisione sociale e professionale del lavoro (Stalin ammette le prime due ma
pretende con altro grave sbaglio in dottrina che questo problema non sia
stato posto dai classici del marxismo!!) siano già proposte dagli utopisti
e vigorosamente da Fourier e da Owen, con limitazione a tremila anime dei
centri abitati, con assoluta alternanza di occupazioni manuali e intellettuali
per lo stesso individuo. Engels dimostra come tali giuste e generose richieste
mancassero della dimostrazione che apporta il marxismo: ossia della loro
possibilità sulla base del grado di sviluppo delle forze produttive oggi
raggiunto (e ormai superato) dal capitalismo. Si tratta qui di anticipare la
suprema vittoria della rivoluzione, si descrive quella «organizzazione in cui
il lavoro non sarà più un peso ma un piacere», e si ricorda l’esauriente
dimostrazione già da noi illustrata - e classica, perdio! - nel XII Capitolo
del Capitale sulla distruzione della divisione del lavoro nella società
e del dispotismo nell’azienda, abbruttitore dell’uomo; riguardi nei quali Stalin
o Malenkov non possono narrare di aver fatto alcun passo, poiché invece, come Stakhanovismo
e Sturmovscina (dialettica reazione al primo di poveri bruti schiacciati
nell’azienda divinizzata) stanno a provare, la marcia è nella
direzione del più pesante capitalismo.
Stalin in effetti
minimizza quei postulati riducendoli alla «eliminazione dei contrasti di
interessi» tra industria e agricoltura, tra operaio manuale e dirigente
tecnico. Si tratta di ben altro! Di abolire nella organizzazione sociale
la ripartizione fissa degli uomini tra quelle sfere e quelle funzioni.
Dove mai quei passi di
Engels autorizzano a dire che, per costruire questo edificio immenso della
società futura, ogni colpo di piccone non debba distruggere una posizione del mercantilismo,
travolgendone una dopo l’altra le ammorbanti trincee?
Non possiamo di certo
ripetere qui a Stalin quegli interi capitoli, e al solito citeremo i passi
centrali, perché chiarissimi e indiscutibili, e non per accettarli cum grano
salis. Sappiamo come quei granellini sono diventati montagne, per antica
esperienza.
Engels: «Lo scambio di
prodotti di uguale valore, espresso da lavoro sociale, l’uno con l’altro -
quindi la legge del valore - è appunto la legge fondamentale della produzione
delle merci, quindi anche della forma più elevata di essa, della produzione
capitalistica». Segue il notissimo richiamo che Dühring, con Proudhon,
concepisce la società futura come mercantile, e non si avvede che con questo
descrive una società capitalistica. Immaginaria, dice Engels. Stalin ne
descrive, in testo non disprezzabile, una reale, modestamente diciamo noi.
Marx: «Immaginiamoci
un’associazione di uomini liberi che lavorino con mezzi di produzione comuni e
usino secondo un piano prestabilito le loro numerose forze individuali come una
sola e identica forza di lavoro sociale». A Napoli commentammo parola a parola,
mostrando che questo iniziale paragrafo è tutto un programma rivoluzionario.
Si ritorna, con l’arrivo futuro a questa forma di sociale organizzazione,
lapidariamente definita - il comunismo! - a Robinson, da cui si è
partiti. Che vuol dire? Il prodotto di Robinson non era merce ma solo
oggetto di uso, non essendo nato - of course - lo scambio.
Travalicata con volo d’aquila tutta la storia umana: «Tutto ciò si riproduce
qui socialmente ma non individualmente». Qui; nella detta associazione
comunista. Il solo manuale che ci occorre è il manuale per imparare a leggere!
E si legge: di nuovo il prodotto del lavoro cessa di essere merce quando
la società è socialista. E Marx passa a paragonare questo stato di cose
(il socialismo) colla produzione mercantile, mostrando che questa è il
suo dialettico, perfetto, feroce e inconciliabile contrario.
Società e patria
Eppure prima di abbordare
il punto delle leggi dell’economia, occorre ancora dire qualcosa sulla
staliniana versione della presentazione del programma socialista scolpita da Engels
in quei capitoli. Ne è tanto più il caso in quanto Stalin, nel confutare
opinioni di diversi economisti russi, lungi dal tentare oltre intacchi e
revisioni del classico testo, ne riporta interi brani, esprimendo aspra
condanna di partito per ogni violazione della completa ortodossia in tale
materia.
In tutti gli sviluppi
della fondamentale sua esposizione Engels parla di appropriazione dei mezzi di
produzione (e, notiamolo mille volte, in rapporto a ricerche che in materia
abbiamo dedicato in questo foglio e in Prometeo, soprattutto dei prodotti,
che oggi dominano il produttore e perfino il compratore: talché noi
definiamo il capitalismo, meglio che come sistema della negata disposizione dei
mezzi produttivi al produttore, come sistema della negata disposizione dei
prodotti) di appropriazione, dunque, sempre da parte della Società.
Nella parafrasi moscovita
la «società» scompare, e al suo posto si parla e riparla del passaggio degli
strumenti produttivi allo Stato, alla Nazione, e quando si vuole
proprio commuovere al Popolo - nei discorsi poi di chiusura, suscitanti
le ovazioni di rito, alla Patria socialista!
Fatto il bilancio della
descrizione staliniana, non senza riconoscerle il pregio di essere brutalmente
aperta (si perde il pelo... con quel che segue), la presa di possesso degli
strumenti produttivi appare puramente giuridica, in quanto, ogni suo effetto si
limita alle pagine dello Statuto dello artel agricolo statale o
dell’ultima (in revisione) Carta costituzionale dell’Unione, per ciò che riflette
la terra, e il grande macchinario e attrezzaggio dell’agricoltura, atteso che
alla declaratoria sulla proprietà legale non segue la disposizione economica dei
prodotti agrari, divisi tra colcos collettivi e singoli colcosiani. E’,
tale presa di possesso, effettiva solo per la grande industria, perché solo dei
prodotti di questa lo Stato dispone, ed anzi rivende quelli che sono prodotti
di consumo. Non esiste, la presa di possesso pubblica, non solo per i prodotti
ma nemmeno per i mezzi di produzione, rispetto alla media e piccola industria,
rispetto alle aziende commerciali, rispetto al minore attrezzaggio della
incoraggiata coltura agraria familiare e parcellare. Poco dunque, malgrado le
immense officine e le gigantesche opere di pubbliche costruzioni, sta veramente
nelle mani e sotto il controllo della Repubblica, che si dice socialista e
sovietica, poco è stato veramente statizzato, nazionalizzato in pieno. La
dimensione relativa del demanio, rispetto a tutta l’economia, forse in
alcuni Stati borghesi è maggiore.
Ma chi, ma quale
ente e quale forza ha nelle mani ciò che alle mani private dopo la rivoluzione
venne strappato? Il popolo, la nazione, la patria!
Quando sarà la società
ad avocare a sé la disposizione dei prodotti, sarà chiaro che questa sarà
la società senza classi, che ha superato le classi; e fin che le classi
esistono sarà la società organizzata «di una sola classe» in vista
dell’abolizione delle classi tutte, e poi anche di quella sola per dialettica
conseguenza. Qui si innestò la magistrale chiarificazione della dottrina
marxista dello Stato, cristallizzata fino dal 1847. «Il proletariato si
impadronisce del potere dello Stato e trasforma prima di tutto gli strumenti di
produzione in proprietà dello Stato (parole di Marx nella citazione di
Engels). Ma con ciò esso stesso si annulla come proletariato, con ciò si
sopprime ogni differenza e contrasto di classe, e si abolisce anche lo Stato».
Ed allora, e in questo modo, e solo su questa via maestra, è la società
che vediamo agire, disporre finalmente delle forze produttive e di ogni prodotto
e risorsa.
Ma il popolo, che
diavolo è questo? Una ibridazione tra classi, un integrale di succhioni e di
schiavi, di professionisti dell’affare e del potere con le masse di affamati e
di oppressi. Il popolo lo consegnammo, fin da prima del 1848, alle leghe
per la libertà e la democrazia, il pacifismo e il progressismo umanitario. Il
popolo non è soggetto di gestione economica, ma solo oggetto di sfruttamento e
di inganno, nelle sue pietosamente famigerate «maggioranze».
E la nazione?
Altra necessità e condizione base per la costruzione del capitalismo, esprime
lo stesso miscuglio delle classi sociali non più nella scipita espressione
giuridica e filosofica, ma in quella geografica etnografica o linguistica.
Anche la nazione non si appropria di nulla: derise Marx in passi famosi
le espressioni di ricchezza nazionale, e di reddito nazionale (importante
questo nell’analisi di Stalin sulla Russia) e dimostrò come allora la nazione
si arricchisce, quando il lavoratore è fregato.
Se le rivoluzioni
borghesi e il dilagare dell’industria moderna al posto dei sistemi feudali in
Europa e di ogni altro sistema nel mondo, si dovettero fare non in nome della
borghesia e del capitale, ma in nome dei popoli e delle nazioni, se questo fu
necessario e rivoluzionario trapasso per la visione marxista, se ne deduce la
perfetta coerenza, nelle consegne di Mosca, tra la defezione dal fronte
dell’economia marxista, e il ripiegamento dalla «categoria» proletaria,
rivoluzionaria e internazionalista di società, usata nei testi classici,
alle categorie politiche proprie dell’ideologia e dell’agitazione borghese:
democrazia popolare ed indipendenza nazionale.
Nulla quindi da stupire
che dopo 26 anni si ripeta la sguaiata consegna davanti alla quale e per sempre
tagliammo il ponte: raccogliere le bandiere borghesi che, già in alto al
tempo di Cromwell, di Washington, di Robespierre o di Garibaldi, sono poi
cadute nel fango, e che invece la marcia della rivoluzione deve affondarvi
senza pietà, opponendo la società socialista alle menzogne ed ai miti dei
popoli, delle nazioni e delle patrie.
Legge e teoria
La discussione si è
portata anche sul confronto delle leggi dell’economia russa con quelle
stabilite dal marxismo per l’economia borghese. Il testo in questione si batte
dialetticamente su due fronti. Alcuni dicono questo: ove la nostra economia
fosse già socialista, noi non saremmo più deterministicamente avviati
sull’inesorabile binario di dati processi economici, ma potremmo modificare il
percorso: ad esempio nazionalizzando il colcos, sopprimendo lo scambio
mercantile e
Per poter rispondere
bisogna sostenere, da parte del centro di governo, due punti: il primo è che
anche in economia socialista gli uomini devono obbedire a leggi proprie
dell’economia che non si lasciano trasgredire - il secondo è che queste leggi,
se anche nel periodo futuro del comunismo perfetto saranno tutte e del tutto
diverse da quelle del tempo capitalistico, stabilite da Marx, nel periodo socialista
sono alcune diverse da quelle, alcune comuni alla produzione e distribuzione
capitalistica. Ed allora, individuate le leggi che appaiono insormontabili,
occorre, pena la rovina, non ignorarle e soprattutto non andare contro di esse.
E’ sorto poi il problema
speciale per quanto essenziale: tra queste, la legge del valore si
applica o meno nell’economia russa? E se sì, non è capitalismo schietto ogni
meccanismo che agisce secondo la legge del valore? Alla prima domanda risponde
Stalin: sì, da noi la legge vige, per quanto non su tutto il giro
dell’orizzonte. Alla seconda: no, vi può essere un’economia che, pur non
essendo capitalista, rispetta la legge del valore.
In tutto il solenne «saggio»
teoretico ci pare che la sistemazione sia alquanto difettosa, e soprattutto
comoda per gli avversari polemici del marxismo, per quelli che usano armi
«filosofiche» e avranno buon gioco a proposito della sommaria assimilazione tra
l’effetto delle leggi naturali e di quelle economiche sulla specie umana, e per
quelli economici che ansiosamente da un secolo anelano alla rivincita su Marx,
che volevano chiuderci nel cerchio: inutile, alle leggi della resa economica e
della concorrenza degli interessi come noi le vediamo, non potrete mai
sfuggire.
