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Amendolara, Calabria: 4 braccianti bruciati vivi perché si ribellavano a condizioni di lavoro e di vita schiaviste

 

 

Un tempo, i proprietari terrieri, eredi dei nobili feudatari, e i capitalisti delle industrie di trasformazione dei prodotti agricoli locali avevano a disposizione numerose masse di braccianti che abitavano nella stessa zona e nella stessa regione; queste si spostavano da una zona all’altra a seconda della stagionalità delle coltivazioni e delle raccolte (dagli ulivi all’orticultura, dagli agrumi ai cereali). Ma la persistente arretratezza di regioni come la Calabria, la mancata industrializzazione (la Piana di Gioia Tauro, ad esempio, avrebbe dovuto diventare un centro siderurgico di primaria importanza, in concorrenza con Taranto, ed anche un centro importante dell’industria petrolchimica, ma tutti i progetti andarono in fumo), le profonde radici della criminalità organizzata, e la mancanza di lavoro per i proletari della regione, da un lato hanno generato una forte emigrazione, soprattutto nelle Americhe, dall’altro hanno aperto uno spazio ad una immigrazione da paesi molto più arretrati e instabili per via di guerre, carestie e repressioni fornendo ai proprietari terrieri, agli imprenditori della zona e alla criminalità organizzata migliaia di migranti da ricattare, super sfruttare, trattare come e peggio delle bestie; e da uccidere se si ribellano. In Italia, da qualche decennio, nei campi della Pianura Padana, del Lazio, della Puglia, della Calabria vi sono centinaia di migliaia di migranti provenienti dall’India, dal Pakistan, dall’Afghanistan, dal Bangladesh, dalla Somalia, dalla Siria, dalla Tunisia, dall’Egitto, attirati – e in buona parte organizzati dalla criminalità – nelle zone dove manca la manodopera per l’agricoltura e l’edilizia e nelle quali, in condizioni subumane, vengono sfruttati e schiavizzati. Quasi sempre resi invisibili, la loro esistenza appare improvvisamente quando avvengono fatti cruenti, per poi scomparire nuovamente nelle nebbie di un popolo lavoratore che ha perso memoria, ha perso il senso prezioso della vita, intossicato per decenni dalle illusioni democratiche, dalla “promozione sociale”, dalla ricerca del benessere privato a scapito del benessere sociale.

 

LA VIGOROSA RIVOLTA DEGLI IMMIGRATI A ROSARNO

 

Quando si parla di Calabria è quasi automatico pensare alla presenza e all’influenza della ‘ndrangheta, tanto sono profonde le radici di questa organizzazione criminale; ma quando di parla di braccianti viene in mente Rosarno, la rivolta dei braccianti africani che, nel gennaio del 2010, dopo essere stati bersagliati da alcuni colpi di fucile ad aria compressa, avevano protestato non solo per questa aggressione, ma anche per le condizioni intollerabili di vita  in cui erano stati costretti a sopravvivere ai margini della città, e per il fatto di essere stati attaccati dalle forze dell’ordine che intendevano bloccare la loro marcia di protesta su Rosarno; nei giorni seguenti vennero ingaggiati veri e propri scontri sia contro la polizia, sia contro gli abitanti di Rosarno, soprattutto commercianti e piccoloborghesi, che erano scesi a dar man forte ai poliziotti. La situazione si chiuse con le forze di polizia che obbligarono la maggioranza dei bracciati africani ad andarsene da Rosarno; una parte di loro finì nei Centri di detenzione e rimpatrio, altri furono obbligati a spostarsi in altre città, o rimpatriati se risultati “clandestini”, secondo le direttive ricevute dal ministero dell’Interno capeggiato all’epoca da Roberto Maroni, importante esponente della Lega Nord nell’ultimo governo Berlusconi.

