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A Praga la piccola borghesia nazionalista protesta contro l’inflazione galoppante e il consistente aumento dei prezzi e lotta per la conservazione sociale

I proletari hanno un’altra strada da imboccare: quella della lotta di classe

 

 

Sabato 3 settembre, Praga è stata protagonista di una manifestazione di protesta di decine di migliaia di persone, indetta dalle più varie organizzazioni di cittadini: conservatori, reazionari di destra, nazionalisti, sovranisti, no-Vax e simili, sotto lo slogan Repubblica Ceca al primo posto. Nella situazione critica che si è creata con la crisi pandemica, poi con la crisi energetica e il rialzo eccezionale dei prezzi di luce, gas e prodotti alimentari, e con l’afflusso eccezionale in pochissimi mesi di centinaia di migliaia di profughi ucraini fuggiti dalla guerra, quello slogan esprime la concorrenza tipica in situazioni di crisi tra la popolazione autoctona e la popolazione di migranti, già conosciuta in Germania, in Francia, in Italia. La Repubblica Ceca conta poco più di 10 milioni di abitanti e, ad oggi, la popolazione ucraina, tra coloro che già da anni si sono stabiliti nel paese e i recenti profughi dalla guerra, conta oltre 400 mila persone. E come succede in tutti i paesi europei, quando la crisi economica batte forte alle porte, una delle valvole di sfogo del disagio sociale che le frazioni borghesi di destra propongono è proprio quella di incolpare i governanti di togliere risorse alla popolazione autoctona per darle... ai migranti.

Ma a questa manifestazione hanno partecipato anche molti proletari, unendosi alle proteste contro il governo che non si è preso in carico il compito di sostenere con ristori e bonus adeguati le famiglie e le imprese cadute in difficoltà a causa dell’ulteriore crisi provocata dall’iperbolico rialzo dei costi energetici (dall’ottobre 2021 in avanti molte aziende hanno chiuso licenziando migliaia di lavoratori). I sindacati ufficiali, l’opposizione parlamentare, lo stesso governo sono rimasti sorpresi da una manifestazione “spontanea” di questa portata; naturalmente sono state lanciate ai manifestanti le solite accuse di essere “filo-russi”. Sta di fatto che, non esistendo organismi operai classisti di difesa immediata, i proletari spinti a esprimere il loro profondo disagio finiscono facilmente con l’essere risucchiati da manifestazioni nazionaliste di questo genere.

I sindacati ufficiali, cercando di salvare la faccia, hanno approfittato della tradizionale conferenza di settembre che tengono dal 2015, intitolandola  demagogicamente: Contro la povertà, e hanno annunciato una manifestazione per sabato 8 ottobre, dichiarando che “il governo ha tempo fino all’8 ottobre per agire. Purtroppo finora abbiamo pochi motivi per credere che possa farlo. Siamo insoddisfatti, arrabbiati, determinati a lottare per una Repubblica Ceca migliore. Il governo ha tutto il tempo per agire...”; il nazionalismo non è, quindi, soltanto “di destra”. E, per cercare di accalappiare un po’ di fiducia da parte dei lavoratori, i sindacati avanzano la richiesta di un aumento del salario minimo entro l’anno, portandolo da 18.200 a 20.200 Corone ceche (da 740 a circa 820 euro). Mamma mia, chissà quanta paura avrà il governo se non farà... qualcosa!... E’ tipico dei sindacati collaborazionisti minacciare a parole e piegarsi nei fatti alle esigenze del capitale, sabotando sistematicamente le lotte e le rivendicazioni operaie, cosa che, da un lato, provoca la paralisi del movimento operaio e, dall’altro, spinge i proletari più arretrati nelle braccia della destra nazionalista.

La crisi economica sta colpendo duro in tutti i paesi, e non è “colpa” della speculazione sul gas o sul grano. La speculazione in regime capitalistico c’è sempre stata; caso mai si esaltata in presenza di una più generale crisi economica: ieri la pandemia da Covid-19 è stata l’occasione per i sovraprofitti delle case farmaceutiche; oggi la “guerra del gas” e la “guerra del grano” stanno dando via libera ai sovraprofitti in campo energetico e alimentare. Quest’anno si è aggiunto, in particolare nei paesi europei, un ulteriore periodo di crisi dovuto alle conseguenze della guerra russo-ucraina.  