Dobbiamo distinguere tra
teoria, legge, e programma. Ad un certo punto Stalin si lascia andare a dire:
Marx non amava (!) astrarsi dallo studio della produzione capitalistica.
Nell’ultima riunione del
nostro movimento, il 6 e 7 settembre a Milano, uno dei temi principali è stato
il dimostrare che ad ogni passo Marx mostra la finalità, non di descrivere
freddamente il fatto capitalista, ma di avanzare il proposito e il
programma della distruzione del capitalismo. Non si trattò soltanto di
battere quella vecchia sudicia leggenda opportunista, ma di mostrare che tutta
l’opera marxista ha natura di polemica e di combattimento, e quindi non si
perde a descrivere il capitalismo e i capitalismi contingenti, ma un capitalismo
tipo, un sistema capitalistico, sissignori, astratto, sissignori,
che non esiste, ma che corrisponde in pieno alle ipotesi apologetiche
degli economisti borghesi. Quello che importa è infatti l’urto - urto di classe,
urto di parte, non banale diatriba di scienziati - tra le due posizioni:
quella che vuole provare la permanenza, l’eternità della macchina
capitalista, e quella che ne dimostra la prossima morte. Sotto questo profilo conviene
al rivoluzionario Marx ammettere che davvero gli ingranaggi siano perfettamente
centrati e lubrificati dalla libertà della concorrenza, dal diritto per tutti a
produrre e a consumare secondo le stesse regole. Questo nella vera storia del
capitale non fu, non è, e non sarà, e i dati di partenza sono enormemente
più favorevoli alla nostra dimostrazione: tanto meglio. Se, per farla
corta, il capitalismo fosse arrivato a campare l’altro secolo restando
scorrevole e idillico, la dimostrazione di Marx crollava: splende di potenza in
quanto il capitalismo vive si, ma monopolista, oppressore, dittatore,
massacratore, e i suoi dati economici di sviluppo sono proprio quelli che
doveva avere partendo dall’iniziale tipo puro; giusta la nostra
dottrina, contro quella dei suoi serventi.
In questo senso, per
tutti gli dèi, Marx sacrificò una vita per descrivere il socialismo, il comunismo,
e ci sentiamo di dire che se si fosse trattato soltanto di descrivere il
capitalismo, se ne sarebbe altamente fregato.
Marx studia e sviluppa
dunque sì le «leggi economiche» capitaliste, ma in un modo tale, che si
sviluppa in pieno e in dialettico contrapposto il sistema dei caratteri del
socialismo. Ha dunque queste leggi? Sono diverse? E quali allora?
Un momento, prego. Al
centro della costruzione marxista noi poniamo il programma, che è momento
ulteriore al freddo studio di ricerca. «Abbastanza i filosofi hanno spiegato il
mondo, si tratta ora di cambiarlo». (Tesi su Feuerbach, ed ogni colto fesso
aggiunge: giovanili). Ma prima del programma e anche prima della indicazione
delle leggi scoperte, occorre stabilire l’insieme della dottrina, il sistema di
«teorie».
Alcune Marx le trova
belle e fatte nei suoi stessi contraddittori, come la teoria del valore di
Ricardo, ed anche la teoria del plusvalore. Queste - non intendiamo dire che
Stalin non l’abbia mai saputo - sono cose diverse dalle da lui a fondo trattate
«legge del valore» e «legge del plusvalore» che, per non confondere i meno
provetti, sarebbe meglio dire: «legge dello scambio tra equivalenti» e «legge
della relazione tra saggio del plusvalore e saggio del profitto».
La distinzione che ci
preme chiarire al lettore vige anche nello studio della natura fisica. Teoria
è una presentazione dei processi reali e delle loro corrispondenze; essa vuole facilitare
la loro comprensione generale in un certo campo, passando solo dopo alla
previsione ed alla modificazione. Legge è l’espressione precisa di una
certa relazione tra due serie di fatti materiali in particolare, che si vede
costantemente verificarsi, e che come tale consente di calcolare rapporti
sconosciuti (futuri, signori filosofi, o presenti o passati, non vuol dire: ad
esempio una certa legge se ben studiata mi può permettere di stabilire quanto
era il livello del mare al Tempio di Serapide mille anni fa: sola differenza
che non mi potete controllare, come avveniva per quello delle tante code di
asino tra la Terra e la Luna). Teoria è faccenda generale, legge faccenda ben
delimitata e particolare. La teoria è in genere qualitativa e stabilisce solo
definizioni di certe entità o grandezze. La legge è quantitativa, e ne vuole
raggiungere la misura.
Un esempio fisico: nella
storia dell’ottica si sono alternate con vario successo due «teorie» della
luce. Quella dell’emissione dice che la luce è l’effetto della corsa di minime
particelle corpuscolari, quella della ondulazione dice che è l’effetto
dell’oscillazione di un mezzo fisso in cui si trasmette. Ora la più facile
legge dell’ottica, quella della riflessione, dice che il raggio incidente sullo
specchio fa con questo lo stesso angolo del raggio emesso. Verificata mille
volte tale legge, il giovane galante sa dove mettersi per vedere la
bella di fronte intenta alla toilette: il fatto è che la legge si
concilia con tutte e due le teorie, e sono stati altri fenomeni ed altre leggi
che hanno determinata la scelta.
Ora secondo il testo
avverrebbe questo: la «legge dello scambio tra valori equivalenti» si concilia tanto
colla «teoria» di Stalin che dice: vi sono forme mercantili in economia socialista,
quanto colla teoria (modestamente) nostra che dice: se vi sono forme mercantili
e grande produzione, si tratta di capitalismo. Verificare la legge: facile, si
va in Russia e si vede che si scambia in rubli a dati prezzi come in qualunque
banale bazar: la legge dello scambio equivalente vige. Vedere quale è la vera
teoria è un poco più complicato: noi deduciamo: siamo in pieno, schietto e
autentico capitalismo; Stalin fabbrica una teoria - appunto: le teorie si
inventano, le leggi si scoprono - e dice in barba a babbo Marx: dati fenomeni
economici del socialismo avvengono normalmente secondo la legge di scambio
(detta legge del valore).
Natura e storia
Prima di venire al punto
- quali sono in Marx le leggi dell’economia capitalista, e quali di esse sono
«discriminanti» tra capitalismo e socialismo, quali (eventualmente) comuni ai
due stadii - va rilevata la troppo corrente assimilazione tra leggi fisiche e
leggi sociali.
Combattenti e polemisti
come dobbiamo essere alla scuola di Marx, non dobbiamo sciogliere un tale
quesito con tono scolastico, ed insistere sull’analogia teorica, al fine
«politico» di evitare che ci si dica: se le leggi sociali non sono poi così
infrangibili come la legge ad esempio di gravità, sotto a levarne di mezzo
taluna.
Come dimenticare che tra
il colosso Marx e la schiera dei botoli prezzolati nelle università del
capitale si svolge la lotta intorno al punto che le leggi dell’economia
borghese «non sono leggi naturali», e quindi ne potremo e ne vogliamo spezzare
il cerchio? è vero che lo scritto di Stalin ricorda che in Marx le leggi
dell’economia non sono «eterne», ma ve ne sono proprie di ogni stadio ed epoca
sociale: schiavismo, feudalismo, capitalismo, ma egli vuole poi giungere a dire
che «certe leggi» sono a tutte le epoche comuni, e vigeranno anche nel
socialismo, che avrà anche lui una sua «economia politica». Stalin deride
Jaroscenko e Bucharin che avrebbero detto che all’economia politica succede una
scienza dell’organizzazione sociale, e Stalin, pungente, ribatte che questa
nuova disciplina, abbordata da economisti russi pseudo-marxisti e timorosi
della polizia zarista, è invero una «politica economica», di cui ammette la
necessità come cosa diversa. Ebbene, pensiamo questo: se nel socialismo si avrà
una scienza economica lo discuteremo, messi i termini al loro posto; ma quando
vi è ancora una politica economica (come deve essere sotto la dittatura
proletaria, anche) lì sono presenti classi rivali, lì non si è al socialismo
ancora arrivati. E ci dobbiamo alla Lenin ridomandare: chi ha il potere? E
quindi: lo sviluppo economico - che é, siamo d’accordo , gradato - in che
direzione va? Le sue leggi cel diranno.
Quanto al problema
generale delle leggi della natura e della storia esso deve trovar posto nelle
trattazioni della nostra rivista teorica, ove si risponde agli attacchi che il
marxismo riceve - dato che su mille scrittori novecentonovantanove ne
considerano Mosca come la sede ufficiale - a proposito della banalità dell’espressione
data alla teoria (questa é una teoria e non una legge) del materialismo
storico, a proposito dei problemi di determinazione e volontà, causalità e
finalità. La posizione originale di Marx è sempre quella (tanto poco compresa e
tanto scomoda a chi fa la politica del successo opportunistico) sempre quella
della diretta battaglia tra le classi opposte e del loro antagonismo storico,
che a volte adopera la macchina da scrivere a volte la mitragliatrice - non si
dice più la penna e
Marx e le leggi
Engels riconosce a Marx
di essere il fondatore della dottrina del materialismo storico. Marx dichiara
che l’apporto dato da lui nell’applicazione della dottrina al mondo attuale non
consiste nell’avere scoperto la lotta tra le classi, ma nell’avere introdotto
la nozione della dittatura proletaria.
La dottrina si svolge
così fino al programma di classe e di partito, fino all’organizzazione della
classe operaia per l’insurrezione e la presa del potere. Su questo cammino
gigantesco si trova l’indagine sulle leggi del capitalismo. Due sono le vere e
principali leggi stabilite nel Capitale. Nel I volume é stabilita la
legge generale dell’accumulazione capitalistica, quella che va sotto il nome di
miseria crescente - tante volte da noi trattata - che stabilisce come col
concentrarsi del capitale in grandi ammassi cresce il numero dei proletari e
dei «senza riserve» - e spiegammo mille volte che ciò non vuol dire che
decresce il livello dei consumi e del tenore reale di vita dell’operaio. Nel II
e nel III volume del Capitale, che nella nostra rivista saranno oggetto
di un’esposizione organica come fu per il primo, é svolta la legge della riproduzione
del Capitale (connessa a quella, su cui più innanzi ci fermeremo, della
diminuzione del saggio del profitto). Secondo questa una parte del prodotto e
quindi del lavoro deve essere dal capitalista accantonata per riprodurre i
«beni capitali» degli economisti, ossia le macchine logorate, le fabbriche,
ecc. Quando il capitale destina a tale accantonamento una più alta quota, esso
«investe», ossia aumenta la dotazione di impianti e strumenti
produttivi. Le leggi di Marx sul modo come si ripartisce il prodotto umano tra
consumi immediati e investimenti strumentali, tendono a provare che fino a che
resterà in piedi lo scambio mercantile e il sistema salariale, il
sistema andrà incontro a crisi e rivoluzioni.
Ora la prima legge non si
può certo applicare alla società socialista poiché questa si organizza appunto
per far sì che la riserva sociale sia una garanzia individuale per
tutti, pur non appartenendo a nessuno né essendo divisa (come nel
precapitalismo) in tante piccole quote. La seconda legge, dice Stalin, persiste
e pretende che Marx lo abbia previsto. Il marxismo stabilisce soltanto, e tra
l’altro nel famoso passo della critica al programma di Erfurt, che un prelievo
sociale sul lavoro individuale ci sarà anche in regime comunista, per
provvedere alla conservazione degli impianti, ai servizi generali, e così via.
Non avrà carattere di sfruttamento proprio in quanto non sarà fatto per la
via mercantile; e proprio per questo l’accantonamento sociale determinerà
un equilibrio stabile, e non una serie di sconvolgimenti, nel rapporto tra
prodotti da consumare e prodotti da destinare a «strumenti» per la produzione
ulteriore.