Quei braccianti non ricevettero alcun sostegno, degno di questo nome, da parte dei proletari italiani che stettero a guardare, in attesa che la sfuriata razzista si calmasse e che la polizia finisse il suo lavoro. Questo atteggiamento così pavido e vergognoso da parte del proletariato italiano aveva certamente cause sociali e storiche, influenzato com’era da sentimenti di nazionalismo e di concorrenza con immigrati che facevano lo stesso lavoro dei braccianti italiani, ma pagati meno. I proletari italiani non capivano, guidati da partiti e sindacati votati alla difesa della patria e della sua “civiltà”, che quella rivolta autenticamente proletaria li riguardava direttamente perché quelle condizioni di miseria e di schiavizzazione si sarebbero propagate anche nelle masse proletarie italiane. I capitalisti non hanno a cuore la dignità umana, la salute degli esseri umani; hanno a cuore il profitto e per garantirselo sono disposti a fregarsene di ogni morale, di ogni diritto, di ogni legalità- Per loro i proletari costituiscono la massa di forza lavoro che va sfruttata il più possibile e per più tempo possibile perché soltanto dal loro sfruttamento estorcono il plusvalore. Il plusvalore, una parolina con cui il marxismo ha svelato il grande segreto della valorizzazione del capitale, e quindi della sua ragione di vita, e che i falsi comunisti e gli opportunisti di ogni genìa e di ogni tempo hanno imparato a dimenticare.   

Dalla rivolta di Rosarno gli “interventi” legislativi dei successivi governi, anche perché il “caporalato” e il super sfruttamento degli immigrati non solo “clandestini”, ma anche di quelli “regolari”, stavano emergendo in modo incontenibile, si limitarono a scrivere qualche regola e a prevedere delle multe agli imprenditori che non seguivano quelle regole. Ma delle regole e delle leggi che tendono a limitare formalmente la “mano libera” agli imprenditori in materia di sfruttamento del lavoro salariato – come d’altra parte nello smaltimento di rifiuti tossici, nella prevenzione della nocività e degli infortuni sul lavoro ecc. –, gli stessi politici che dovrebbero farle rispettare, gli stessi imprenditori che dovrebbero applicarle e, soprattutto, la criminalità organizzata che controlla sia i politici che gli imprenditori, se ne fottono altamente. Per quanti capi e capetti delle varie mafie siano finiti in carcere e per quante reti da loro organizzate siano state colpite, le mafie, finché esiste il sistema capitalistico, non verranno mai sradicate, si riprodurranno continuamente magari sotto altre forme e utilizzando altri mezzi e altri metodi (come quelli finanziari), ma non tralasceranno mai – come d’altra parte insegna lo Stato borghese – l’uso della forza bruta, e dell’assassinio.

Sui fatti di Rosarno del gennaio 2010, scrivevamo:

«Sulla rivolta dei proletari africani di Rosarno di questi giorni, gli stessi media borghesi non hanno potuto nascondere che nella civilissima Italia esistono da decenni vastissime zone in cui è normale sfruttare bestialmente e come schiavi decine e decine di migliaia di proletari immigrati dai paesi dell’Africa, dell’Est Europeo, del Medio e dell’Estremo Oriente o dell’America Latina.

«Il vampirismo dei capitalisti italiani, nelle terre del Sud, si mescola quasi sempre con la lubrificatissima organizzazione criminale delle varie mafie italiane, quelle mafie che hanno insegnato a tutto il mondo come utilizzare ogni occasione, ogni minima debolezza economica, ogni ambizione di prestigio sociale e politico, ogni possibile anfratto nei meandri degli apparati pubblici per accumulare enormi ricchezze. Mafie che non si dedicano esclusivamente alle attività cosiddette illegali, ma che invadono qualsiasi terreno, qualsiasi ambito nel quale si prospetti la possibilità di lucrare a dismisura e in tempi rapidi. E a tutti è noto che, mentre al nord e al centro d’Italia queste attività sono sotterranee e invisibili, nei territori del sud d’Italia sono invece molto visibili, costituendo di fatto gli esempi pratici e viventi del potere effettivo posseduto dalle varie famiglie che in Sicilia sono dette mafiose, in Calabria ‘ndrine, in Campania camorriste, in Puglia componenti della Sacra Corona Unita. Questa fitta rete, radicata profondamente nelle regioni del sud Italia ma talmente ramificata e vasta da coprire senza problemi non solo l’intero territorio nazionale attraverso il sistema bancario e finanziario, ma molti centri importanti all’estero da New York a Mosca, dai Balcani alla Nigeria, dal Sudafrica al Sud America, costituisce di fatto uno Stato nello Stato. Dove “manca” lo Stato ufficiale, la gestione del territorio e degli affari è in mano allo Stato delle mafie che si occupa di gestire quotidianamente e capillarmente la vita economica, politica, sociale di moltissime zone, come è il caso della Piana di Gioia Tauro nella quale è situata la cittadina di Rosarno, epicentro attualmente della rivolta degli schiavi salariati provenienti dai paesi centroafricani» (1).