In questa guerra – che ormai dura da 200 giorni e di cui non si vede la fine – i paesi dell’Unione Europea, sollecitati fortemente dagli Stati Uniti, hanno concordato di sostenere le ragioni dell’Ucraina contro le ragioni della Russia. L’Unione Europea, e naturalmente gli Stati Uniti, sono scesi sul terreno dello scontro economico-finanziario e commerciale con una serie di pacchetti di sanzioni che avrebbero dovuto mettere la Russia in difficoltà tali da indurla a porre rapidamente fine alla sua cosiddetta “operazione speciale in Ucraina” e, nello stesso tempo, a ridare all’Ucraina la sua “piena sovranità”. La Russia, da parte sua, ha risposto con altrettante misure economico-finanziarie legate soprattutto alle materie prime (gas e petrolio, innanzitutto), ad esempio pretendendo che le sue forniture venissero pagate in rubli e aprendo o chiudendo i rubinetti dei gasdotti. Né le misure economico-finanziarie, né le misure di contrasto hanno prodotto i risultati previsti da nessuna delle due parti. Gli effetti immediati delle sanzioni europee alla Russia sono stati, in realtà, molto più negativi per i paesi europei che non per la Russia.

Da parte sua, la Repubblica Ceca, aderendo ovviamente alle sanzioni decretate dalla UE, oltre a produrre energia elettrica dalle centrali a carbone, la produce anche, per oltre un terzo del fabbisogno nazionale, dalle due centrali nucleari di Temelín e Dukovany, tanto da consolidare la sua posizione di esportatore netto di energia. Ma questo non la mette al riparo dal generale rialzo dei prezzi che dipendono dai mercati internazionali. Il suo maggior interscambio (tra import ed export) ce l’ha con la Germania, e quando la Germania va in recessione, come sta avvenendo in questo ultimo periodo, anche la Repubblica Ceca va in recessione, con conseguenze sempre peggiori per le masse proletarie sia in termini salariali e di condizioni di lavoro, sia in termini di disoccupazione.

Intanto la guerra russo-ucraina continua. La Russia ha ridotto sempre più la fornitura di gas verso l’Europa (Germania e Italia sono da circa un ventennio i due paesi più dipendenti dal gas russo), e mentre gli europei hanno affannosamente cercato altri fornitori, soprattutto di gas, la Russia cerca altri paesi-clienti a cui fornire il suo gas e le altre materie prime la cui esportazione in Europa da mesi le è impedita; Cina, India ed altri paesi dell’Asia stanno praticamente sostituendo in buona parte gli importatori europei.

La guerra guerreggiata in Ucraina, com’era evidente fin dai primi momenti, ha scatenato una guerra economica senza precedenti, nella quale si sviluppano speculazioni di ogni genere e inevitabili scontri di interessi contrapposti tra gli stessi alleati. Un esempio: la tanto sbandierata richiesta di concordare, all’interno dei paesi della UE, un tetto al prezzo del gas per attenuare il rialzo dei prezzi non solo energetici, ma di tutta la produzione industriale e agraria che dipendono dall’energia elettrica prodotta in gran parte dagli impianti a gas, rimane una pia illusione perché la dipendenza dal gas russo si è trasformata in dipendenza dal gas della Norvegia, dell’Algeria e di altri paesi e, per il gas liquefatto, degli Stati Uniti. Così, al rincaro spropositato dei prezzi in tutti i paesi, tra gli alleati europei si aggiunge un’ulteriore guerra economica che, nonostante la propagandata ricerca di una politica “comunitaria” (sulla falsariga di quella adottata per i vaccini anti-Covid), tende ad acutizzare dissapori e contrasti che, alla lunga, non possono che portare a scontri economico-politici veri e propri. 