Il punto centrale di
tutto questo sta in ciò. Stalin con preziosa ammissione dichiara che, vigendo
anche nell’industria di Stato la legge del valore, quelle industrie funzionano
sulla base del rendimento commerciale, della gestione redditizia,
del costo di produzione, dei prezzi ecc. Per l’eccetera
scriviamo: remunerativi. Inoltre egli dichiara che il programma avvenire
é di accrescere la produzione degli strumenti di produzione. Ciò vuol
dire che i «piani» del governo sovietico per industrializzare il paese
richiedono che più che oggetti di consumo per la popolazione si producano
macchine, aratri, trattori, concimi, ecc., e si facciano colossali opere
pubbliche.
Per la prossima riunione del
nostro modesto movimento avevamo già studiato un suggestivo argomento: piani ne
fanno gli Stati capitalistici e ne farà la dittatura proletaria. Ma il primo
vero piano socialista si presenterà (intendiamo quanto ad immediato intervento
dispotico: Manifesto) finalmente come un piano per: crescere
i costi di produzione, ridurre la giornata di lavoro, disinvestire
capitale, livellare e quantitativamente e soprattutto qualitativamente il consumo,
che in anarchia capitalistica é per nove decimi distruzione inutile di
prodotto, solo in quanto ciò risponde alla «gestione commerciale redditizia» e
al «prezzo remunerativo». Piano dunque di sottoproduzione, di drastica riduzione
della quota prodotta di beni capitali. Spezzeremo facilmente la legge della
riproduzione, se finalmente
Gli alimenti sono per gli
operai, gli strumenti per i padroni. Facile dire che essendo il padrone lo
Stato operaio, i miseri lavoratori hanno interesse «ad investire» e a fare metà
giornata per
In realtà, e anche stando
alle analisi del solo mondo economico interno, l’economia russa applica tutte
le leggi del capitalismo. Come si può aumentare la produzione di beni non da
consumo senza proletarizzare gente? Dove la prendono? Il percorso é lo stesso dell’accumulazione
primitiva, e spesso i mezzi sono ugualmente feroci di quelli descritti nel
Capitale. O saranno colcosiani che resteranno senza la mucca, o pastori
erranti dell’Asia strappati alla contemplazione delle vaghe stelle dell’Orsa, o
servi feudali della Mongolia, avulsi dalla millenaria gleba. Certo che la
consegna é: più beni strumentali, più operai, più tempo di lavoro, più
intensità di lavoro: accumulazione e riproduzione progressiva del capitale a
ritmo d’inferno.
L’omaggio che a dispetto
di una schiera di scemetti rendiamo al «grande Stalin» é questo. Appunto in
quanto si svolge il processo di un’accumulazione capitalista iniziale, e se
veramente questo arriverà nelle province dell’immensa Cina, nel misterioso
Tibet, nella favolosa Asia Centrale da cui uscì la stirpe europea, ciò sarà rivoluzionario
farà girare avanti la ruota della storia. Ma non sarà socialista, bensì
capitalista. Occorre in quella gran fetta del globo l’esaltazione delle forze
produttive. Ma Stalin ha ragione, quando dice che non è di Stalin il merito, ma
delle leggi economiche, che gli impongono questa «politica». Tutta la sua
impresa sta in una falsificazione di etichetta: anche questo, espediente
classico degli accumulatori primitivi!
In Occidente invece le
forze produttive sono già molte volte di troppo e il loro mareggiare rende gli
Stati oppressori, divoratori di mercati e di terre, preparatori di carneficine
e di guerra. Lì non servono piani di aumento della produzione ma solo il piano
della distruzione di una banda di malfattori. E soprattutto dell’immersione
nella melma della loro puzzolente bandiera di libertà e di parlamentarismo.
Socialismo e comunismo
Chiuderemo l’argomento
economico con una sintesi degli stadii della società futura, su cui il
«documento» (eccola la parola che ronzava nei tasti!) di Stalin reca un poco di
disordine. France Press lo ha accusato di aver plagiato dallo scritto di Nicola
Bucharin sulle leggi economiche
Tutto si chiarisce ove si
rilevi che lo stadio di Lenin e Bucharin viene prima dei due stadi della
società comunista di cui parla Marx e che Lenin illustra nel magnifico capitolo
di «Stato e Rivoluzione».
Questo prospetto potrà
ricapitolare, dunque, il non semplice argomento dell’odierno dialogo.
Stadio di trapasso. Il proletariato ha
conquistato il potere politico e deve porre le classi non proletarie fuori
della legge appunto perché non può «abolirle» di un colpo. Ciò vuol dire che lo
Stato proletario vigila su un’economia che in parte, sempre decrescente, non
solo ha distribuzione mercantile, ma forme di privata disposizione e sui
prodotti e sui mezzi di produzione, sia sparpagliati che agglomerati. Economia
non ancora socialista, economia di transizione.
Stadio inferiore del
comunismo, o se si vuole del socialismo. La società ha già la disposizione
dei prodotti in generale e ne fa l’assegnazione ai suoi membri con un
piano di «contingentazione». A tale funzione non provvede più lo scambio
mercantile e la moneta - non si può passare a Stalin come prospettiva di una
forma più comunista il semplice scambio senza moneta, ma sempre con la legge
del valore: sarebbe una specie di ricaduta nel sistema del baratto. è invece
l’assegnazione dal centro senza ritorno di equivalente. Esempio: scoppia
un’epidemia di malaria e si distribuisce nella zona chinino gratis, ma nella
misura di un solo tubetto per abitante.
In tale stadio occorre
non solo l’obbligo al lavoro, ma una registrazione del tempo di lavoro prestato
e l’attestato di questo, il famoso buono tanto discusso da un secolo che
ha la caratteristica di non potere andare a riserva, sicché ad ogni conato di
accumulazione risponde la perdita di una quota lavoro senza equivalente.
La legge del valore è seppellita. (Engels: la società non attribuisce nessun
«valore» ai prodotti).
Stadio del comunismo
superiore, che non abbiamo difficoltà a dire del pieno socialismo. La produttività
del lavoro è tale che per evitare lo sperpero di prodotto e di forza umana non
occorre (salvo casi patologici) né coazione né contingentamento. Prelievo
libero per il consumo a tutti. Esempio: le farmacie distribuiscono chinino
gratis senza limite. E se taluno ne prende dieci tubetti per avvelenarsi?
Evidentemente è tanto fesso, quanto quelli che scambiano per socialista una
fetida società borghese.
In quale stadio dei tre è
Stalin? In nessuno. è in quello della transizione non dal, ma al
capitalismo. Quasi rispettabile, e non suicida.
Giornata terza
Antimeriggio
Si tenne dibattito nella
giornata prima sul punto che ogni sistema di produzione di merci è sistema
capitalista, da quando si produce lavorando, in masse d’uomini, a masse di
merci. Capitalismo e mercantilismo si ritireranno insieme dai successivi
campi di azione o sfere di influenza nel mondo moderno.
Si riprese nella seconda,
passando dal processo generale a quello dell’economia russa presente e, tenute
per giuste le denunziate leggi della sua struttura, si affermò che ne scaturiva
la diagnosi piena di capitalismo, allo stadio di «grandindustrialismo di
Stato».
Secondo l’interlocutore
Stalin, questo processo abbastanza definito e concreto, applicato ad area e
popolazione immense, può condurre ad un’accumulazione e concentrazione della
produzione pesante, non seconde a nessuna, senza che necessariamente debbano ripetersi
le fasi di feroce riduzione alla nulla-tenenza dei ceti poveri chiusi in
cerchie locali di economia e nella tecnica parcellare del lavoro - come in
Inghilterra, Francia, ecc. - e sulla sola base della scontata (dal 1917)
liquidazione dei grandi terrieri.
Se questo secondo punto
si riducesse alla tesi che, a secoli di distanza, l’introduzione in profondità
della tecnica del lavoro in grande e con le risorse della scienza applicata, si
pone, in un tanto diverso quadro universale, diversamente, ciò potrebbe essere
oggetto di studio a parte, in sede di «questione agraria» specialmente. Il
contraddittore può venire ammesso a provare che raggiungerà il pieno
capitalismo non in carrozza, ma in aeroplano; ma a sua volta confessi la
«direzione del moto». Gli stiamo passando da terra, noi poveri pedoncini, i
dati esatti di una serie di basi - ma anche il radar può
impazzire.
Ed ora un terzo passo: il
quadro dei rapporti mondiali in tutto il complesso orizzonte di produzione,
consumo, scambio; rapporti di forza statali e militari.
I tre sono aspetti di un
solo e grande problema. Il primo potrebbe dirsi l’aspetto storico, il secondo
quello economico, il terzo e conclusivo quello politico. La direzione e il
punto di arrivo della ricerca non possono essere che unitari.
Prodotti e scambi
Avviene, palesemente, al
capo dello Stato e partito russo di dover cambiare il fronte delle sue
rettifiche in dottrina, e delle correlative secche reprimende alle obiezioni dei
«compagni», ogni qualvolta egli passa dalla circolazione economica entro
la sua cerchia, a quella attraverso questa. Notammo già, lo ricordi il
lettore, che questo punto di arrivo aveva fatto rizzare le orecchie ai vigili
dell’Occidente. Lungi dal cantare ancora una volta l’inno ad una millenaria autarchia,
l’uomo del Kremlino aveva tranquillamente braqué il cannocchiale -
domani, si chiesero quelli con aria studiata, il telemetro? - sugli spazi
oltre cortina; e vecchie storie di spartizione di zone di influenza, in
alternativa a sortite di rottura, rivennero a galla. Tasto, tuttavia,
meno stridulo e fesso di quello del crimine di genocidio o del delirio di
aggressione.
La maniera di far andare
entro la Russia - e paesi connessi - articoli industriali agli agricoltori, e
generi rurali ai cittadini, schiacciando con passi di Marx ed Engels i Pinchi
Pallini, e quando era il caso rettificando d’ufficio termini , frasi e
formule degli autori, fu affermata in tutta regola col Socialismo. I colcos
vendono i loro prodotti «liberamente», e altro mezzo di averne non vi è; dunque
legge di mercato sì, ma con regole speciali: prezzi di Stato (novità!
specialità in esclusiva!), e perfino speciali «patti» di smercantilizzazione,
in quanto non si dà moneta ma si «porta in conto» di controforniture delle
fabbriche nazionali (originalità suprema! enfoncement del salumiere
all’angolo, del marine americano che stabilisce lo equivalente tra
amplessi e stecche, dei banali clearings dei paesi di
Occidente!). Veramente, il Maestro dice, non direi smercantilizzazione
ma scambio di prodotti. Non vorremmo che fosse colpa delle traduzioni;
insomma, ogni sistema di equivalenti, più o meno convenzionali - dal baratto
dei selvaggi alla moneta, come equivalente unico per tutti, ai centomila
sistemi di registrazione delle partite contra-pareggiate, che vanno dal
libretto della serva ai complicati schedari di banche, ove le addizioni le
fanno i cervelli atomici, e migliaia di reclute al giorno ingrossano il flotto
soffocante dei venditori di forzalavorograttanteombelico - perché nacquero e
sono, se non per lo scambio dei prodotti, e per quello solo?
Ma Stalin vuole mettere a
tacere il tarlo, che dai «saldi» degli scambi in equivalenza nasca privata
accumulazione, e dice che le garanzie sono lì.
Duro anche per i
generalissimi stare in arcione su una simile tesi, e alternativamente schermire
in due direzioni, un colpo alla rigidità dottrinale, un colpo alla concessione
revisionista. Elasticità del vero leninista bolscevico? No, eclettismo, era la nostra risposta;
e allora i bolscevichi andavano in bestia.
Comunque sia per il
rapporto interno (il cui esame non finisce oggi né qui giusta il già
detto) Stalin stesso apre ampia riserva quando parla del rapporto estero.
Il compagno Notkin se ne sente delle belle per aver sostenuto che sono merce
anche la varie macchine e strumenti costruiti nelle officine statali. Hanno
valore, se ne annota il prezzo, ma merci non sono: vediamo il Notkin a
grattarsi la pera. «Ciò è necessario in secondo luogo per realizzare la vendita
dei mezzi di produzione a Stati stranieri, nell’interesse del commercio
estero. Qui, nel campo del commercio estero, ma solo in questo campo
(corsivo in originale), i nostri prodotti sono effettivamente merci e vengono
effettivamente venduti (senza virgolette)».