Non c’è molto da aggiungere, se non il fatto che le mafie italiane hanno prodotto – consolidandolo nel tempo – un ambiente mafioso anche tra le comunità dei proletari immigrati, assoldando alcuni loro membri non solo nella funzione di caporali per controllare la forza lavoro per conto dei padroni, sia nelle ore lavorative sia in quelle non lavorative, e di pagare i braccianti (trattenendo per sé una quota per “il vitto e l’alloggio” (!?) dei lavoranti), ma anche nella funzione di kapò (come quelli dei campi di concentramento e sterminio nazisti, che avevano il potere di vita e di morte sui lavoratori-schiavi, dalle cui file venivano scelti), per controllarli meglio perché ne conoscono lingua, abitudini, tradizioni e magari hanno fatto lo stesso “viaggio della morte” per giungere in Italia. 

 

LA STRAGE DI AMENDOLARA

 

Lunedì, il primo di giugno scorso, alcuni braccianti afghani che venivano trasportati ad un campo di lavoro (un’azienda agricola di Scanzano Jonico, in Basilicata) non sanno di andare incontro ad una morte terribile: il furgone nel quale viaggiavano si ferma, verso le 13:30, ad una stazione di servizio alle porte di Amendolara, sulla statale 106 che attraversa tutta la provincia di Cosenza; in due – si saprà poi che erano pakistani – scendono, fanno finta di fare benzina, ma improvvisamente bloccano le portiere dall’esterno rompendo le maniglie e usano il carburante per dare fuoco al furgone, impedendo ai braccianti afghani la possibilità di scappare. 4 di loro – Khan Waseem, Khogyani Fazal Amin, Qiemi Ismat Ullah e Safi Amiad – non riescono ad uscire dal furgone e muoiono arsi vivi, mentre un quinto, Alamyar, riesce a saltar fuori dal furgone già avvolto dalle fiamme rompendo il finestrino del bagagliaio, mentre anche lui stava andando a fuoco, ma si salva, e sarà il testimone principale non solo della tragedia, ma delle condizioni terribili in cui i braccianti immigrati sono costretti per sopravvivere. La statale 106 è trafficatissima, soprattutto prima dell’alba, perché è percorsa da molti furgoni che portano i migranti nelle campagne di Nova Siri, Metaponto, Pisticci e Scanzano Jonico, tutti paesi della Basilicata, cosa che i due assassini del furgone sapevano benissimo, ma tale era la sete di vendetta contro quei braccianti che avevano osato chiedere di essere pagati e alloggiati in condizioni più dignitose, che nulla ha potuto fermarli.