La classe proletaria, come in ogni periodo di crisi economica e, a maggior ragione, di guerra, viene colpita direttamente nelle sue condizioni di esistenza e di lavoro; ma la sua capacità di reagire sul terreno della lotta classista, dopo decenni e decenni di collaborazionismo interclassista applicato sia a livello sindacale che politico, si è praticamente ridotta a zero. Perciò, come è successo oggi a Praga, ma come è successo in tutte le metropoli capitaliste finora, gli strati più emarginati e arretrati del proletariato sono facilmente influenzabili dal nazionalismo più bieco, mentre il grosso del proletariato resta isolato, frammentato, paralizzato. Fino a quando non riuscirà ad uscire dal rincoglionimento generato dalla droga della democrazia e dall’individualismo, rimarrà prigioniero delle politiche collaborazioniste in cui lo ha precipitato l’opportunismo sindacale e politico. E non riuscirà a vedere che il futuro prossimo che la classe dominante borghese gli sta preparando sarà un futuro di lacrime e sangue.

Oggi a Praga, a Berlino, a Varsavia, a Bucarest, come a Roma o a Parigi, gli echi della guerra in Ucraina arrivano non con le bombe e i missili, ma attraverso le grandi masse di profughi, formate soprattutto da donne e minori. Ciò non toglie che sia una guerra europea e che abbia carattere imperialista, anche se geograficamente localizzata finora in Ucraina. E’ imperialista, non solo perché l’imperialismo russo ha invaso con le sue truppe il territorio ucraino – giustificandosi col fatto che lo Stato ucraino, per 8 anni, dopo la secessione pro-russa della Crimea, ha oppresso sistematicamente la popolazione filo-russa delle regioni del Donbass (l’area più industrializzata dell’Ucraina e gonfia di materie prime) – ma perché, in Ucraina, come ieri nella ex Jugoslavia, e in Iraq, in Libia, in Afghanistan, nel Caucaso, e in Siria, sono in gioco interessi imperialistici da parte di tutte le potenze imperialistiche, più o meno direttamente coinvolte in queste guerre locali.  

Sostenere la guerra, politicamente, economicamente e militarmente significa comprimere ancora di più le condizioni di vita e di lavoro delle masse proletarie dei paesi coinvolti dalle esigenze della guerra, coinvolgendo inevitabilmente anche ampi strati della piccola borghesia urbana e agraria. In genere sono proprio questi strati piccoloborghesi, impauriti all’idea di precipitare nelle precarie condizioni di esistenza tipiche dei proletari, a mobilitarsi contro i governi che non provvedono a proteggerli da quel precipizio. E mobilitandosi trascinano con sé proletari, in genere i più arretrati, che condividono la mentalità individualista e piccina tipica della piccola borghesia.

Tutte le potenze imperialistiche, normalmente in contrasto fra di loro e in lotta con ogni mezzo sul teatro mondiale, si muovono sulla base delle stesse motivazioni: conquistare mercati e territori sottraendoli all’influenza degli imperialismi concorrenti e sfruttare, oltre al proprio proletariato nazionale, anche i proletariati dei paesi sottomessi alla politica e agli interessi dei paesi imperialisti dominanti. Ora è la volta dell’Ucraina, la cui borghesia dominante, dopo il crollo dell’Urss degli anni Novanta, doveva decidere se allearsi con l’imperialismo russo o con gli imperialisti concorrenti della Russia, Stati Uniti in prima istanza e, a ruota, i paesi dell’Unione Europea. Non è un caso, infatti, che, fin dalla sua indipendenza del 1991, siano iniziati i rapporti con la Nato in vista di una futura sua adesione. Nei primi vent’anni da “indipendente” l’Ucraina ha continuato ad oscillare tra Russia e USA/UE, ma dal 2008 le trattative di adesione dell’Ucraina all’Unione Europea sono state ufficializzate, seguendo, d’altra parte, la stessa direttrice che percorse già la gran parte dei paesi dell’Est Europa un tempo dominati da Mosca. La guerra in corso ha accelerato i passaggi burocratici di adesione alla UE, e dal 23 giugno di quest’anno è ufficiale la candidatura dell’Ucraina a diventare membro della UE; nel frattempo, in quanto candidata, perdipiù in guerra contro il “comune” nemico russo, gode di molti vantaggi economici e finanziari.