Nel testo rivestito dal
formale imprimatur figura quest’ultima parentesi: pensiamo abbia
l’incauto Notkin messo tra virgolette la parola venduti che ad un
marxista e bolscevico puzza non poco. Non sarà uscito dai corsi delle classi
giovani, si vede.
Tra un paio d’anni ci
servirebbe questo dato: il quantum, per favore. La quota relativa del
collocato all’estero e all’interno. E un’altra notizia: si considera utile che
tale quota salga o scenda? Che il prodotto totale debba salire fino alla
vertigine, lo sappiamo dalla legge dell’economia pianificata «proporzionale».
Non sapendo il russo supponiamo che il senso giusto sia: piani contingentatori
della produzione in modo che l’aumento sia di ragione annua costante,
colla forma della legge dell’incremento demografico o dell’interesse composto. Il termine giusto
che proponiamo è quello: sviluppo pianificato in ragione geometrica. Tracciata così
correttamente la «curva», col nostro poco senno scriveremmo questa «legge»:
comincia il socialismo dove questa curva si spezza.
Oggi annotiamo: quel
tanto di prodotti anche strumentali che vanno all’estero, sono merci, non solo
nella «forma» di contabilità, ma anche nella «sostanza».
E una. Basta discutere ad
alcuni mille chilometri, e su qualcosa si finisce con l’intendersi.
Profitto e plusvalore
Ancora un poco di
pazienza e verremo a parlare di alta politica ed alta strategia: vedremo le
corrugate fronti distendersi, dato che in quei temi capiscono tutti al volo:
attacca Cesare? Fugge Pompeo? Ci rivedremo a Filippi? Passeremo il Rubicone?
Questa si che è robetta digeribile, in quanto «sfiziosa».
Occorre ancora un punto
di economia marxista. La forza delle cose conduce il maresciallo sul problema
esplosivo del mercato mondiale. Egli dice che l’U.R.S.S. sostiene i paesi
associati con aiuti economici tali, che ne esaltano l’industrializzazione. Vale per Cina,
Cecoslovacchia? Avanti. «Si arriverà, grazie a simili ritmi di sviluppo dell’industria,
rapidamente a ottenere che questi paesi non solo non abbiano bisogno di
importare merci dai paesi capitalistici, ma sentano essi stessi la necessità di
esportare le merci eccedenti della loro produzione». Il solito inciso, o incluso:
se producono ed esportano in Occidente, allora sono merci. Se in Russia,
che sono?
Il fatto importante, in
questo rientro a bandiere spiegate del mercantilismo per forma e sostanza
identico a quello capitalistico (se davvero fosse da credere al maquillage
dei volti economici!), è che esso fonda sull’imperativo: esportare per poter
produrre di più! Ed è lo stesso imperativo che vige in sostanza nel campo
interno del preteso «paese socialista» ove invece si tratta di un vero
affare da import-export tra città e campagna, tra i famosi ceti
alleati, perché anche lì abbiamo visto che si arriva alla legge della
progressione geometrica, ed al: Produrre di più! Produrre di più !
Ecco quanto
Se va un poco più oltre
il lanciafiamme in libreria, non restano neanche i baffi dell’operatore.
Questi controchiodi che
si appuntano, storti come sono, da tutti i lati, sono intollerabili. Pretendono
che le leggi economiche del capitalismo monopolistico si siano rivelate diversissime
da quelle del capitalismo di Marx. Poi gli stessi pretendono che le
leggi economiche del socialismo potranno benissimo restare le stesse di
quelle del capitalismo.
La finestra, subito!
Eroicamente rifacciamoci ab
ovo. Bisogna ricordare quale sia la differenza che passa tra massa di
profitto e massa di plusvalore, saggio di profitto e saggio di plusvalore, e
quale sia l’importanza della legge di Marx, minuziosamente esposta all’inizio
del III libro, circa la tendenza alla discesa del saggio del profitto medio.
Capire, leggere! Non il capitalista tende alla discesa del profitto! Non il
profitto (massa del profitto) scende, ma il saggio di profitto!
Non il saggio di ogni profitto, ma il medio saggio del profitto sociale.
Non ogni settimana o ad ogni uscita del Financial Times, ma
storicamente, nello sviluppo tracciato da Marx al «monopolio sociale dei
mezzi di produzione» tra gli artigli del Capitale, di cui è scritta
la definizione, la nascita, la vita e la morte.
Se tanto si afferra, sarà
dato vedere come lo sforzo, non del singolo capitalista di azienda, figura
secondaria in Marx, ma della macchina storica del capitale, di questo corpus
dotato di vis vitalis e di anima, per dibattersi invano contro la
legge della discesa del saggio, è solo, è proprio quello che ci fa
concludere sulle tesi classiche che Stalin, tra lo smarrimento occidentale,
degna di bel nuovo riabbracciare. Primo: inevitabilità della guerra
tra Stati capitalistici. Secondo: inevitabilità della caduta rivoluzionaria
del capitalismo dovunque.
Questo sforzo gigante,
con cui il sistema capitalista lotta per non affondare, si esprime nella
consegna: produrre in crescendo! Non solo non sostare, ma segnare ogni ora l’aumento
dell’aumento. In matematica: curva della progressione geometrica; in
sinfonia: crescendo rossiniano. E a tal fine, quando tutta la patria è
meccanizzata, esportare. E saper bene la lezione di cinque secoli: il
commercio segua la bandiera.
Ma è questa, Djugasvili,
la vostra consegna.
Engels e Marx
Per la dimostrazione ancora una volta dobbiamo
tornare a Marx e ad Engels. Non però a testi organici, completi, di getto, che
ognuno dei due scolpì nel vigore più pieno e nella foga diritta di chi non ha
dubbi e lacune e spazza gli intoppi dal suo cammino senza che urto se ne
risenta. Si tratta del Marx di cui dà conto l'esecutore testamentario
nelle prefazioni quasi drammatiche al II libro del «Capitale» (5 maggio
1885) e al III (4 ottobre 1894). Prima si tratta di giustificare lo stato
dell'immane congerie di materiali e manoscritti (che vanno dai capitoli in forma
definitiva ai foglietti di appunti, note, scorci, illeggibili abbreviazioni,
promessa di future ricerche, ed anche pagine incerte e vacillanti nello stile)
con la salute declinante di Marx, coll'effetto inesorabile dei vari ritorni
della mallatìa che lo costrinse a pause in cui l'ansia divorava il fegato ed il
possente cervello ben più di quanto li sanasse il riposo. Tra il '63 ed il '67
il lavoro fornito da quella macchina umana fu incalcolabile e tra esso il getto
in una sola fusione di acciaio del I libro dell'opera massima. Già nel '64-'65
la mallatìa aveva dato i primi disturbi, e delle sue devastazioni l'occhio
infallibile del grande aiuto segna le tracce nei fascicoli inediti. Ma
poi lo stesso snervante lavoro: decifrare, rileggere, ridettare, riordinare il
testo dettato, dare ordine alla materia, con l'ostinata decisione a non
redigere del suo, vince anche la resistenza del robustissimo Engels: i suoi
occhi generosi hanno troppo vegliato sulle pagine dell'amico, ed una
preoccupante debolezza di vista lo condanna per vari anni a ridurre il lavoro
personale, vietandogli di scrivere alla luce artificiale. Non vinto, non
sconfortato, egli porge alla Causa le sue scuse umili e leali. Altro non gli
era stato dato di fare. Con modestia egli ricorda tutti gli altri settori in
cui «solo» ha retto sopra di sé tutto il peso. E la sua morte segue di un anno.
Questo non serve di contorno o di effetto. Vuole
porre in rilievo che la istanza di tecnica fedeltà, che domina il compilatore,
ha tolto quasi del tutto ai due libri quei capitoli di periodica sintesi e
vista di insieme, che fiammeggiano in quello redatto in vita di Marx.
Alla penna di Engels se ne devono, di tali scorci,
non pochi né di poco conto: ma sotto il nome di Marx egli non li volle
estendere, e si limitò all'analisi. Se così non fosse stato, vana fatica
sarebbero oggi certe duplicità di lettura (oggi e da mezzo secolo) e ad esempio
la trista leggenda che nell'ultimo libro Marx avrebbe alcunché ritrattato; e
chi vuol questo in filosofia, chi in scienza economica, chi in politica, a
seconda dei personali equivoci gusti. Quanti richiami e connessioni espresse vi
sono tra il I libro e le opere giovanili o il «Manifesto», tanti tra gli ultimi
scritti e quello; e mille passi delle lettere lo ribadiscono.
Meno che quella di Engels è questa sede di analisi.
Notiamo solo che in un passo Marx dice, con uno di quei tali scorci, perché
lavora tanto su quella legge di discesa del tasso. Ebbene Engels esita a
riportare il brano, lo inquadra in parentesi quadre perché pure essendo redatto
secondo una nota del manoscritto originale, esso sorpassa, in alcuni sviluppi,
i materiali che si rinvengono nell'originale...
«La legge dell'accrescimento della forza produttiva del lavoro non vale
dunque in un modo assoluto per il Capitale. Questa forza produttiva è
accresciuta dal capitale, non col mezzo di una semplice riduzione del lavoro
vivente in generale, ma sol quando si risparmia, sulla parte pagata del lavoro
vivente, più di quanto non vi si sia aggiunto di lavoro passato, così come lo
abbiamo brevemente accennato al libro I, XII, 2 (valore trasmesso dalla macchina al prodotto: attualino,
neh?). Qui il modo di produzione
capitalista cade in una nuova contraddizione. Egli ha come missione storica
quella sviluppare in una assoluta progressione geometrica (sic!) la produttività del lavoro umano. Ora, esso manca a questa missione dal
momento che pone, come nel presente caso (resistenza del capitalista ad introdurre macchine di maggiore resa) ostacolo al rigoglio della produttività. Esso
così fornisce una nuova prova della sua senilità e mostra che veramente non
è più del nostro tempo»!.
Indifferenti all'obiezione filistea che passati
altri sessant'anni di (fetente forte però) capitalismo, invece di toglierla, la
parentesi quadra andava triplicata al solito imprudente Marx, noi
rileviamo le solite tesi programmatiche che Marx amava intercalare
regolarmente alle analisi acute e profonde. Il capitalismo crollerà. E il
post-capitalismo? Eccolo: dato che la forza produttiva di ogni unità di lavoro
aumenta, non aumentiamo la massa prodotta, diminuiamo invece il tempo
di lavoro dei viventi. Perché non lo vuole l'Occidente? Perché la sola via
per sfuggire alla «legge della discesa del tasso» è quella (superprodurre). E
quanto all'Oriente? Idem. Ma giustizia vuole si dica che di là, è capitalismo giovanile.
TASSO E MASSA
Converrà riprendere, evitando qui sia il caso
numerico, che il simbolismo algebrico, la deduzione della legge che, non avendo
ancora perso il lume degli occhi, non ci adattiamo a mandare in pensione;
salvando brevità e levità, quanto è possibile, col tono dell'apologo.
«Se le merci potessero parlare -
così l'immenso Carlo in quel tale paragrafo-gioiello - direbbero: il nostro valore d'uso può certamente
interessare l'uomo; noi, in quanto siamo oggetti, ce ne ridiamo. Quel che a noi
interessa è il nostro valore. Lo prova il nostro mutuo rapporto quali cose di
vendita e di compera. Noi reciprocamente non ci consideriamo che quali valori
di scambio».
Abbiamo quindi portato per voi il microfono sulla
piazza dove si incontrano le merci provenienti da un lato dalla Russia,
dall'altro dall'America. Dall'alto è stato ammesso che esse parlano un comune
linguaggio economico. per entrambe è sacrosanto - e in difetto non avrebbero
fatto tanta strada - che il prezzo di mercato cui aspirano deve far
premio sul costo di produzione. In ambo i paesi si aspira a produrle a
basso costo e smerciarle ad alto prezzo.