Alamyar spiegherà così la vicenda: il gruppo di braccianti di cui facevano parte anche i bruciati vivi, costituiva una specie di “squadra”, capeggiata dai pakistani Alì Raza e Ahmed Safeer i quali erano di fatto i kapò e facevano da intermediari con quella che è stata chiamata “la mafia pakistana”, in combutta con la mafia locale, sia per le chiamate di lavoro, che per le paghe, i “contratti di lavoro”, il cibo e i posti per dormire. Vivevano tutti in un paesino arroccato su una collinetta, Villapiana, dove era stato affittato un appartamentino in cui dormivano in dieci in una stanza. Il gruppo, prima di arrivare in Calabria, aveva lavorato in un’azienda di rifiuti in Sardegna, dove aveva ottenuto il permesso di soggiorno; poi è si è trasferito nella zona di Metaponto, per la raccolta delle fragole, in un’azienda molto nota nella zona, la “tenuta Zuccarella”, considerata un’eccellenza per via dei magazzini moderni e alimentati con energia da fonti rinnovabili, estesa su tre km quadrati di terreni e con 15 milioni di euro di fatturato annuo grazie alla produzione di fragole “candonga”, tipiche della zona di Metaponto, e di avocado e di mango (2). Questa squadra vi aveva lavorato per 5 giorni e, secondo l’imprenditore Zuccarella, era stata pagata, per ogni bracciante, con 350 euro. Ufficialmente i braccianti erano sotto contratto che prevedeva cinque giorni di lavoro e sei ore e mezza di lavoro al giorno. Ma quei soldi, e quel contratto i braccianti non li hanno mai visti, e le ore di lavoro giornaliero erano molte di più! E’ questa la ragione delle loro proteste e della rissa che è nata in particolare contro Alì Raza. La vendetta, evidentemente pianificata, è scattata il giorno dopo, e le telecamere della stazione di servizio hanno documentato come si è svolto il fattaccio.

Naturalmente seguiranno, come il solito, indagini su indagini facilitate questa volta dalla testimonianza del sopravvissuto e dei filmati delle telecamere della stazione di servizio. Ma a che cosa condurranno? Come tutte le indagini precedenti e come tutte le indagini future: a nulla di risolutivo, perché qualsiasi governo che si è insediato sugli scranni di Palazzo Chigi dalla costituzione della Repubblica nel 1946 in poi (art. 1, “L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”), non ha mai sconfitto né il lavoro nero, né il supersfruttamento dei braccianti, né il caporalato, né tanto meno le cosche mafiose.

 

LA LOTTA CONTRO GLI IMMIGRATI È SIA DELLA DESTRA CHE DELLA “SINISTRA”

 

I media, anche i più proni al governo Meloni, non hanno potuto nascondere né il fattaccio, né le tremende condizioni in cui sono costretti a lavorare e a sopravvivere gli immigrati. Tutti chiedono che “sia fatta giustizia”, che gli esecutori della strage – questa volta immediatamente identificati e arrestati – ricevano una condanna esemplare; tutti, dalla destra alla sinistra, evocano i valori della “democrazia” e della “giustizia” e chiedono l’applicazione degli articoli della costituzione italiana. Il governo, per bocca della Meloni, ma non ci si poteva aspettare nulla di diverso, si fa vivo… sui social network annunciando che «l’Italia non arretra davanti alla violenza e alla barbarie: è fondamentale fare piena luce su questo terribile crimine e assicurare tutti i responsabili alla giustizia» (3), dopo di che passa ad occuparsi di cose… per lei più importanti … La realtà è che tutti i governi borghesi, compreso il suo, non hanno fatto altro che arretrare davanti alla violenza e alla barbarie, perché, pur non essendo gli esecutori materiali, sono anch’essi parte integrante di quella violenza e di quella barbarie!

Vogliamo ricordare quando la Giorgia nazionale chiedeva ad alta voce, dal 2015 in poi, il blocco navale di fronte alla Libia per impedire che i barconi zeppi di immigrati salpassero verso le coste italiane? Il pretesto di legge: si tratta di immigrati clandestini. L’obiettivo: non diventare il campo profughi d’Europa. Il principio morale: lotta agli scafisti, trafficanti di uomini, da cercare “lungo tutto il globo terracqueo”. I mezzi per “difendere i confini della nazione”: oltre al blocco navale, affondare e demolire le navi delle Ong, complici della violazione dei confini italiani (4). Da quando, nel novembre 2022, col suo partito è andata al governo, la Meloni non ha cambiato idea, ha solo mitigato la foga con cui sosteneva quel che abbiamo or ora riportato quand’era all’opposizione. Non avendo avuto il pieno sostegno da parte della UE al blocco navale di fronte alla Libia, ma poi anche alla Tunisia, le sue sparate propagandistiche sono diminuite, ma non hanno impedito al suo governo di continuare quel che era già stato iniziato dal governo di centrosinistra Gentiloni secondo gli accordi con la Libia o, meglio, con il governo di Tripoli – visto che il governo di Bengasi non è stato riconosciuto dalle potenze occidentali – e cioè fornirgli supporto politico, economico e militare (comprese le guardia costiere armate), affinché fossero i libici a fare il “lavoro sporco” contro gli immigrati che volevano raggiungere l’Italia scappando dai campi di prigionia libici dove venivano depredati, subivano sevizie di ogni genere, fino alla tortura e alla morte.