La borghesia ucraina sa di essere debitrice delle borghesie imperialiste d’Occidente che la sostengono e la finanziano nella guerra contro la Russia per poterla piegare ai loro interessi nella futura pace. Nel frattempo i proletari ucraini, e i proletari russi mandati al fronte, si fanno ammazzare per difendere una “patria” che altro non è se non la galera in cui sono costretti ad essere supersfruttati sia come lavoratori salariati sia come soldati. La stessa sorte è toccata a tutti proletari che sono stati mobilitati nelle passate guerre mondiali e in tutte le guerre locali che hanno punteggiato la storia recente del capitalismo imperialista. A Praga la destra nazionalista e i nazionalisti “di sinistra” gridano lo stesso slogan: viva la Repubblica Ceca, per gli uni deve essere “al primo posto”, per gli altri deve essere “migliore”. Ciò significa solo una cosa, che i proletari devono dare la propria vita in pace e in guerra alla “Repubblica Ceca”, cioè alla classe borghese dominante, come se non ci fosse alcuna alternativa.  

Ma per la classe dei lavoratori salariati l’alternativa esiste, anche se oggi non la vede, né la percepisce. E’ quella di rendersi indipendente dalla classe borghese e da tutte le forze della conservazione sociale e dell’opportunismo collaborazionista. Il disfattismo contro la guerra imperialista di oggi e di domani deve poggiare sul disfattismo applicato in tempo di pace contro gli interessi economici, aziendali, nazionali o internazionali dei capitalisti. L’antagonismo di classe che la borghesia applica quotidianamente contro le masse proletarie – schiacciandole in condizioni di esistenza e di lavoro intollerabili – deve essere riconosciuto apertamente anche dalla classe proletaria e deve spingerla a lottare per se stessa e non per la borghesia, iniziando a lottare per difendere i propri interessi immediati che – ed è la stessa borghesia a dimostrarlo – sono materialmente e oggettivamente antagonisti a quelli della borghesia. Lottare sul terreno di classe vuol dire esattamente questo: lottare esclusivamente per i propri interessi di classe che sono tali nella misura in cui unificano i proletari nella stessa lotta. Lottare per gli aumenti di salario e la diminuzione drastica dell’orario di lavoro, lottare per il salario integrale ai disoccupati e per la parità salariale tra uomini e donne, sono rivendicazioni unificanti che combattono la concorrenza tra proletari e che generano quella solidarietà di classe che è il motore della lotta proletaria anche quando la lotta termina o viene sconfitta. Allo stesso modo, lottare contro l’invio dei soldati al fronte, contro l’invio di armamenti ai belligeranti, sono azioni classiste, sulla linea della solidarietà proletaria antiborghese.

Di fronte alla paralisi generale dal punto di vista di classe in cui si trova il proletariato oggi, in ogni paese d’Europa e del mondo, queste rivendicazioni possono apparire “fuori dalla realtà”, “utopistiche”, “irraggiungibili”. Lo dicevano gli opportunisti anche nel 1914, allo scoppio della prima guerra imperialista mondiale dopo aver abbracciato la causa nazionale e sottoscritto i crediti di guerra; lo ripeterono anche di fronte alla seconda guerra imperialista mondiale, questa volta rafforzando la loro azione antioperaia con la giustificazione della “guerra patriottica” e “antifascista”; lo hanno ripetuto continuamente di fronte ad ogni guerra che l’imperialismo, non importa se dell’Est o dell’Ovest, ha scatenato per spartirsi il mercato internazionale in altro modo; lo ripetono oggi, di fronte al nemico del momento, la Russia, e magari domani la Cina, disegnando drammatici scenari di invasioni a catena nei civilissimi paesi europei e di imminenti pericoli di guerra atomica. Ma l’obiettivo sociale principale non cambia: per i borghesi e per i collaborazionisti è importante che il proletariato non cominci a lottare solo per se stesso, perciò va sistematicamente sottomesso alle esigenze imperialiste del momento, sfruttandone in modo più intenso possibile la forza lavoro nella produzione, nella distribuzione e nei servizi, per trasformarlo in carne da macello quando la guerra imperialista busserà alle porte.

Contro la certezza di questa prospettiva di distruzione e di morte soltanto il proletariato può levarsi come un gigante che spezza le catene che lo tengono prigioniero del capitalismo e della borghesia. Il futuro del proletariato è nella ripresa della lotta di classe, non nella difesa della “patria”!

 

 

Partito comunista internazionale (il comunista)

12 settembre 2022

www.pcint.org

 

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