La merce che viene dal paese a teoria capitalista
parla: sono fatta in due pezzi, e si vede una sola attaccatura. Il costo di
produzione, anticipazione viva e bruciante di chi mi ha prodotta, e il profitto,
che aggiunto al primo dà esattamente la cifra per meno della quale, non
illudetevi, non verrò meno ai miei principi. Mi appago di un profitto modesto
per incoraggiare l'acquirente; potete verificare il tasso di esso con
una piccola divisione: prodotto diviso costo di produzione. Se costai dieci ed
appena per undici mi lascio possedere, sarete così spilorci da trovare
esagerato il tasso del dieci per cento? Avanti, signori, ecc.
Passiamo il microfono all'altra merce. Così essa
favella: Appo noi si usa far fede all'economia marxista. In me vedete (non ho
ragione di nasconderlo) due attaccature; sono di tra e non di due pezzi.
Nell'altra il trucco c'è ma non si vede. Per produrmi le spese fatte sono di
due tipi: materie prime, consumo di strumenti e simili, che diciamo
capitale (in me investito) costante - salari di lavoro umano, che diciamo capitale
variabile. La somma forma il costo di produzione dell'altra signorina che ha
parlato prima. Anche per me aggiungete un saldo, benefizio, profitto, che è il
mio terzo ed ultimo pezzo, e si chiama plusvalore. Per la parte costante
di anticipazione, non chiediamo nulla in aggiunta perché sappiamo che è sterile
di forza produttiva di valore maggiore: questa sta tutta nel lavoro, o parte
variabile dell'anticipo: vorrete dunque verificare per il saggio o tasso,
non del profitto, ma del plusvalore, colla divisionetta di esso
plusvalore per la sola seconda parte del capitale in me speso, quello per i
salari.
Il compratore comunque risponde: andatelo a
raccontare al portiere: quel che qui importa è il costo totale alla mia borsa
di entrambe, ossia la cifra di vendita di voi due.
Un battibecco sorge tra le due merci, ognuna delle
quali sostiene di voler fare un affare meno lucroso, contentandosi di un
derisorio tasso di profitto. Siccome nessuna delle due lo può ridurre a
zero, vince quella che davvero ha il costo di produzione più basso, come invoca
anche Stalin ad ogni momento. Per la parte costante, occorre che le
materie prime siano in quella quantità e qualità. La contesa si porterà, nei
due campi esportatori, sulla parte variabile. Vi è il mezzo ovvio di pagare
meno l'operaio e farlo lavorare molto, ma soprattutto gioca la produttività
del lavoro, legata al perfezionamento tecnologico, all'uso di macchine più
redditizie, alla più razionale organizzazione degli stabilimenti; ed ecco
sciorinare la foto ad effetto dei grandi impianti da una parte e dall'altra,
col vanto di avere sempre più abbassato, a parità di massa prodotta, il numero
di lavoratori addetti. Una faccenda che all'agente delle compere sul mercato
conteso importa ancora meno, è sapere in quale caso gli operai sono meglio
pagati e trattati.
Non crediamo sarà penoso al lettore constatare la
differenza tra i due metodi di analisi del valore. Il saggio, o tasso,
del plusvalore è sempre molto più forte del tasso di profitto, e ciò
tanto più, quanto più il capitale costante prevale sul capitale variabile.
Ora la legge di Marx sulla discesa del tasso di
profitto medio considera tutto il profitto, ossia il globale beneficio
sulla produzione di cui si tratta, prima di stabilire a chi andrà tale profitto
(banchiere, industriale, proprietario). Marx nel capitolo XIII del II libro
ribadisce di avere trattata la legge «a disegno» prima di passare alla
ripartizione del profitto (o plusvalore) tra i vari tipi sociali, perché la
legge è vera indipendentemente da tale ripartizione. È quindi vera anche
quando è lo Stato a fare da proprietario, da banchiere ed imprenditore.
La legge si fonda sul processo storico generale, da
nessuno negato, da tutti apologizzato, che con l'applicazione al lavoro umano
di sempre più complessi strumenti, utensili, macchine, dispositivi, risorse
tecniche e scientifiche, ne cresce in modo incessante la produttività.
Per una certa massa di prodotti, occorrono
sempre meno operai. Il capitale che si è dovuto mettere fuori, investire,
per avere per le mani quella data massa di prodotti, cambia di continuo quella
che Marx dice la composizione organica: contiene sempre più capitale
materia, e sempre meno capitale salari. Bastano pochi operai a dare una enorme
«aggiunta di valore» alle materie lavorate, in quanto molto di più ne possono
lavorare, rispetto al passato. Anche questo è concorde. Ed allora? Anche
ammesso che il capitale come spesso avviene (ma non è necessaria legge marxista
come per il rivoluzionario da operetta) aumenti lo sfruttamento, aumenti il
saggio del plusvalore, pagando meno gli operai, il plusvalore e profitto
ritratto aumenteranno, ma dato il molto maggiore aumento della massa di materie
comprate e lavorate attraverso quel solo impiego di mano d'opera, il
tasso di profitto scenderà sempre, in quanto il tasso è dato dal
rapporto del profitto, cresciuto alquanto, a tutta la anticipazione per salari
e materie, cresciuta, per la seconda partita, enormemente.
Il capitale cerca il massimo profitto?
Ma certamente, lo cerca e lo trova, ma non può impedire che intanto il tasso di
profitto discenda. La massa del profitto aumenta, poiché la massa della
popolazione è di più, il proletariato di più ancora, le materie lavorate sempre
più imponenti, la massa della produzione sempre più grande. Capitali piccoli
divisi tra moltissimi all'inizio e investiti a buon tasso, all'arrivo capitali
grandissimi, divisi tra pochissimi (e qui l'effetto della concentrazione
parallela all'accumulazione) investiti si ad un tasso disceso, ma col risultato
dell'incessante ascesa del capitale sociale, del profitto sociale, del capitale
e profitto medio aziendale, fino ad altezze vertiginose.
Quindi nessuna contraddizione alla legge di Marx
sulla discesa del tasso, che potrebbe essere fermata solo da una diminuita
produttività del lavoro, da una degenerata composizione organica del
capitale, cose contro cui Stalin tira con la più pesante artiglieria, cose sul
terreno delle quali mira disperatamente a superare l'avversario.
OTTOCENTO E NOVECENTO
Nel numero scorso di questo foglio sono apparse
alcune sobrie cifre di fonte capitalistica sull'economia americana. Prendiamone
la conferma dalla legge stabilita da Marx e negata da Stalin. Nel 1848, dice la
statistica, al nascere del capitalismo industriale negli Stati Uniti, su mille
di valore che veniva, nella produzione, aggiunto al valore del lavorato quando
era grezzo, andava per 510 agli operai come salari e stipendi, per 490 ai
padroni come profitti. Evitando dettagli sui logorii, spese generali, ecc., le
due cifre danno proprio capitale variabile e plusvalore: il loro rapporto, o
saggio del plusvalore, è il 95 per cento.
Quale sarà stato al modo di ragionare dei borghesi
il tasso di profitto? Dovremmo conoscere il valore delle materie trasformate.
Non possiamo che supporlo, ponendo che in una industria bambina ogni operaio
mediamente trasformi un valore circa quadruplo della paga. La materia
rappresenterà 2000 contro 510 di paghe e 490 di lucri. Spesa totale di
produzione 2510. Tasso di profitto alto: 19,6%. Notate tuttavia che è sempre al
di sotto del tasso del plusvalore.
Dopo il grande ciclo di allucinante ascesa, nel
1929, su 1000 di valore aggiunto al prodotto gli operai non ricevono più che
362, e 648 i capitalisti. (Non incominciate ad equivocare: fino al venerdì nero
le paghe erano salite ed il tenore di vita operaio salito anche fortemente, ciò
non contraddice). Ecco che il saggio del plusvalore o di sfruttamento è
aumentato fortemente: dal 95 al 180 %. (Se dopo aver usato per una vita le
corde vocali c'è ancora chi non capisce che si è sfruttati di più pure avendo
più soldi e mangiando meglio, vada a letto: egli non capisce l'effetto della
cresciuta produttività della forza lavoro che sta nella carcassa
dell'operaio e finisce nella borsa del curnutissimo borghese).
Cerchiamo ora di valutare tutta la produzione.
Ammetto (con la certezza che garantisce chi ha un poco di familiarità di
costruire sintesi di essere sempre prudente contro la sua tesi, a favore
di qualche spaccator di peli in quindici che si spassi a controllare)che si sia
decuplicata la possibilità di lavorazione di materie, grazie ai
macchinari, a parità di impiego di mano d'opera, dal 1848 al 1929. E allora se
con 362 dati ai lavoratori invece di 510 le duemila di materie sarebbero scese
a 1440, ecco che salgono invece a 14.000. Con la spesa totale investita in Lire
14.762, il lucro noto di 648 è il 4,2%. Ecco la discesa del tasso di profitto!
Non fate solo tanto di cappello a Marx, evitate di trarre il fazzoletto per
asciugare le lacrime capitaliste di Uncle Sam! Avrete capito che
cercavamo i tassi non le masse. Per farci un'idea sulle cifre
globali della produzione, sia pure non con il valore effettivo ma con rapporto
figurato fra due epoche, noteremo che i due blocchi che per il 1848 danno il
prodotto lordo 3000 e per il 1929 il lordo di 15.400 si riferiscono a gruppi
non dissimili molto per numero di produttori. Ma nell'ottantennio la
popolazione operai è almeno decuplicata, per andar sempre con cifre tonde, e
quindi il prodotto totale può ben valutarsi in 154.000, circa 50 volte il 1848.
Sebbene il tasso del profitto padronale sia calato al 4% medio, la massa del
profitto risulta passata da 490 a 6.840: tredici volte tanto. È ben sicuro che
le nostre cifre sono troppo moderate, l'essenziale era ribattere che il capitalismo
americano ha ubbidito alla legge del tasso ed ha fatto la corsa al massimo
profitto. Stalin non può scoprirgli nuove leggi. Né l'abbiamo portato in conto
la concentrazione; diamo a questa un indice dieci e il profitto medio
all'industria americana si sarà (come massa) moltiplicato per 130. Ecco la
corsa alla crisi, ecco le conferme a Marx.
Ci concediamo un altro calcolo anche più ipotetico.
La classe operaia di America prende il potere con una situazione tipo 1929:
ripetiamo: 14.400 materie in lavoro, 362 mano d'opera, 648 benefici, 15.400
prodotto totale.
E allora gli operai leggono Marx e usano «la forza produttiva
accresciuta del capitale con la semplice riduzione del lavoro vivente». Un decreto del comitato rivoluzionario schiaccia la
produzione a 10 mila (dove tagliare...vedremo allora, pensate solo che non
faremo più elezioni presidenziali o altre...). Su questo lotto il lavoratore si
contenterà di aggiungere ai suoi 362 di salario non già tutto il profitto (che
è lordo di tasse e servizi generali) ma ben poco, per ora, e lo portiamo a 500.
Per la ritenuta generale di conservazione degli impianti pubblici e di
amministrazione statale addirittura preleviamo più dei 648 dei cessati
capitalisti, ossia 700. Fatto il conto sono solo 8800 di materie lavorate al
posto di 14.400 e se il numero degli operai è quello la giornata di ognuno cala
del 62% e circa da 8 a 5 ore. Un bel primo passo. Se calcolassimo la
remunerazione oraria vedremmo di averla alzata del 120%: da 45 a 100.
Non sarebbe ancora il socialismo. Ma mentre Stalin
dove vede nel socialismo una legge nuova pretende di identificarla con quella
capitalista, che con l'aumentata produttività del lavoro cresca la produzione,
noi gli opponiamo la legge inversa: con la aumentata produttività del lavoro diminuisca
lo sforzo, e la produzione o resti costante, o, dopo averne stroncato i rami
capitalistici di tosco e di sangue, prenda a ricrescere per dolce curva, con
umana armonia.