Ma il programma anti-immigrazione della Meloni non era una novità per l’ipocrita e codarda borghesia italiana. Nel 1997, al governo c’era il centro sinistra guidato da Romano Prodi, e al ministero dell’Interno c’era il piccista Napolitano, futuro presidente della repubblica: contro gli immigrati albanesi che fuggivano da un paese disastrato economicamente e in cui gruppi armati di varie tendenze si impossessavano di città e territori da sottoporre ai loro interessi. Per fermare il flusso continuo e sempre più numeroso di albanesi che fuggivano dal proprio paese, il 19 marzo 1997 il governo Prodi ha varato un decreto di respingimento concordando poi con il governo di Tirana la possibilità della marina militare italiana di “pattugliare” le acque territoriali albanesi. In realtà non si trattava tanto di pattugliamento quanto di vero e proprio blocco navale! Si erano così predisposte le condizioni perché succedesse quel che poi è effettivamente successo: una vecchia e malandata motovedetta albanese, la Katër i Radës, gestita da un gruppo di trafficanti di migranti, viene riempita con 142 migranti (donne, bambini e anziani soprattutto) e, partendo da Valona il 28 marzo (per i cattolici, il venerdì santo) punta verso le coste pugliesi. La barca viene intercettata, prima dalla fregata Zeffiro, e poi dalla nave Sibilla, meno ingombrante e più agile; viene intimato lo stop e ordinato il dietrofront, cosa che la Katër i Radës non fa, cercando di allontanarsi dalle manovre di blocco della nave Sibilla; ed è a questo punto che la Sibilla sperona la barca albanese che affondanda in dieci minuti: i morti, secondo le autorità italiane, sono stati 81, secondo le autorità albanesi 105; i superstiti sono stati portati al porto di Brindisi (4).

La strage di proletari, di profughi, di donne, bambini e anziani non è una rarità: è uno dei metodi che la complessa catena di comando del sistema capitalistico ha a disposizione  – partendo dallo Stato, dal governo, dalle autorità regionali e locali di cui fanno parte, a tutti i livelli, le organizzazioni della criminalità, per finire agli intermediari, ai kapò, ai sicari – per espletare tutta una serie di compiti che sono indirizzati verso un unico grande obiettivo: difendere il capitalismo come modo di produzione generale e la classe borghese come classe dominante. Questa catena di comando può essere amministrata dalle diverse fazioni politiche, ma tutte rispondenti alla stessa legge economica, sociale e politica, la legge di Sua Maestà il Capitale; comando che può prendere l’aspetto della mascella volitiva di un Mussolini o la faccia del candore democratico di un Mattarella, l’aspetto di un politico di lungo corso come Andreotti, Moro, Prodi o quello di un imprenditore senza scrupoli come un Berlusconi, quello di una donna che per la prima volta è alla guida di un governo, come la Meloni, o che per la prima volta guida un grande partito politico, come la Schlein. L’importante per tutti questi personaggi che credono di “fare la storia”, ma sono in realtà delle marionette in mano ad una forza dominante oggettivamente impersonale, il Capitale, è che il sistema di sfruttamento del lavoro salariato e di produzione di merci continui a stare in piedi e a funzionare. Se il sistema sta in piedi e funziona, allora questi personaggi si possono elevare al di sopra delle classi lavoratrici e sfruttate, traendone tutti i vantaggi per la posizione occupata; ma quando il sistema va in crisi – perché è dimostrato storicamente che il capitalismo mentre sviluppa sempre più la sua forza economica, sviluppa contemporaneamente i fattori di crisi sempre più devastanti – questi personaggi sentono il bisogno di allearsi per far fronte ad ogni movimento sociale che le crisi capitalistiche inevitabilmente producono, per iniziare sul piano della protesta, ma poi su quello della rivolta, per giungere in determinati svolti della storia su quello dell’insurrezione o della rivoluzione.