Finché l'appello allo sforzo frenetico di produrre
echeggia, esso non può avere altro senso che quello della resistenza esasperata
alla legge marxista del tasso. Perché il tasso possa scendere, ma non cominci a
scendere anche la massa del plusvalore e del profitto, interviene la retorica
forcaiola-progressiva, e grida ad una smarrita umanità: si lavori di più, si
produca di più, e se data la loro remunerazione i lavoratori interni non
sarebbero acquirenti prevedibili del sopraprodotto, si trovi il modo di
esportare conquistando i mercati di fuori al nostro consumo! Questo il girone d'inferno
dell'imperialismo, che nella guerra ha trovato la sua soluzione inevitabile, e
nella ricostruzione di tutta una secolare attrezzatura umana distrutta la
provvisoria via d'uscita contro la crisi suprema.
Tutte queste stesse vie sono seguite da Stalin:
ricostruzione delle parti devastate, costruzione prima dell'arredamento
capitalista in paesi immensi, ed oggi marcia verso i mercati. Tale marcia, da
chiunque intrapresa, si fa per due vie: basso costo di produzione-guerra.
Chiuderemo questa esposizione della basilare legge
di Marx con una nuova enunciazione del capitalismo che egli pone in Appendice -
e che come sempre vale di programma sociale comunista (fine Cap. XV, libro
III).
«Tre fatti principali della produzione capitalista:
1. Concentrazione dei mezzi di produzione tra le mani di alcuni individui.
Tali mezzi di produzione cessano così di apparire come proprietà del produttore
immediato, e si trasformano in poteri sociali della produzione. Dapprima tali
potenze sono, egli è vero, proprietà privata dei capitalisti che ne
intascano tutti i benefici.»
Di poi...Marx non lo scrive, ma vuol dire che tali
figure personali secondarie possono sparire, e il Capitale resta Potenza
Sociale.
«2. Organizzazione del lavoro come lavoro sociale, a mezzo della cooperazione
(lavoro associato), della divisione del lavoro, e del legame tra lavoro e
scienza della natura.
In tali due sensi il modo di produzione capitalista, sopprime,
sebbene sotto forma diverse, la proprietà privata, e il lavoro privato.
3. Formazione del Mercato Mondiale».
* * *
Come di norma il Filo ha condotto dove doveva
condurre. Sappia il lettore che la giornata non è trascorsa, ma solo giunta al
mezzodì. Antimeriggio forse duro, pesante, da sinfonia wagneriana.
Sarà il pomeriggio di chiusura
un più facile canto sul cammino aspro? Forse. «L'après-midi d'un faune»? Il
Fauno non potrebbe che avere le forme gregge e le minacciose movenze del
sanguinoso Marte.
Giornata terza
Pomeriggio
Nelle due prime giornate e nell’antimeriggio della
terza abbiamo tratto dal noto scritto di Stalin tutti gli elementi utili a
stabilire da quali leggi sia retta l’economia della Russia.
In linea di dottrina abbiamo contestato a fondo che
un’economia caratterizzata da quelle leggi possa tuttavia essere definita
socialismo anche dello stadio inferiore, e contestato non meno che a tale fine
possano essere invocati i testi fondamentali di Marx e di Engels, ove a chiare
note si leggono - ma non certo con la banale scorrevolezza di un romanzo a
fumetti - i caratteri economici propri del capitalismo, quelli propri del
socialismo, e i fenomeni che consentono di verificare il passaggio economico
dal primo al secondo.
In linea di fatto si è potuto pervenire ad una serie
di stabili conclusioni. Sul mercato interno russo vige la legge del valore;
adunque: a) i prodotti hanno carattere di merci; b) esiste il mercato; c) lo
scambio avviene tra equivalenti come vuole la legge del valore, e gli equivalenti
sono espressi in denaro.
La grande massa delle aziende della campagna lavora
solo in vista della produzione di merci, ed in parte con una forma di
attribuzione dei prodotti alla persona del lavoratore parcellare (che in altro
tempo di lavoro funziona come produttore collettivo, associato nel colcos), la
quale forma è ancora più lontana dal socialismo, ed in certo senso
precapitalistica e premercantile.
Le piccole e medie aziende che producono manufatti
lavorano anche per il collocamento mercantile.
Infine le grandi fabbriche sono dello Stato, ma sono
tenute ad una contabilità in moneta, e a dimostrare che, rispettata la legge
del valore nei prezzi di quanto è uscita o spesa (materie prime,
salari pagati) e di quanto è entrata (prodotti esitati) si ha la redditibilità,
ossia un profitto positivo, un premio.
La dimostrazione sul senso della legge marxista del
saggio di profitto e della sua diminuzione è valsa a mostrare vuota l’antitesi
di Stalin: dato che il potere lo ha il proletariato, la gran macchina
dell’industria nazionalizzata non persegue come nei paesi capitalistici il
massimo volume del profitto, ma è guidata verso il massimo benessere dei
lavoratori e del popolo.
A parte le più ampie riserve sull’assenza di radicali
contrasti tra gli interessi anche immediati dei lavoratori dell’industria di
Stato, e quelli del popolo sovietico, accozzaglia di contadini isolati o
associati, di bottegai, di gestori di piccole e medie aziende industriali,
ecc., ecc., la dimostrazione che vige la legge capitalistica della discesa del
saggio di profitto l’abbiamo tratta dall’affermata «legge dell’aumento della
produzione nazionale pianificata in progressione geometrica». Se un piano quinquennale
ha imposto di elevare la produzione del venti per cento, ossia da cento a
centoventi, il successivo piano imporrà ancora il venti per cento, ossia che si
vada non da
Ora questa legge di
fatto non è che l’imperativo categorico: producete di più! Imperativo
proprio del capitalismo, e derivato dalle successive cause: aumento di produttività
del lavoro - aumento del capitale materie rispetto a quello lavoro nella composizione
organica del capitale - discesa del saggio di profitto - compenso a
questa discesa con il frenetico aumento del capitale investito e della
produzione di merci.
Se avessimo cominciato a
costruire poche molecole di economia socialista ce ne accorgeremmo dal fatto
che l’imperativo economico è mutato, ed è il nostro; la potenza del
lavoro umano è accresciuta dalle risorse tecniche; producete lo stesso, e lavorate
di meno. E in vere condizioni di potere rivoluzionario del proletariato, in
paesi già troppo attrezzati meccanicamente: producete di meno, e lavorate
ancora di meno!
Ultimo accertamento di
fatto, dopo questo (cruciale) che la consegna è l’aumento della massa dei
prodotti, è quello che una gran parte dei prodotti della grande industria di
Stato si tende a rovesciarla sui mercati di fuori, e in tal caso si dichiara
apertamente che il rapporto è mercantile non solo nella registrazione
contabile, ma nella sostanza delle cose.
In fondo qui si contiene
l’ammissione che, sia pure per sole ragioni di concorrenza mondiale (sempre
pronta a lottare non più a colpi di bassi prezzi ma a colpi di cannone e di
atomiche), non è possibile la «costruzione del socialismo in un solo paese».
Solo nell’ipotesi assurda che questo potesse chiudersi in un vero sipario
d’acciaio, gli sarebbe possibile cominciare a convertire le conquiste tecniche
della produttività del lavoro, associate ad una pianificazione «fatta dalla
società nell’interesse della società», in una diminuzione dell’interno sforzo
di lavoro e dello sfruttamento del lavoratore. E solo in tale ipotesi il piano,
abbandonata la folle curva geometrica della demenza capitalistica, potrebbe
dire: raggiunto un certo standard dei consumi per tutti gli abitanti, fissato
dai piani, non si produrrà più, e si eviterà la tentazione criminosa di
seguitare a forzare la produzione per guardare, fuori del cerchio, dove si può
scaraventarla ed imporla.
Tutta l’attenzione del
Kremlino, dottrinale e pratica, si porta invece sul mercato mondiale.
Concorrenza e monopolio
Una considerazione
insufficiente delle teorie marxiste sul moderno colonialismo ed imperialismo è
quella che occorra giustapporle come cose diverse, o almeno come sviluppi
complementari, alla descrizione marxista del capitalismo della libera
concorrenza, quale si sarebbe sviluppato all’incirca fino al 1880.
Con vari apporti abbiamo
insistito sul fatto che tutta la pretesa fredda descrizione del mai esistito
capitalismo «liberista» e «pacifico» non è in Marx che in una gigantesca
«dimostrazione polemica di partito e di classe» con la quale, accettando per un
momento che il capitalismo funzioni secondo la dinamica illimitata del libero
scambio fra i portatori di valori pareggiati (il che altro non esprime che la
famosa legge del valore), si perviene a snidare l’essenza del
capitalismo, che è un monopolio sociale di classe, volto incessantemente, dai
primi episodi dell’accumulazione iniziale sino alle guerre odierne di
brigantaggio, a predare le differenze figliate sotto il trucco dello
scambio pattuito, libero ed eguale.
Se, assunta la
piattaforma dello scambio tra merci di ugual valore, si dimostra la formazione
di plusvalore ed il suo investirsi ed accumularsi in nuovo capitale sempre più
concentrato, se si dimostra che la sola via (compatibile con la sopravvivenza
del modo capitalistico di produzione) per uscire dalle contraddizioni tra l’accumulo
ai due poli di ricchezza e miseria, e per difendersi dalla successivamente
dedotta legge della discesa del saggio, è il produrre sempre di più, e sempre
più oltre le necessità di consumo, è chiaro che fin dalle prime battute si
delinea lo scontro tra i vari Stati capitalistici, ognuno dei quali è condotto
a tentare di far consumare le sue merci nell’area dell’altro, ad allontanare la
sua crisi provocandola nel rivale.
Poiché l’economia
ufficiale tenta vanamente di provare che è possibile, con le formule e i canoni
della produzione di merci, arrivare ad un equilibrio stabile sul mercato
internazionale, ed anzi sostiene che le crisi cesseranno proprio in quanto la civile
organizzazione capitalistica si sia dovunque estesa, Marx deve scendere e
discutere in astratto le leggi di un fittizio paese unico di capitalismo
sviluppato appieno, e che non abbia commercio estero, e dimostrare che esso
«dovrà saltare».
E’ troppo chiaro che ove
i rapporti prima detti tra due economie chiuse sorgono, sono elemento non di
pacificazione ma di sommovimento, e la tesi che sta contro di noi è, a più
forte ragione, perduta. I nostri imbarazzi teorici sarebbero stati gravi nel
solo caso che nei primi 50 anni del secolo attuale si fosse seguitato a nuotare
nel lattemiele economico e politico, con trattati di liberalizzazione dei
commerci e di neutralità e disarmo: invece, essendo il mondo cento volte più
capitalista, è divenuto cento volte di più terremotato in tutti i sensi.
Al solito, per far vedere
chi è che non cambia le carte: nota al paragrafo 1 del Cap. XXII del Capitale,
Libro I. «Qui si fa astrazione dal commercio con l’estero a mezzo del quale una
nazione può convertire articoli di lusso in mezzi di produzione o in
sussistenze di prima necessità e viceversa. Per concepire l’oggetto della
ricerca nella sua purezza, bisogna considerare il mondo commerciale come
una sola nazione e supporre che la produzione capitalistica si sia
dovunque stabilita e si sia impadronita di tutti i rami dell’industria».
Dal primo inizio tutto il
ciclo dell’opera di Marx, in cui (come sempre rivendichiamo) sono ad ogni
tratto inseparabili teoria e programma, tende a concludersi nella fase in cui
le contraddizioni dei primi centri capitalistici si rovesciano sul piano
internazionale. La dimostrazione che un patto di pace economica tra le classi
sociali in un paese è impossibile come soluzione definitiva, e come soluzione
contingente è regressivo, si appaia in pieno alla dimostrazione analoga per
l’illusorio patto di pace tra gli Stati.
Fu più volte rammentato
che Marx nella prefazione alla «Critica dell’economia politica» del 1859
schizza questo ordine di argomenti: capitale, proprietà della terra, lavoro
salariato, Stato, commercio internazionale, mercato mondiale. Marx dice che
sotto le prime rubriche esamina le condizioni di esistenza delle tre grandi
classi in cui si divide la presente società borghese, e aggiunge che il tratto
di unione tra le successive tre rubriche «salta agli occhi di tutti».
Quando Marx inizia la
stesura del Capitale, la cui prima parte assorbe la materia della Critica,
il piano da una parte si approfondisce, dall’altra sembra limitarsi.
Nella prefazione al primo libro, sullo Sviluppo della Produzione Capitalistica,
Marx annunzia che il secondo tratterà del Processo di circolazione del Capitale
(riproduzione semplice e progressiva del capitale investito nella produzione),
e il terzo delle «Conformazioni del processo d’insieme». A parte il quarto,
sulla storia della teoria del valore, di cui vi sono materiali sin dalla Critica,
il terzo libro infatti affronta la descrizione del processo d’insieme, studia
la divisione del plusvalore tra i benefici di capitalisti industriali,
proprietari fondiari e capitale bancario, e chiude con il capitolo «spezzato»
sulle «Classi». La stesura doveva all’evidenza svolgersi sul problema dello
Stato e del mercato internazionale, al che provvedono altri testi decisivi,
anteriori e posteriori del marxismo.
Mercati e imperi
Nello stesso Manifesto
e nel primo libro del Capitale, come è ben noto, sono di prima
importanza i richiami al formarsi nel secolo XV, dopo le scoperte geografiche,
del mercato ultra-oceanico, come dato fondamentale dell’accumulazione
capitalistica, e alle guerre commerciali tra Portogallo, Spagna, Olanda,
Francia, Inghilterra.
Al momento della
descrizione polemica e «di battaglia» del capitalismo tipo, è l’impero inglese
che domina la scena mondiale, ed Engels e Marx dedicano a questo e alla sua
interna economia il massimo dell’attenzione. Ma questa economia è liberalismo
in teoria, imperialismo e monopolio mondiale nella realtà; e fin dal 1855,
almeno. Lenin nell’Imperialismo fa stato a tal proposito della prefazione
che nel 1892 Engels premetteva a una nuova edizione del suo studio «Le
condizioni delle classi lavoratrici in Inghilterra», del 1844. Engels rifiuta
di cancellare da quel lavoro giovanile la profezia della rivoluzione proletaria
in Inghilterra. Gli pare più importante aver previsto che l’Inghilterra avrebbe
perso il suo monopolio industriale nel mondo; ed aveva mille volte ragione. Se
il monopolismo, giusta i passi che Lenin cita, servì ad addormentare il
proletariato inglese, il primo formatosi nel mondo con contorni taglienti di
classe, la fine del monopolio britannico ha seminato la lotta di classe e la
rivoluzione nel mondo intero; chiaro che ci vorrà più tempo che nel fittizio
«paese unico tutto capitalista» ma per noi la soluzione rivoluzionaria è già
scontata in dottrina, e le vie e ragioni del «rinvio»
Citiamo un passo diverso
da quello che cita Lenin, da quel testo: «La teoria del libero scambio aveva
nel fondo una supposizione: che l’Inghilterra doveva diventare l’unico grande
centro industriale di un mondo agricolo, ed i fatti hanno smentito
completamente questa supposizione. Le condizioni della moderna industria si
possono produrre ovunque vi è combustibile e specie carbone, ed altri paesi lo
posseggono: Francia, Belgio, Germania, Russia, America... (le nuove odierne
fonti di energia non vengono che a rafforzare la deduzione ). Essi cominciarono
a fabbricare non solo per sé ma per il resto del mondo, e la conseguenza è che
il monopolio industriale che l’Inghilterra ha posseduto per quasi un secolo è
oggi irrimediabilmente spezzato».
Paradosso forse? Abbiamo
potuto confutare la commedia del capitalismo libero con l’analisi di un
caso contingente, solo in quanto era il caso più scandaloso della storia, di monopolio
mondiale. Lasciate fare, lasciate passare, ma tenete in armamento la
marina, maggiore della somma di tutte le altre, pronta a non lasciar fuggire i
Napoleoni dalle Sant’Elene...
Nella precedente puntata
abbiamo citato un passo del III libro di Marx che in una nuova sintesi di
caratteri del capitalismo chiude col comma: Formazione del mercato mondiale.
Non sarà male dare un altro sguardo potente.
«Il limite vero della
produzione capitalistica e il capitale stesso. Il fatto che il capitale, con la
propria messa in valore, appare come il principio e la fine, come la causa e lo
scopo della produzione, che la produzione non è che produzione per il capitale:
e non sono all’opposto (attenti! ora programma! programma della società
socialista! ) i mezzi di produzione semplici mezzi per uno sviluppo sempre
più esteso del processo di vita per la società dei produttori. I limiti nei
quali soltanto possono muoversi la conservazione e la messa in valore del
valore-capitale, che si fondano sulla espropriazione e sull’immiserimento della
gran massa dei produttori, sono dunque in conflitto perpetuo con i metodi di
produzione che il capitale deve impiegare per raggiungere il suo scopo e che
perseguono l’illimitato accrescimento della produzione (Mosca,
ascolti?); assegnano come scopo alla produzione la produzione stessa (Kremlino,
sei in linea?) ed hanno in vista lo sviluppo assoluto della produttività
sociale del lavoro. Questo mezzo - lo sviluppo senza riserve delle forze
produttrici sociali - entra in conflitto permanente con lo scopo ridotto, la
messa in valore del capitale esistente. Se il modo capitalistico di produzione
è dunque un mezzo storico di sviluppare la forza produttiva materiale e di creare
il mercato mondiale corrispondente, esso è al tempo stesso una contraddizione
permanente fra la storica missione e le corrispondenti condizioni della
produzione sociale».
Ancora una volta, resta
ribadito che la «politica economica» russa sviluppa sì forze produttive
materiali, estende sì il mercato mondiale, ma lo fa nelle forma di
produzione capitaliste, costituendo sì un mezzo storico utile, come
lo fu l’invasione dell’economia industriale a danno degli affamati scozzesi e
irlandesi o tra gli indiani del Far West, ma restando in pieno nelle
inesorabili morse delle contraddizioni che attanagliano il capitalismo, il
quale potenzia il lavoro sociale sì, ma affamando e tiranneggiando la società
dei lavoratori.
Da ogni lato dunque il mercato
mondiale, di cui Stalin ha trattato, è il punto di arrivo. Esso non è mai
stato «unico» se non in astratto, e lo potrebbe essere solo in quel paese
ipotetico di capitalismo totale e chimicamente puro, contro cui abbiamo eretta
la matematica dimostrazione di irrealizzabilità, talché se nascesse, andrebbe
tosto in frantumi, come certi atomi e certi cristalli che possono vivere solo
una frazione di secondo. Caduto quindi il sogno di un unico mercato della
sterlina, Lenin può dare la magistrale descrizione della spartizione coloniale
e semicoloniale del mondo tra cinque o sei mostri statali imperialisti alla
vigilia della prima guerra. A questa non successe un sistema di equilibri, ma
una nuova difforme spartizione, e lo ammette anche Stalin, riconoscendo che
nella seconda guerra la Germania, sottrattasi «alla schiavitù» e «prendendo il
cammino di uno sviluppo autonomo» ebbe ragione di dirigere le sue forze contro
il blocco imperialista anglo-franco-americano. Come poi questo si concilii con
tutta la smaccata propaganda sulla guerra non imperialista, ma «democratica»,
di tale blocco per tanti anni, fino alle attuali chiassate negli ultimi
consigli comunali per la grazia al criminale Kesselring, guai se il
compagno Pinkoff Pallinovich osasse domandarlo!
Nuova spartizione dunque,
e nuova fonte di guerra. Ma avanti di passare al giudizio staliniano sulla spartizione,
che alla seconda guerra è succeduta, non resisteremo a porre in onda un altro
passaggio di Lenin nell’Imperialismo, dedicandolo particolarmente al dialogato
dei giorni scorsi sulla parte economica. Lenin deride un economista tedesco, il
Liefmann, che per cantare le lodi dell’imperialismo scrisse: il commercio è
l’attività industriale diretta a raccogliere, conservare e mettere a
disposizione i beni. Lenin assesta una stangata che colpisce molto oltre
Liefmann: «Ne viene fuori che il commercio era già esistito presso gli uomini
primitivi, che ancora neppure conoscevano lo scambio, e che continuerà ad
esistere anche nella società socialista!». L’esclamativo si capisce
è di Lenin: Mosca, come la mettiamo?
Parallelo o meridiano
Secondo lo scritto di
Stalin l’effetto economico della seconda guerra mondiale, più che quello di
mettere fuori causa due grandi paesi industriali e produttori alla ricerca di
aree di smercio, come Germania e Giappone, trascurando l’Italia, è stato quello
di spezzare in due il mercato mondiale. Prima si adopera l’espressione di disgregazione
del mercato mondiale, poi si precisa che il mercato unico mondiale si è
spezzato in due «mercati mondiali paralleli, opposti l’uno all’altro». Quali siano
i due campi è chiaro: da una parte Stati Uniti, Inghilterra, Francia, con tutti
i paesi che sono entrati nell’orbita prima del piano Marshall per la ricostruzione
europea, poi del piano atlantico per la difesa europea e occidentale, e
meglio per l’armamento; dall’altra parte la Russia, che «sottoposta ad un
blocco insieme ai paesi di democrazia popolare ed alla Cina» ha formato con
essi una nuova e separata area di mercato. Il fatto è geograficamente definito,
ma la formula non è molto felice (salvo le colpe solite dei traduttori).
Concesso per un momento che alla vigilia della seconda guerra vi fosse un vero
mercato mondiale unico, accessibile in ogni piazza di smercio ai prodotti di
qualunque paese, questo non si rompe in «due mercati mondiali», ma cessa di
esistere il mercato mondiale, e al suo posto vi sono due mercati
internazionali, separati da una rigorosa cortina traverso la quale (in teoria,
e secondo quanto sanno le dogane ufficiali, il che oggi è poco) non avvengono
passaggi di merci e di valute. Questi due mercati sono opposti, ma «paralleli».
Ora ciò vale ammettere che le economie interne alle due grandi aree, in cui la
superficie terrestre si è spezzata, sono «parallele», ossia dello stesso tipo
storico, e ciò collima con la nostra presentazione dottrinale, e contraddice
quella che lo scritto di Stalin vorrebbe varare. Nei due campi vi sono mercati,
dunque economia mercantile, dunque economia capitalistica. Passi dunque per la
dizione dei mercati paralleli, ma sia ben respinta la definizione che dica
trattarsi ad Occidente di un mercato capitalista, ad oriente di un mercato
socialista, contraddizione in termini.
Questo punto di arrivo
dei due mercati «semimondiali», divisi all’incirca, ed almeno stando alla parte
più avanzata del territorio abitato umano, non secondo un parallelo, ma secondo
il meridiano della vinta Berlino, conduce ad una conseguenza notevolissima
nello scritto di Stalin, e soprattutto se paragonato alla fallita ipotesi del
mercato mondiale unico, tutto controllato da una federazione di Stati usciti
vincitori dalla guerra, o controllato dal solo blocco occidentale col
baricentro negli Stati Uniti. La conseguenza è che «la sfera di applicazione
delle forze dei principali paesi capitalistici (Stati Uniti, Inghilterra,
Francia) alle risorse mondiali non si estenderà, ma si ridurrà: che le
condizioni del mercato mondiale (diremmo: estero) di sbocco per questi paesi
peggioreranno, e si accentuerà la contrazione della produzione per le loro
aziende. In questo consiste propriamente l’approfondirsi della crisi generale
del sistema capitalistico mondiale».
La cosa ha fatto colpo:
mentre i vari burattini tipo Ehremburg o Nenni sono mandati in giro a sostenere
la «pacifica convivenza» e la «emulazione» tra due sfere economiche parallele,
viene da Mosca affermato che si attende sempre che la sfera occidentale salti,
per effetto di una crisi di affogamento dei troppi inutili prodotti che non si
trova a chi vendere (e nemmeno a regalare, incatenando con debiti secolari), e
alla quale non basta reagire colla ripresa frenetica degli armamenti, o la
guerra in Corea, e in altri campi di brigantaggio imperialista.