E allora non può stupire che una Schlein, che guida il maggior partito di opposizione parlamentare, il Pd, sulla strage di Amendolara dichiari che «sono immagini drammatiche e devastanti, speriamo venga fatta luce al più presto e che i responsabili paghino per aver ucciso 4 braccianti» (5).

Speriamo venga fatta luce??? Sono decenni e decenni che i braccianti, ieri autoctoni, oggi soprattutto immigranti, sono costretti a sopravvivere in condizioni miserrime e di schiavitù, di precarietà non solo del lavoro, ma della stessa vita! I responsabili? I kapò, i sicari, sono gli ultimi della catena: i veri responsabili siete voi capi del governo e dei partiti parlamentari, mentre lo sono localmente gli imprenditori che “danno lavoro” soltanto a condizioni di super sfruttamento e che utilizzano a loro favore l’impianto legislativo generale, fatto apposta di migliaia di codicilli per essere fregato, e quando non lo si frega con gli avvocati lo si frega con la criminalità. Tutti i politici che si nascondono dietro le leggi che loro stessi scrivono e promulgano e tutti gli imprenditori che usano la forza lavoro immigrata sanno perfettamente come stanno realmente le cose; le hanno sotto gli occhi da sempre!

 

ALL’APPELLO MANCA IL PROLETARIATO ITALIANO!

 

La strage di Amendolara, al pari di una sequenza interminabile di stragi di lavoratori salariati, immigrati e non, avrebbe dovuto far scattare una lotta soprattutto da parte dei proletari italiani, sia perché le condizioni in cui si trovano oggi gli immigrati sono le condizioni in cui si trovano già oggi molti proletari italiani, e domani se ne aggiungeranno molti di più perché la crisi capitalistica incalza, sia perché la concorrenza instillata dagli imprenditori tra immigrati e nativi non va solo a discapito del salario di entrambi, ma perché è destinata a mantenere e ad aumentare la divisione tra i lavoratori salariati, la cui forza sta soltanto nella loro unione di classe! Più i lavoratori salariati vengono divisi e rimangono divisi, più i loro diritti, i loro interessi vengono messi sotto ai piedi, e più si espongono a qualsiasi tipo di violenza, di sopruso, di repressione.

La CGIL ha organizzato una “manifestazione nazionale” ad Amendolara per sabato 6 giugno, cercando di radunare un po’ di delegazioni da altre parti d’Italia. Niente scioperi di solidarietà, niente manifestazioni di solidarietà in tutte le grandi città, nessuna azione di classe che vada a danneggiare il corso normale dei profitti capitalistici non solo nell’agricoltura ma anche negli altri settori economici. Si è sentita la voce della borghesia dominante attraverso il governo, si è sentita la voce della procura che indaga sui “responsabili” materiali della strage, si è sentita la voce dell’opposizione parlamentare (a parole) e si è sentita la voce della CGIL che incita i cittadini a manifestare perché le leggi di una borghesia di fatto assassina siano “applicate”. Il segretario CGIL Landini grida: “basta sfruttamento”, le “leggi sul caporalato ci sono, vanno applicate”; chiede “investimenti per le ispezioni del lavoro, per i trasporti, per le case e per il collocamento”, chiede che “i fondi europei per superare i ghetti e permettere a queste persone di non essere sotto ricatto” vengano finalmente spesi… Da bravo contabile chiede agli stessi padroni e allo stesso governo che poggiano sullo sfruttamento sempre più brutale della forza lavoro proletaria, di sfruttare un po’ di meno, di allocare qualche soldo per alleviare condizioni di povertà e di miseria sempre più diffuse, per qualche casa per i senza tetto, e più poliziotti che facciano… applicare le leggi. Il suo mandato non è mai stato quello di dirigere un sindacato che difenda realmente gli interessi dei lavoratori salariati, soprattutto di quelli più vulnerabili e pagati meno, ma quello di collaborare con la borghesia, con il padronato, con gli industriali, con gli imprenditori agricoli e di qualsiasi altro settore affinché l’economia di ogni azienda, e quindi l’economia nazionale, producano profitto, siano concorrenziali con le altre aziende soprattutto estere per poter pagare un po’ di più i propri lavoratori. La collaborazione tra le classi è stata la politica che il fascismo ha istituzionalizzato, ed è l’eredità di cui la democrazia post-fascista ha goduto di più perché attraverso di essa la borghesia dominante è riuscita non solo a ricostruire l’economia nazionale dopo le distruzioni della guerra del 1940-945, ma a farla crescere fino a diventare una delle economie europee più importanti e potenti.