Se questo ha scosso i
borghesi, non basta per scaldare noi marxisti. Dobbiamo chiedere che cosa
determinerà un simile processo nel campo «parallelo», di cui sopra; e col testo
ufficiale, abbiamo dimostrato l’identica necessità di produrre di più, e di
rovesciare fuori prodotti. E dobbiamo poi al solito trarre le conclusioni
decisive dalla risalita della corrente storica e dalla contraddizione tra
questo postumo tentativo di rimettere in piedi la visione rivoluzionaria di
Marx-Lenin: accumulazione, sovrapproduzione, crisi, guerra, rivoluzione! e le
posizioni storiche e politiche incancellabili assunte in un lungo corso, e che
dai partiti che in quel minato Occidente lavorano, si persiste ad assumere in
controsenso spietato ad ogni sviluppo della pressione di classe, della
preparazione rivoluzionaria delle masse.
Classi e Stati
Avanti
Il conflitto era stato
dilazionato sino al
Il concetto base di
formazione del mercato mondiale, come mostrammo a proposito del mercantilismo
capitalista, si fonda sulla «dissoluzione» - nel magma economico unico delle
produzione del trasporto e vendita dei prodotti - delle «sfere di vita» e
«cerchie d’influenza» ristrette, proprie del precapitalismo, entro le quali si
produce e si consuma con una economia locale, autarchica, come quella
delle giurisdizioni aristocratiche e delle signorie asiatiche. Finché avvengono
all’interno e all’esterno queste «fusioni» delle macchie di olio nel solvente
generale, il capitalismo tiene il ritmo del suo «geometrico» gonfiarsi, senza
scoppiare. Non perciò entrano le isole in un unico mercato universale senza
barriere: il protezionismo è antichissimo per le aree nazionali, e le piazze
estere, scoperte dai navigatori, si tende dalle varie nazioni a monopolizzarle,
colle concessioni di sovrani e sultani di colore, colle compagnie di commercio
come le olandesi, portoghesi ed inglesi, colla protezione delle flotte di Stato
e all’inizio perfino di navi piratesche, di scorridori «partigiani» del mare.
Comunque nella
descrizione di Lenin non solo siamo quasi alla saturazione del mondo, ma gli
ultimi arrivati stanno allo stretto nelle loro aree di smercio; di qui la
guerra.
Seconda guerra. Il
risorgere della Germania come grande paese industriale è da Stalin attribuito
al desiderio delle potenze di Occidente di armare un aggressore alla Russia.
Invero le cause prime furono la non devastazione militare del territorio
germanico, e la sua non occupazione dopo l’armistizio. Lo stesso sviluppo di
Stalin viene ad ammettere che le cause imperialiste ed economiche prevalsero su
quelle «politiche» o di «ideologia» nel determinare il secondo conflitto, dal
momento che la Germania si gettò sugli occidentali e non sulla Russia. Resta
dunque assodato che la guerra del 1939 ed anni seguenti fu imperialista.
Adunque si rinnovavano le due prospettive: o verso nuove guerre, chiunque
avesse vinto, o verso la rivoluzione se alla guerra avesse risposto non la
solidarietà delle classi ma il loro scontro - ed opposta a questa la
prospettiva borghese identica a quella della prima guerra: tutto sta nel
battere
Oggi Stalin dimostra di
essere per la prima prospettiva, quella leninista, riportando avanti la
spiegazione imperialista della guerra e la lotta per i mercati; ma è tardi per
chi ieri gettò tutto il potenziale del movimento internazionale sull’altra
prospettiva: lotta per la libertà contro il fascismo e nazismo. Che le due
prospettive siano incompatibili è oggi ammesso, ma allora perché si continua a
lanciare il movimento (ormai rovinato) sulla pista della versione liberale
progressiva e piccolo-borghese, su quella della «guerra per gli ideali»?
Forse per prepararsi a
buon gioco politico nella nuova guerra, da presentare come lotta tra l’ideale capitalista
di Occidente, e quello socialista di Oriente, e nella smaccata gara
delle bande politicanti dei due lati ognuna delle quali spera di affogare
l’altra nella feroce accusa di «fascismo»? Ebbene l’interessante nello scritto
di Giuseppe Stalin è che egli dice: no.
Per nulla scosso dalla
storica responsabilità di avere nella seconda guerra spezzata la teoria di
Lenin sulla inevitabilità delle guerre tra paesi capitalistici e
sull’unico sbocco nella rivoluzione di classe, e peggio ancora da quella di
avere rotta la sola consegna politica a quella teoria conseguente,
coll’ordinare ai comunisti, prima di Germania poi di Francia, Inghilterra,
America, di fare la pace sociale col loro Stato e governo borghese, il capo
della Russia di oggi ferma i compagni che credono alla necessità di uno scontro
armato tra il mondo o semimondo «socialista» e quello «capitalista». Ma anziché
deviare tale profezia colla abusata dottrina del pacifismo, dell’emulazione,
della convivenza dei due mondi, egli dice che è solo «in teoria» che il
contrasto tra Russia e Occidente è più profondo di quello che può o potrà
sorgere tra Stato e Stato dell’Occidente capitalista.
Si possono bene da parte
di veri marxisti ammettere tutte le previsioni su contrasti nel seno del gruppo
atlantico, e sul risorgere di capitalismi autonomi e forti nei paesi vinti,
come Germania e Giappone. Ma il punto di arrivo di Stalin va bene analizzato,
nella formulazione in cui vediamo invocata per analogia la ricordata situazione
dello scoppio della II guerra mondiale: «la lotta dei paesi capitalistici per i
mercati ed il desiderio di sommergere i propri concorrenti si rivelarono
praticamente più forti che i contrasti tra il campo dei capitalisti e il campo
del socialismo».
Quale campo del
socialismo? Se, come dimostrato con le vostre parole, il vostro campo (che
etichettate socialista) produce merci per l’estero con ritmo che al massimo
volete potenziare, non si tratta della stessa «lotta per i mercati» e della
stessa «lotta per sommergere (o per non farsene sommergere che val lo stesso)
il proprio concorrente?». E nella guerra non potrete o dovrete entrare anche
voi, come produttori di merci, il che in lingua marxista vuol dire come
capitalisti?
Sola differenza tra voi
russi e gli altri è quella che quei paesi industriali di pieno sviluppo sono già
oltre l’alternativa di «colonizzazione interna» di sopravvissute isole
premercantili, e voi siete impegnati in questo campo ancora a fondo. Ma la
conseguenza che ne deriva è una sola: dato che la guerra venga inevitabilmente,
quelli di Occidente avranno più armi, e dopo avervi sempre più premuti sul
terreno della concorrenza sul mercato (avendo accettato scambio di prodotti e
di valute, fino a che restate sul terreno emulativo non avrete altra via che
quella dei bassi costi, bassi salari, e pazzeschi sforzi di lavoro del
proletariato russo), vi batteranno su quello militare.
Come uscirne per evitare
la vittoria americana (che anche per noi è il peggiore di tutti i mali)? La
formula di Stalin è abile, ma è la migliore per proseguire nell’addormentamento
rivoluzionario del proletariato, e nel rendere all’imperialismo atlantico il
più alto servigio. Si evita di dichiarargli la famosa «guerra santa», il che
varrebbe mettersi in luce sfavorevole nell’idiota discussione mondiale sull’aggressore,
e si ripiega su un «determinismo» adulterato. Ma non perciò si ritorna - e
sarebbe storicamente impossibile! - sul piano della lotta e della guerra di
classe.
Il linguaggio stalinista
è equivoco. La guerra, Lenin lo disse, verrà tra gli Stati capitalistici. Che faremo noi? Grideremo come egli fece
ai lavoratori di tutti i paesi dei due campi: guerra di classe, inversione del
fucile? Mai più! Faremo la stessa elegante manovra della seconda guerra.
Andremo con uno dei campi, poniamo con Francia e Inghilterra contro Stati Uniti.
Romperemo così il fronte e verrà il giorno in cui gettandoci sull’ultimo
rimasto, anche se ex alleato, faremo fuori pure lui.
Nei corridoi oscuri tanto
si propina agli ultimi ingenui proletari non ancora conformizzati con mezzi
peggiori.
Guerra o pace
Ma allora, hanno chiesto
molti al capo supremo, se di bel nuovo crediamo all’inevitabile guerra, che
fare della vasta macchina che abbiamo montata per la campagna pacifista?
La risposta riduce a ben
misere proporzioni la possibilità dell’agitazione pacifista. Potrà rimandare o
posporre una qualche determinata guerra, potrà cambiare un governo guerraiolo
in uno pacifista (ed allora cambierà o meno l’appetito dei mercati, dieci volte
messo innanzi come fatto primo?). Ma la
guerra resterà inevitabile. Se poi in una certa zona la lotta per la
pace si sviluppi, da movimento democratico e non di classe, in lotta per
il socialismo, allora non si tratterà più di assicurare la pace (cosa
impossibile) ma di rovesciare il capitalismo. E che dirà Ciccio Nitti? Che diranno i centomila fessi che credono alla pace
internazionale, e alla pace interna sociale?
Per eliminare le guerre e
la loro inevitabilità, tale è la chiusa, è necessario distruggere
l’imperialismo.
Bene! E allora, come distruggiamo l’imperialismo?
«L’attuale movimento per
mantenere la pace si distingue dal movimento che svolgemmo nella prima guerra
mondiale per trasformare la guerra imperialista in guerra civile, giacché
quest’ultimo movimento andava oltre e perseguiva fini socialisti». Ben chiaro: la consegna di Lenin era per la guerra
civile sociale, ossia del proletariato contro la borghesia.
Ma voi già nella seconda
guerra avete buttato via la guerra sociale ed avete svolto, o «collaborazione» nazionale,
o guerra «partigiana», ossia guerra non sociale, bensì dei fautori di uno
dei campi borghesi e capitalisti contro l’altro campo.
Prenderemo allora
l’imperialismo per il corno della pace o della guerra? Se un giorno
imperialismo e capitalismo cadranno, sarà in pace o in guerra? In pace voi
dite: non sfottete l’U.R.S.S., e noi agiamo in piena via legalitaria; quindi
niente caduta del capitalismo. In guerra dite: non è più il caso della guerra
civile ovunque come nella prima guerra, ma i proletari seguiranno la consegna
di guardare quale campo capitalista affiancheremo usando il nostro apparato
statale e militare di Mosca. è così che, paese per paese, la lotta di classe
viene soffocata nel fango.
E’ indubitato che l’alto
capitalismo, checché sia della paccottiglia parlamentare e giornalistica, bene
comprende come la «carta» di Stalin non sia una dichiarazione di guerra, ma una
polizza di assicurazione sulla vita.
Jus primae noctis
Dopo aver descritto il
grande lavoro compiuto dal governo di Russia nel campo tecnico ed economico,
Stalin disse, almeno nei primi resoconti: ci siamo trovati di fronte ad un
«terreno vergine» ed abbiamo dovuto creare dalle fondamenta nuove forme di
economia. Questo compito senza precedenti nella storia, è stato portato
onorevolmente a termine.
Ebbene, è vero: vi
siete trovati davanti ad un terreno vergine. è stata la vostra fortuna, e la
disgrazia della rivoluzione proletaria fuori di
Ma negli anni in cui,
dopo la conquista del potere nell’immenso impero degli Zar, i delegati del
proletariato rosso di tutto il mondo vennero nelle sale del Trono rutilanti di
ori barocchi, e si trattò di segnare le linee della rivoluzione che doveva
abbattere i fortilizi imperiali borghesi dell’Occidente, qualcosa di
fondamentale invano fu detto; e nemmeno Vladimiro intese. A ciò si deve che, se pure il bilancio delle grandi
dighe, delle grandi centrali elettriche e della colonizzazione di immense
steppe, si chiude con onore; quello della rivoluzione nel mondo capitalista di
Occidente si è chiuso non solo disonoratamente, che sarebbe poco, ma col
disastro per lunghi decenni irreparabile.
Quello che vi fu invano detto è che nel mondo
borghese, nel mondo della civiltà cristiana parlamentare e mercantile, la
Rivoluzione si trovava di fronte ad un terreno puttano.
Voi l’avete lasciata
contaminare e perire.
Anche da questa sinistra
esperienza, Essa rinascerà.
Partito comunista internazionale
www.pcint.org