Ma questi risultati, di cui ha goduto per il 99,9% la classe borghese, sono costati al proletariato – dopo i massacri della guerra – centinaia di migliaia di morti e infortuni sul lavoro, uno sfruttamento sempre più intensivo e stressante, una disoccupazione che non scompare mai, ma che persiste e tendenzialmente aumenta, una vita quotidiana dedicata interamente a produrre profitto per i capitalisti e una precarietà di vita che si allarga sempre più anche a fasce di lavoratori, come quelle del pubblico impiego o delle grandi aziende, che un tempo potevano credere di essere al riparo dai licenziamenti, dalla disoccupazione, dalla ricerca spasmodica di un altro posto di lavoro per poter sopravvivere, e di avere una vecchiaia e una pensione “assicurate”.

La strada che il proletariato deve imboccare non è da inventare, è la strada della lotta di classe che è già stata imboccata dalle generazioni proletarie del 1848, del 1871, del 1917: è una strada che il proletariato, unendosi al di sopra delle categorie, dei settori economici, delle nazionalità, della differenza di sesso e di età, in associazioni economiche che pongano gli obiettivi della loro lotta a difesa esclusivamente degli interessi immediati di classe, dovrà ritrovare perché è l’unica su cui è possibile difendersi efficacemente dagli attacchi economici, sociali, politici e repressivi della classe dominante borghese.

 

La solidarietà di classe tra proletari è il vero risultato della lotta classista, è scritto nel Manifesto del Partito Comunista del 1848. E’ la storia stessa non solo delle lotte del proletariato in Europa e nel mondo, ma della stessa lotta che la borghesia conduce ogni giorno, ogni minuto, e in ogni luogo, contro gli interessi proletari, a dimostrare dialetticamente che la qualità (la solidarietà di classe) è più importante della quantità (il numero di proletari che scendono in lotta in quel dato momento o in quel dato luogo).

E’ la borghesia ad insegnare che l’unione di classe la vince sulla divisione; lo ha dimostrato tutte le volte che ha dovuto affrontare la marea montante della lotta proletaria, ma lo dimostra anche quando il pericolo per il suo dominio non viene dal movimento insurrezionale del proletariato, ma dalle sue stesse crisi economiche e sociali. Per quanto si facciano la guerra, le borghesie hanno un interesse generale comune: mantenere in piedi il capitalismo, perché soltanto se rimane in piedi esse possono continuare a dominare sulla società, a sfruttare miliardi di esseri umani non importa il colore della pelle, la lingua parlata, le tradizioni trasmesse di generazione in generazione.

Oggi, di fronte ad una depressione mondiale della lotta di classe, parole come lotta indipendente di classe, partito di classe, rivoluzione, abbattimento dello Stato borghese e instaurazione della dittatura proletaria per trasformare dalle fondamenta una società divisa in classi, una società basata sull’oppressione, sulla repressione, sulla guerra, in una società senza classi, quindi senza oppressioni, repressioni e guerre, appaiono parole da visionari. Lo erano anche nel 1848, quando l’Europa venne scossa dal movimento rivoluzionario dei proletariati in Francia, in Austria, in Italia, in Germania. Lo erano anche nel 1871 quando improvvisamente i proletari parigini si ribellarono sia all’esercito francese che a quello prussiano, conquistarono il potere e instaurarono la Comune di Parigi, la prima dittatura del proletariato della storia. Lo erano anche nel 1917, in piena guerra imperialista mondiale, quando il proletariato del paese europeo più arretrato economicamente, la Russia, seguendo le indicazioni del partito bolscevico di Lenin, divenne il proletariato più avanzato e cosciente del mondo, e conquistò il potere abbattendo contemporaneamente zarismo e borghesia guerrafondaia, fondò l’Internazionale Comunista – il partito di classe del proletariato internazionale – sostenne una lunga guerra civile contro le guardie bianche zariste e contro l’accerchiamento delle potenze imperialiste, vincendola portando la rivoluzione antiborghese e anticapitalistica più a fondo che fosse possibile, ma, senza l’apporto indispensabile della rivoluzione proletaria in Europa occidentale, dovette prima arretrare dalle trasformazioni sul piano economico e, infine, cedere alla rivincita delle forze del capitalismo imperialista.

I proletari migranti di tutto il mondo, sospinti dallo stesso sviluppo delle contraddizioni capitalistiche ad uscire dai loro paesi alla ricerca di condizioni di lavoro e di vita meno misere, meno tragiche, per lo stesso fatto di dover abbandonare temporaneamente o stabilmente il proprio paese d’origine e vagare da paese a paese per sopravvivere, sono costretti a guardare in faccia una realtà che, pur presentandosi terribile, dà loro, anche se per una piccolissima minoranza, la possibilità di conoscere la storia della propria classe, la storia del movimento di classe che porta con sé l’unico futuro che il capitalismo consegnerà necessariamente alle grandi masse proletarie: il loro futuro rivoluzionario. Non glielo consegnerà come un dono, ma come risultato di una lotta senza tregua e senza confini che il proletariato si guadagnerà attraverso il suo movimento classista, le sue battaglie e le sue sconfitte, ma sul terreno che la stessa controrivoluzione borghese non potrà mai sfuggire, quello dell’antagonismo di classe fra borghesia e proletariato, un antagonismo che la borghesia cerca di mimetizzare – e finora c’è riuscita – sotto il velo della collaborazione di classe, della democrazia, della sovranità popolare, dei diritti e delle leggi “uguali per tutti”, ma che nella cruda realtà emerge continuamente da tutti i pori di questa putrescente società.

I proletari italiani, e i proletari di tutti i paesi economicamente avanzati, oggi non hanno nulla da insegnare ai proletari immigrati, perché hanno perso da generazioni le loro radici di classe. Ma possono imparare dai proletari migranti una cosa: la volontà di ribellarsi anche nelle situazioni più difficili, più pericolose, più tragiche per uscire da condizioni inumane e conquistarsi il diritto di vita che la borghesia, la sua società, i suoi politici e i suoi sgherri negano loro.      

 


 

(1) A proposito della rivolta di Rosarno vedi la nostra presa di posizione del 9 gennaio 2010:  La rivolta dei proletari africani immigrati nelle terre delle mafie calabresi insegna ai proletari italiani che al centro della lotta operaia ci deve essere non solo il bisogno economico ma la dignità di vita per ogni lavoratore!  e il successivo articolo: La rivolta dei lavoratori immigrati a Rosarno, pubblicato ne “il comunista” n. 116, aprile 2010.

(2) Cfr. https://www.fanpage.it/attualita/braccianti-bruciati-vivi-ad-amendolara-nel-video-il-momento-del-delitto-il-sopravvissuto-ho-visto-la-morte/ , 2 giugno 2026; https://www.ilpost.it/2026/06/04/in-che-condizioni-vivevano-e-lavoravano-i-bracciantiu-bruciati-vivi-in-calabria/

(3) Cfr. msn.com/it-it/notizie/other/braccianti-uccisi-ad-amendolara-meloni-italia-non-arretra-davanti-a-violenza-e-barbarie-fare-piena-luce/ar-AA24KegT  

(4) Cfr. “il comunista”, n. 53-54, marzo 1997; anche https://it.insideover.com/schede/migrazioni/il-blocco-navale-in-albania-del-1997-spiegato-html

(5) Cfr. https://www.lapresse.it/politica/2026/06/03/caporalato-schlein-immagini-amendolara-devastanti-attuare-legge/

 

8 giugno 2026

 

 

Partito Comunista Internazionale

Il comunista - le prolétaire - el proletario - proletarian - programme communiste - el programa comunista - Communist Program

www.pcint.org

 

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